Le pergamene – parte prima

Amadio Totis

Elsinki: antefatto

“… Erano gli ultimi giorni di guerra… Elsinki.., era il suo nome di battaglia, commissario politico della brigata “Spaventa”, al comando di una pattuglia partigiana stava perlustrando i sentieri sopra l’abitato di Vezza d’Oglio, lì proprio alle pendici dell’Adamello, alla ricerca dei fuggiaschi: tedeschi, ma soprattutto dei repubblichini, che cercavano di svignarsela oltre confine, nella non lontana Svizzera.
Una ragazza in pantaloncini e col mitra a tracolla, con quel sorriso in tralice, beffardo e infantile.., una temibile guerriera, insomma! Col grado di commissario politico della Brigata, amministrava la giustizia da dieci mesi fra quell’accozzaglia di fogge arrangiate e malmesse: i suoi compagni di tante battaglie, ma ancor più di tante belle speranze.

Kalininko e gli altri

“Faaa tee largooo quando passa la brigata Garibaldi, la più bella, la più forte”. Cantavano.., prima sommessamente, come a pesare le parole, poi via, via sempre più forte, sguaiatamente, con la spavalderia di chi si sente l’avvenire in poppa. Temerari, come tutti i giovani, belli a vedersi nonostante l’incuria della persona e una inevitabile trascuratezza nel vestire!
“Kalininko – se l’era scelto lui quel nomignolo – sei un animale…! Come un camoscio.., ecco! Ecco! Proprio un camoscio.., sei peggio di un camoscio!”
In effetti era uno guardingo, sempre all’erta.
“Hai una bella fortuna però.., ma sarà perché hai vissuto sempre lassù insieme alle capre”. Su, su tra forre, ghiaioni scoscesi e dirupi inaccessibili, aveva trascorso tutta la sua infanzia.
Fumava e rideva di gusto.., era sempre insieme.., con il Ghigno, il Lungone, il Faccetta, che lo deridevano allegri. E lui che con i primi due c’era andato a scuola, assumeva quell’aria assente, trasognata, di uno che percepisce rumori inudibili ai più, i bisbiglii degli elementi del creato.
“Che c’hai”, lo sbeffeggiavano scanzonati quei tre buffoni, “stai ascoltando l’erba che cresce?”
Il Lungone era stato ritirato dalla madre alla terza elementare che aveva oramai dieci anni, ripetente in prima e anche in seconda. Si era dovuto rimboccare le maniche a fare il capofamiglia, quello spirlungone, già allora un po’ curvo.
Il padre si vedeva poco in giro per il paese, era sempre dentro e fuori dai sanatori di Sondalo per via della TBC che si era preso dentro le trincee della grande guerra. “Uno su dieci.., uno su dieci, via, al muro, al muro!” al ragazzo era rimasta impressa la litania ossessiva, ripetuta, bofonchiata a mezza voce, un fantasma assassino, che abitava le notti insonni del padre, fantaccino travolto a Caporetto dalla furia vendicativa e sanguinaria di chi aveva deciso di far pagare la vigliaccheria e l’imperizia della sconfitta subita, all’ultimo anello della gerarchia militare: i semplici soldati come suo padre, appunto.
Gli volevano un gran bene, dicevo, al piccolo Kalininko, e il Ghigno d’altronde era proprio come un fratello per lui. Avevano fatto tutto insieme, c’era un’intesa profonda, si capivano al volo. Del resto, in tempi di pace non c’era nessuno che riusciva a batterli nei tornei di tamburello che si disputavano d’estate nei paesi della vallata. Erano veramente i più bravi, i veri campioni, lì attorno.
Il Faccetta.., no! Era arrivato lì sui monti per caso, fuggiasco, spaurito. “Mi sono arruolato nei repubblichini, per non finire in Germania a lavorare con la TODT.., del resto io che volete che ne sappia della politica..,” diceva lui, quando qualcuno soppesava il suo recente passato nelle brigate nere.
“In casa mia non si parlava, di questo…! Veramente..,” proseguiva dopo una lunga pausa, pensoso, “non si parlava proprio.., mai, di niente!”
Sempre a lavorare! Come i muli, su quei maledetti campi di sassi.
Durante una lite.., erano venuti alle mani, e lui l’aveva quasi accoppato il Guardaccia, il capo manipolo, un avanguardista della prima ora.., orgoglioso e invitto reduce della marcia su Roma. Che nel 22 proprio nella capitale ci aveva pure rimesso un occhio, da cui quel nomignolo, durante l’assalto alla Casa del Popolo nel quartiere popolare di San Lorenzo.
“Un rosso, un bastardo comunista, mi ha infilzato la faccia con l’attizzatoio.., ma mica l’ha fatta franca però”, gongolava spavaldo, “però poi lo spiedo.., poi glielo abbiamo ficcato noi.., su, su per il culo.., che urlava come un maiale sgozzato.., porco fottuto!” Amava raccontare tronfio, mentre metteva bene in mostra appuntato sul petto il ricco medagliere di un degno figlio della rivoluzione fascista. Più vecchio e macilento era rimasto per terra pesto e parecchio malconcio, questo è sicuro e a quanto si è risaputo poi, anche con qualche costola rotta.
Subito dopo aveva disertato quel contadinone un po’ ottuso, ma veramente buono come il pane.., per giorni era rimasto nascosto nei boschi sopra l’abitato di Edolo, dove aveva sede il comando repubblichino. Per poco un giorno non lo scoprivano.., il Guardaccia gliel’aveva giurata e non si sarebbe dato per vinto facilmente. Aveva fatto affiggere dei manifesti in tutte le contrade, chiamandolo: “disertore”, “rinnegato”, e dove si diceva anche che era stato condannato a morte.
Kalininko, fu proprio lui a sorprenderlo, mentre si aggirava nei pressi di un fienile, mezzo assiderato e quasi morto di fame. Una staffetta partigiana era stata allertata da un mandriano allarmato dalla presenza di quello strano individuo che si aggirava furtivo attorno alle sue stalle temendo fosse uno spione dei fasci.

