Il ritorno di Quetzalcoatl – parte prima

Dario Tozzoli

Hernan Cortés, dipinto. Immagine di pubblico dominio.

Si è sempre creduto che fu Cortés ad utilizzare Quetzalcoatl per la sistematica distruzione della civiltà azteca e per la sanguinosa conquista delle Americhe; in realtà fu Quetzalcoatl ad usare Cortés come strumento per il suo proposito di autodistruzione e di morte: tragico epilogo di un popolo che lo aveva in qualche modo tradito.
Questo gli eredi degli antichi stregoni toltechi lo sapevano bene. I toltechi avevano imparato a vedere mentre i conquistatori aztechi sapevano soltanto agire. Ma saper vedere non salvò i toltechi e saper agire non salvò gli aztechi.
Si racconta però che un grande stregone tolteco, uomo di vasta conoscenza e sciamano, ebbe una visione così potente che gli consentì di salvare il suo intero villaggio. Tale visione, infatti, con la forza dell’immaginazione, catturò tutta la gente del suo villaggio tanto da farla penetrare e svanire in essa permettendole così di sottrarsi prima alla conquista azteca e poi a quella spagnola. Gli aztechi, in ogni caso, avevano una vera e propria venerazione per i propri predecessori olmechi e toltechi mentre i rozzi conquistatori europei non sapevano più nemmeno chi fossero i loro antenati.
Cortés scese, come una divinità a lungo attesa, da una enorme barca veloce come il vento, e con quella ce n’erano altre… e dentro quelle meraviglie galleggianti c’erano, agli occhi dei nativi, tesori sconosciuti e terribili come le lunghe canne che sputavano fulmini e seminavano morte e i grossi quadrupedi sui quali sedevano quegli strani guerrieri dalle facce bianche come calce, alcuni con barbe e capelli gialli, con il corpo e la testa coperti di ferro.
Con la comparsa di Cortés e di queste cose favolose il tempo degli adoratori del serpente-piumato si azzerò perché il dio s’era fatto presente.
Cortés partì da Cuba a capo di una spedizione affidatagli malvolentieri da un altro avido filibustiere, Diego Velazquez, che governava quell’isola con il terrore. La Corona autorizzò la missione ma a condizione che fosse ad intero carico degli avventurieri. Nonostante ciò il nostro era riuscito a raccogliere undici navi, seicento uomini, una dozzina di cannoni e sedici cavalli. Sul suo stendardo campeggiava la croce e giunto sulle coste del Messico fondò la città di Vera Cruz.
La diffusione della croce e della santa fede cattolica erano un buon pretesto per nascondere la sua ambizione e per seppellire gli eventuali sensi di colpa dei suoi uomini dovuti ai crimini commessi. Da qui in poi il significato della croce si mostrò, per gli indigeni, in tutta la sua mostruosa verità e da allora non furono rare le croci con serpenti crocifissi che si trovarono sugli altipiani messicani.
Ma anche questo era nei piani misteriosi di Quetzalcoatl.
Hernan Cortés col suo piccolo esercito fu accolto come un dio dagli indigeni che avvistarono per primi, con meraviglia e venerazione, i giganteschi vascelli comparsi all’orizzonte dell’immenso golfo. Da qui, circondato di quell’aura magica che hanno i predestinati alla vittoria e i semidei, iniziò la sua spavalda marcia verso l’interno di quella terra dov’era situata la capitale dell’impero azteco.

Quetzalcoatl, illustrazione del Codex Borbonicus, XVI secolo. Immagine di pubblico dominio.

La storia di quel popolo così ingenuo e atroce che visse e morì del proprio mito sorge da un’origine misteriosa. Si narra che Huitzilopochtli guidò i suoi antenati dove l’aquila che divora il serpente aveva fatto il suo nido e questa terra era la valle del Messico. L’aquila e il serpente si fusero in Quetzalcoatl il quale, prima di diventare tale, era il variopinto dio-farfalla e, prima ancora, Gucumatz, che era padre e madre insieme di tutte le cose; poi, sotto le sembianze di un uomo-dio, da tempo immemorabile, aveva fondato la città di Tula. Secondo la leggenda azteca il dio-crotalo coperto di piume colorate era venuto dal mare e dal mare sarebbe ritornato. E l’anno in cui sbarcò il fortunato Cortés, che il calendario europeo segnava 1519, era proprio la data annunciata dalla profezia.
Nella valle del Messico, sotto l’effige di Quetzalcoatl, gli Aztechi cominciarono la loro cruenta avventura di dominazione e conquista, costellata di vittime e di sacrifici umani, finché essi stessi non furono dominati, conquistati e distrutti.
La visione cosmica che aveva guidato Moctezuma era fatta d’incanto, di magia e di crudeltà. Era la stessa visione allucinata a guidare il coltello di selce affilatissimo che apriva il petto della vittima sulla pietra sacrificale e la mano che ne estraeva il cuore ancora caldo e palpitante. Anche i campi di mais, che garantivano la vita di quel popolo così crudele e innocente insieme, erano innaffiati e intrisi di sangue sotto lo sguardo impassibile del dio Tlàloc. Ma le usanze sanguinarie degli Aztechi non avevano nulla da invidiare a quelle dei conquistadores che avevano soltanto un’apparenza più civile.
Dopo complicate vicende di alleanze e tradimenti che si consumarono molto velocemente, e che richiesero astuzia, coraggio e ferocia, il piccolo esercito di Cortés, avvezzo oramai ad ogni nefandezza pur di raggiungere i propri scopi, si trovò nella capitale dell’impero azteco a lungo agognata. La città di Moctezuma, più estesa di Granada, meravigliò Cortés il cui cuore di predone avrebbe meritato d’essere estratto e mangiato da chi invece fu costretto ad accoglierlo come una divinità discesa sulla terra.
Moctezuma e la sua cerchia di nobili e guerrieri incontrò Cortés e il suo piccolo esercito nei pressi del tempio di Teteoinan dove l’europeo aveva avuto l’ardire d’inoltrarsi. Un’immensa folla, ipnotizzata dalle facce bianche, dagli enormi quadrupedi sconosciuti e dai colpi di cannone fatti sparare a salve dall’astuto capitano, assistette a quell’incontro straordinario.
Moctezuma, centro dell’universo, era circondato dai nobili pipiltin e da una serie di guerrieri che delimitavano lo spazio del grande cerchio sacro: nei punti cardinali stavano i guerrieri delle quattro direzioni; alla destra del re stava il guerriero-aquila, alla sua sinistra il guerriero-serpente, dietro il guerriero-morto; nelle altre posizioni c’erano il guerriero-giaguaro, il guerriero-coyote e il guerriero della stella mattutina.
– OMETEOTL – esclamarono in coro ad un cenno del re.
Gli europei non capirono e lo presero per un saluto.

N.d.R: leggi qui la seconda parte del racconto.

Nulla Dies Sine Linea

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