Monterey jazz club

Vittorio Arenella

La notte si sta spegnendo, il Monterey è quasi deserto, pochi gli amanti dell’alba che resistono, seduti ai suoi tavolini sorseggiando miscugli colorati dai gusti ormai tutti uguali per i loro palati addormentati da una lunga notte di fumo e alcool.
Una notte fatta di luci soffuse, di un brusio sordo, spezzato dal tintinnare dei bicchieri, dalle note acute delle risate femminili e dalla musica del quartetto di turno.
Una notte di parole sussurrate all’orecchio della donna seduta accanto e di gesti rituali dei clienti che, i camerieri, swingando con i loro passi sul pavimento scuro, interpretano d’istinto, trasformandoli in bicchieri colmi di liquidi ambrati per gli uomini e dai colori pastello per le dame che li accompagnano.
Come in un abbraccio caldo e morbido tutto il Monterey è avvolto dal profumo del tabacco, dei liquori, dei velluti e delle essenze di legni antichi che foderano le pareti fino ad una certa altezza per poi lasciare spazio a muri dal colore indefinito ricoperti disordinatamente da quadri e fotografie di personaggi più o meno famosi che hanno frequentato il locale.
Il Monterey esiste da sempre e da sempre accarezza e avvolge i suoi amici con il jazz e le sue atmosfere morbide o aspre a seconda di chi si esibisce sul palco.
Francesca si alza dalla sedia, prende il suo bicchiere vuoto appoggiato sul tavolino sollevandolo con due dita e uscendo dalla penombra si avvicina al bancone per farselo riempire dal barista assonnato. È alta, longilinea, occhi verdi, capelli lunghi e neri avvolti in una lunga treccia che corre lungo la schiena disegnando meglio la sua figura sensuale ed elegante.
Leggera sfiora la mano di Andrea che è lì in piedi, al bancone, vicino a lei. La tromba attacca il suo morbido assolo accompagnata dal contrabbasso e dal solletico delle spazzole sulla batteria. Lei risponde alla carezza rilassando la mano, si volta e guarda i grandi occhi di Francesca, che anche nella semi oscurità di quel luogo hanno luce speciale che la emoziona da sempre e che per un attimo le blocca il respiro.
Andrea si stacca dal bancone, afferra Francesca alla vita portandola a sé, i loro volti si sfiorano.
Si compie il rito, il batterista sfoga il suo assolo in un crescendo compulsivo.
Il Monterey club è musica, odori, vibrazioni sulla pelle, i loro corpi abbracciati, le loro labbra vicine, il loro respiro che si fonde in uno solo.
Il contrabbasso sta disegnando nell’aria le sue intime fantasie e Andrea sente forte il desiderio avvamparle il viso mentre Francesca sfiorandole il piccolo seno le sussurra “Ti voglio” mentre intanto si stacca da lei per lasciarla andare al pianoforte.
È un attimo, Andrea appena il contrabbasso le dà l’attacco, inizia il suo assolo accarezzando e battendo i tasti bianchi e quelli neri con la stessa delicatezza e forza che avranno le dita di Francesca da lì a poco sulla sua pelle, sul suo corpo, quando la luce del giorno filtrando fra le persiane, illuminerà i loro corpi finalmente nudi e liberi, distesi sul grande letto morbido color porpora nel silenzio della sua casa, rotto solo dal loro respiro e dalla loro passione.
Andrea termina con un ricamo in crescendo sui tasti strappando l’ultima emozione e un applauso a tutto il Monterey, volge il viso verso il bancone e guarda Francesca negli occhi per un momento che pare interminabile con il cuore che batte veloce e gli occhi umidi di emozione, sente di amarla da sempre come da sempre ama la musica.
Francesca l’aiuta ad indossare un leggero impermeabile, la prende per mano ed insieme escono in strada, il vento porta l’odore frizzante del mare e la luce rosa dell’alba illumina il tabellone che indica la temperatura e la data del giorno, lo guardano e sorridono……è l’otto marzo di un anno qualunque, del loro primo anno insieme.

Nulla Dies Sine Linea

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