Il Mariotti

Kalininko, dunque, era minuto, ma non sfuggiva all’attenzione per quel suo profilo da furetto, l’occhio vivace, l’incedere scattante.., con quello sguardo lungo e vigile, sempre all’erta, che fiutava il vento corrucciato, e ne percepiva ogni sussurro.
Non gli era sfuggito, durante la perlustrazione.., quel luccichio.., per un attimo.., qualcosa si era mosso.., un’ombra appena accennata, là dietro il costone, per pochi secondi.., lassù alla prima curva, lassù.., quella che mena ai prati del Causso, che il suo occhio d’aquila conosceva palmo a palmo, perché erano gli alpeggi della sua infanzia.
Lui quante volte aveva battuto, fin da bambino, quei sentieri che portano dalle malghe dell’Adamello, sull’altro versante.., giù, giù fino a lambire le prime case di Cevo, lì dove abitava “il Barbarossa”, il suo germano, così si usava definire il padrino di battesimo, da quelle parti; ancora rimasto per poco tempo su per “le valli della pellagra” croce di una vita per il povero Mariotti, fervente utopista e adepto del progresso scientifico.., “da sempre” medico condotto in quel remoto angolo di mondo, dove “la piaga delle tre D: dermatite, diarrea, demenza” ne mieteva parecchie di vittime, ogni anno!
Povera gente che si ingozzava di polenta mal cotta, castagne e “banane francia” cioè le carrube. Contendendole ai maiali.
“.. Che chissà perché diavolo le chiamate così!” si chiedeva scuotendo il capo perplesso quell’uomo curioso, risalito fin lassù, dalle pianure della bassa, “in tempi immemorabili” come amava convincersi.
“Bel regalo ci ha fatto lo scopritore delle Americhe! Dovete sapere.., – pontificava oramai ebbro e malfermo sulle gambe al termine della giornata, con tutta la grappa aspra e bruciata che gli versavano in corpo, in quel suo peregrinare di casolare in casolare dal capezzale di un moribondo, al letto di una puerpera – dovete sapere che allora quegli antichi popoli ammorbidivano il melgone mettendolo a bagno almeno una notte, prima di cuocerlo, con acqua di calce. Laggiù ancora adesso si tramandano questa sana abitudine, cucinano una sorta di piadina, e a loro non viene la “lingua nera”, come dimostrato di recente anche dal Goldberger…” Aggiungeva a mezza voce con aria assente come rivolgendosi in un altrove, ad un pubblico dotto, in grado di apprezzarne l’erudizione con la considerazione dovuta, ma un po’ anche con il pudore di chi, essendo colto, ma sensibile d’animo, non voglia sottolineare l’ignoranza dei suoi semplici interlocutori.
Quell’uomo di scienza, del resto, non aveva altro pubblico a cui raccontare le sue verità, altri che quella platea di montanari malnutriti e analfabeti. Quelli, che al calare delle prime ombre della notte si barricavano nelle stalle buie e umide per la paura di diventare preda dei vampiri, ogni qual volta che in paese si spargeva la voce di un caso di pellagra.
In quei loro racconti allucinati, dopo aver evocato la presenza di diavoli con i piedi di porco, di streghe e di maghi che si ritrovavano al Tonale per i loro sabba osceni, si confortavano con le immancabili apparizioni di madonne e santi, che avrebbero consentito loro di non essere inghiottiti dal fuoco degli inferi, per quei terribili peccati che avevano commesso.
Loro, i loro antenati e certamente anche i loro figli che venivano spazzati via dalla faccia della terra come mosche, mietuti dalle malattie infantili e dalla dissenteria, nei primi mesi di vita, e quelle loro mogli gonfie e cadaveriche, che morivano nel metterli al mondo, sfiancate dalle innumerevoli gravidanze e dalle anemie da malnutrizione.
Nella penombra di quelle stalle, preda del gioco delle ombre e dei fantasmi che i morsi della fame rendevano vivi, ogni sera, durante la recita del rosario, battendosi il petto al “mea culpa”, facevano voto di obbedienza ai precetti di santa madre chiesa, affidandosi fiduciosi ai suoi comandamenti.
Le leggende macabre su quegli strani esseri notturni, assetati di sangue umano, avevano cominciato a diffondersi in Europa fin dai primi anni del 700. Ai tempi del Mariotti ci si ricordava ancora di quando, tempo addietro, durante una feroce carestia, alcuni “poveri diavoli pellagrosi” erano stati linciati da una folla invasata e terrorizzata dalle terribili superstizioni che circolavano insistenti al riguardo. I peggiori incubi collettivi si materializzarono contro questi esseri che la malattia rendeva insonni, ipersensibili alla luce del giorno, costringendoli a scivolare nottetempo rasente i muri delle case, in cerca di qualcosa da mangiare o per soddisfare i bisogni corporali.
Proprio come si diceva facessero i vampiri, che pur di evitare la decomposizione, si nutrivano, nottetempo, di sangue umano. Insonni, perduti nei meandri della demenza, provocata da quella malattia di miseria e fame erano caduti facile preda dell’infoiamento delle folle ignoranti.

N.d.R: leggi qui la seconda parte del racconto.

Nulla Dies Sine Linea

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