Esistono lavori di aiuto?

Valeria Ferrero

Erri De Luca leggeva i Vangeli in Ebraico prima di andare a lavorare in fabbrica, e diceva che senza essi non avrebbe potuto lavorare. Aveva bisogno di ricordarsi ciascuna mattina che “ciascuno parla in un’altra lingua” e che “ciascuno intende nella propria lingua” (sono citazioni di un libro di Frua Deangeli) ogni mattina, per poter avvitare bulloni. Questa è la Relazione, necessaria tanto per lavorare in una catena di montaggio, quanto con una persona che c’è lì, di fronte a te. Nel lavoro tu fai qualcosa o produci per qualcuno che si avvantaggerà di quella “cosa”(su cosa sia la cosa… another time). Ma se il lavoro fosse solo questo noi saremo solo pezzi in funzione di altri pezzi.
Per avvitare un bullone è necessaria una qualità di vita che ti consenta di poterlo fare, attenzione: non il conforto di una vita al di fuori del lavoro confortevole. Ciascun lavoro prevede lo stare in relazione. Ciascun lavoro di qualità. Sto lavorando con persone che hanno difficoltà. Se non avessi ostacoli anche io non potrei essere dolce con loro. Se non scrivessi e studiassi non potrei essere severa. Lavorando con la difficoltà evidente e oggettivata da una norma che per una serie di connotati (equivalenti universali) si definisce diversa, non potrei fare i conti con le mie difficoltà. Difficoltà che ci sono anche se ho gambe che mi tengono in piedi e un cervello potenzialmente lucido. So che il cervello può non essere lucido, so che il corpo può non sostenere una mente che vorrebbe superare i suoi limiti, qualsiasi essi siano. Tutto ciò può essere definito “un lavoro per il quale tu aiuti gli altri”?
Sì, se definiamo il lavoro di cura quel lavoro che ti consente di trovare gli stimoli che ti mantengono vitale. Tuttavia qualsiasi lavoro che si sceglie, come qualsiasi gioco, ha questa virtù. E ciascuno sceglie il gioco in cui più si diverte, e ciascuno ha il suo particolare modo di divertirsi.
I lavori (o i giochi) si possono svolgere seguendo regole ontologiche, ed in questo caso si può fare a meno della relazione e della disposizione di ascolto (quando si lavora con le persone, la relazione si può ridurre a rapporto; accade e mi accade), ma se desideriamo davvero le invenzioni o i miracoli (ovvero qualcosa che può essere davvero imprevedibile rispetto ad una serie di dati di partenza oggettivi) occorre stare in Ascolto della qualità con cui abbiamo a che fare: agire senza pre-giudizi, ciascuna volta, senza mai dare per scontato il dettaglio, la differenza. Non basta l’attitudine, la cosiddetta vocazione, occorrono curiosità, capacità di contemplazione, rigore, analisi dei limiti e delle possibilità (non oggettive ma potenziali). Cura dell’energia potenziale, studi e disposizione ad osare.
Per chi non fornisce solo un servizio che soddisfa un bisogno che colma una ipotetica oggettiva lacuna, ma per ciascuno che vuole provare a trasformare un discorso (frasi ordinate e ripetitive) in un racconto (in cui l’imprevisto e la magia sono lì per sfidare il sapere e per provocare la creatività).
Mi trovo a voler lavorare, dunque a giocare tra regole date ed inventate. Ho paura di sbagliare, ho paura di credere troppo alle mie convinzioni e di non essere abbastanza cauta. Ma in fondo, le paure non sono spaventi di cose già passate o mai incontrate?

Nulla Dies Sine Linea

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