Necrologio della Scrittura

Giovanni Guizzardi

Quello che segue nasce come commento all’articolo di G. Bosio Verba volant… per poi diventare un articolo del tutto autonomo.

San Girolamo, Caravaggio, Galleria Borghese. Immagine di dominio pubblico.

Mi capita più spesso di quanto vorrei di raccontare un’avvincente pagina di storia o di illustrare il contenuto di un’opera letteraria ai miei alunni e di venire interrotto da un entusiastico commento che di solito suona così: “Prof, ho visto un film alla TV che parlava proprio di quella cosa lì!” Come se ogni romanzo fosse omologabile ad un film, come se il mezzo fosse indifferente. Un tempo mi giravano le palle, ora non più. Sarà l’età, sarà la rassegnazione davanti agli evidenti segni di un progressivo mutamento della realtà a cui mi devo sforzare di adeguarmi, perché non mi viene naturale farlo. Ma non sono il solo. In passato ho assistito per anni in pensoso silenzio alla crociata di tanti insegnanti di matematica che si opponevano all’uso della calcolatrice in classe sostenendo che le nuove generazioni rischiavano di non saper più fare a memoria nemmeno 2 + 2. Dentro di me pensavo: “Già, sarebbe triste, ma in fondo chi se ne frega se a fare le addizioni ci pensa una macchinetta? Chi l’ha detto che è meglio farle a memoria o su un foglio?” Mi veniva in mente la pena con cui alle scuole medie dovetti imparare a calcolare le radici quadrate, competenza che in seguito non mi è mai stata di alcuna utilità né teorica né pratica. Nel caso, con una calcolatrice basta impostare il numero e spingere l’apposito pulsante. Molto più semplice, veloce e sicuro, perché le calcolatrici non sbagliano. D’altra parte, mi figuro quanto debba essere dispiaciuto a molti cavernicoli che con l’uso del fuoco non fosse più necessario masticare a lungo la carne cruda. Magari qualcuno si sarà domandato dove si sarebbe andati a finire e se di quel passo i denti non sarebbero diventati inutili.
Camus scrisse che anche gli affetti più sacri non sono che pigre abitudini. Secondo me è vero anche il contrario, e cioè che le nostre più pigre abitudini sono i nostri affetti più sacri. E quindi siamo pronti a tutto pur di non farne a meno, contro ogni ragionevole evidenza. E fra queste abitudini, ormai da circa cinquemila anni, c’è la scrittura.

Jules Verne in una fotografia di Nadar. Immagine di dominio pubblico.

Tempo fa ebbi l’idea peregrina di scrivere un romanzo di fantascienza. In questi casi, si sa, siamo tutti emuli di Jules Verne. Così anch’io partii dalla domanda più importante: in che futuro lo ambienterei? Ovvero, come mi immagino che il mondo potrebbe essere in un remoto futuro? E giunsi alla conclusione che in quel remoto futuro la scrittura sarebbe scomparsa. Quel romanzo, come quasi sempre succede ai dilettanti, rimase nella soffitta dei progetti velleitari, ma l’idea della scomparsa della scrittura cominciò a vagare indiscreta nei meandri del mio cervello. E quasi subito si installò accanto ad un’altra, che le assomigliava: già oggi della scrittura non c’è più alcun bisogno, basta essere dotati dell’udito. Non c’è nulla di ciò che ancor oggi si scrive e si legge che non possa essere solo detto e ascoltato, e la tecnologia attuale è in grado di supportare adeguatamente questo modo di produrre, archiviare e riprodurre le informazioni verbali. E quando proprio fosse necessario, in alcuni casi, ricorrere alla scrittura, da più di dieci anni sono in commercio ottime sintesi vocali in grado di trasformare le parole dette in parole scritte ed ottimi scanner in grado di fare il contrario. In realtà, già oggi la scrittura sopravvive solo in virtù della biologica tendenza umana a resistere strenuamente ad ogni mutamento. Ma perché mai si dovrebbe affermare un mondo senza scrittura? La risposta c’è.
Acquistai il mio primo computer nel 1985. Mia madre, allibita, mi chiese che cosa intendevo farmene. Le risposi che non ne avevo la benché minima idea, dopo di che mi affannai a cercare di capire come funzionava. I soliti bene informati(ci) mi dissero allora con un sorrisino che dovevo imparare ad usare il sistema operativo e a programmare almeno in basic, se volevo essere in grado di trarre una qualche utilità dal mio nuovo acquisto. Ed io, credulo, imparai. Non fu una cosa facile, ma ci riuscii, perché ho molti difetti ma non sono un imbecille. A tanti miei simili però Dio ha fornito in abbondanza tante altre virtù, ma non quella che permetta loro di districarsi nei meandri dell’MS-DOS o del linguaggio-macchina. Così è nato Windows, grazie al quale qualunque cretino può usare un computer senza nemmeno sapere che Windows era inizialmente solo un facilitatore nell’uso del DOS. E in quanto ai programmi, cominciarono ad uscire già belli e fatti dalle software house. Molti anni dopo ci fu il boom della rete, e gli stessi bene informati(ci) con il solito sorrisino sentenziarono che era necessario imparare l’HTML per poter usare Internet. Questa volta però non li ascoltai, e feci bene. Ma era ovvio che sarebbe andata a finire così, perché in caso contrario nessuna rivoluzione informatica ci sarebbe mai stata nel mondo.
La morale è semplicissima: perché un qualcosa si affermi a livello mondiale è necessario che sia alla portata di tutti, cioè di una massa sconfinata di poveri di spirito. Viceversa, qualunque cosa aiuti l’umanità a evitare anche le più piccole difficoltà è destinata a realizzarsi. Torniamo all’inizio di questo discorso: se si può guardare un film, perché prendersi la briga di leggere un romanzo?
E dunque, se è possibile (e lo è) liberare l’umanità sofferente dalla schiavitù della scrittura diffondendo tecnologie atte a ciò, la scrittura prima o poi scomparirà.

Nulla Dies Sine Linea

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2 thoughts on “Necrologio della Scrittura

  1. In se, non ci vedo niente di male che scompaia la scrittura (a parla la mia personale malinconia a sapere che non c’è qualcosa che amo).
    L’immagine di Montag che legge i sui fumetti senza balloon, ci impressiona molto ma dobbiamo essere disposti ad accettare che le cose cambiano e che probabilmente anche coi fumetti senza ballon si può dire qualcosa, sempre che ci sia qualcosa da dire.
    Forse è più questo il problema: abbiamo qualcosa da dire?

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