Max’s Mood: la musica di Massimo Urbani

Gianni Denitto

Max’s Mood,  “La musica di Massimo Urbani”. Conservatorio Statale di Musica “G. Verdi”, Torino, diploma di jazz, 2006/07, docente Furio Di Castri.

Prefazione

Nel maggio 2007 acquistai un Cd, Easy to Love, Red Records. Mi avevano già parlato di Massimo Urbani, ma non avevo ancora ascoltato nulla di suo. È stato come trovarsi improvvisamente di fronte ad un bivio.
Incominciai non troppo presto a pensare alla parola “jazz”, a giocare con il sassofono mentre concludevo i miei studi di clarinetto classico al Conservatorio di Torino, con l’amato maestro e padre artistico Vittorio Muò. Si parlava di improvvisazione, ma non come concetto da studiare e approfondire, semplicemente in senso ludico. Decisi quindi quasi per gioco di iscrivermi alla classe di Jazz del Conservatorio di Torino, docente Furio di Castri, nel 2004.
Non avevo una discografia jazz, solo qualche disco, ascoltato con disattenzione. Kind of Blue, una raccolta economica di pezzi di Charlie Parker, poco altro. Sentire i miei “compagni” parlare e discutere di standards, interpretazioni, versioni, musicisti jazz mi faceva venire la pelle d’oca. Aveva un senso tutto ciò? Mi facevo mille domande, rispondendomi che non avrei voluto far parte di quel gioco.
In quel periodo ero un vero appassionato di musica elettronica: beatmade, minimalist, tek, drum’bass, experimental, ecc…Tecnologia sia da ascoltare sia da creare; il mio homestudio, sede di produzioni passate, è tuttora attivo, ma molto è cambiato. Nel frattempo incominciavo ad ascoltare con sempre meno difficoltà il jazz, lasciando progressivamente il mondo dei computer per dare priorità alla parte più umana della musica. Il mondo della produzione audio, ore e ore davanti alle macchine, comporta una scelta di vita importante: quella di suonare il computer. Ma nel computer non si soffia, è uno strumento passivo, non vive. In più è uno strumento per solitari, per cuori solitari. Non ti offre la possibilità di scambiare energia con altri musicisti, di fare musica insieme, c’è sempre uno schermo che fa da intermediario e che non permette di guardarsi negli occhi.
Improvvisare e conoscere il jazz è difficile, ci vuole dedizione e amore. In breve tempo, circa un anno, me ne sono innamorato. E dal momento in cui ho chiuso altri capitoli significativi in altri generi musicali, mi ci sono buttato dentro con tutta la mia forza. Era il gennaio 2007.
Maggio 2007.
I grandi del passato, ok. Ma Massimo è una realtà recente e sconcertante.
È stato subito amore, Easy to Love, facile da amare.
La mia tesi avrebbe dovuto affrontare un altro argomento, la musica elettronica nel jazz. Sarebbe stato un lavoro interessante, ci sarebbero tante cose da dire a riguardo, ma Urbani ha preso in un istante il sopravvento, facendomi cambiare improvvisamente idea. Già dal primo ascolto ho capito l’importanza che avrebbe avuto studiare e analizzare la musica ed il personaggio di Urbani, mi ha scioccato la sua energia, il suo modo di comunicare, le sue frasi, il suo suono,il suo mood. Decisi quindi di cambiare argomento e di affrontare una tesi fatta con il cuore più che con la testa.
Ho trovato online molte informazioni sulla sua vita. Purtroppo non ho trovato nulla che riguardasse la sua musica, tranne qualche recensione di dischi. Nessuna trascrizione, nessuna analisi. Andando avanti con il lavoro ho sentito la necessità di puntare il dito su questa mancanza e di parlare della musica di Massimo Urbani attraverso la discografia, in ordine cronologico.
I temi e gli assoli scritti sono tutti in Eb, per essere più vicini al suo spirito ed al suo pensiero. Poco o niente sui pregi e difetti dell’uomo, anche se sono parte integrante del mondo dell’improvvisazione, che mette in luce la tua personalità, oltre alla conoscenza melodico-armonico-ritmica.
Massimo Urbani mi ha cambiato, pur non avendolo né conosciuto né ascoltato dal vivo.
Questo lavoro è solo un piccolo omaggio a lui e a tutte le persone che gli sono state vicino, che hanno condiviso il bisogno di suonare con lui.

L’arrivo del free

Alla fine degli anni ’60 il jazz in Italia era ancora legato ai canoni standard del rapporto armonia-melodia. Si osservavano i movimenti culturali d’ oltreoceano, ma come tanti altri fenomeni la rivoluzione del free jazz arrivò circa dieci anni dopo il famoso manifesto di Ornette Coleman. La situazione socio-politica americana degli anni ’60, con le battaglie parallele di Malcom X e Martin Luther King si adattava perfettamente alla situazione politica italiana post ’68.
Il free jazz portò come conseguenza l’abbattimento dei codici tradizionali di ascolto, tra cui l’eliminazione delle esposizioni tematiche e di ogni dimensione tonale. Si mise in parallelo la negazione musicale con la negazione politica che studenti, intellettuali e lavoratori fecero esplodere nelle piazze e nelle scuole. Fu una fase di pura accumulazione sonora dove il significato è nel rifiuto del passato.
Non tutti i musicisti italiani di free possedevano una specifica coscienza politica; alcuni di loro si muovevano sull’onda della moda culturale. Ma la “poetica musicale” era allora strettamente incarnata con il “reale”. In più i giovani erano influenzati dal rock, genere ben più seguito e ascoltato, con suoni cattivi ed istanze liberatorie. Grazie alla fusione tra jazz e rock molte persone allargarono il proprio bacino di ascolto.
Nei primi anni ’70 il jazz cominciò finalmente ad affermarsi nel panorama delle forme musicali preferite dai giovani italiani. Il clima politico rese possibile portarlo nelle Feste de l’Unità o in altre manifestazioni di massa ed esporlo ad un uditorio impreparato ma pieno di curiosità e sincera voglia di capire; ben più stimolante dell’asfittica cerchia degli appassionati puri.
Il 23 agosto 1973 è la data del primo concerto della prima edizione di Umbria Jazz. Fu subito chiaro che si trattava di una buona idea, come testimoniò il grande successo di pubblico, a dispetto di una promozione approssimativa (la gestazione del processo fu velocissima: dalla visione alla realizzazione concreta passarono pochissimi mesi). Inizialmente Umbria Jazz assunse una formula “itinerante”. Il festival si spostava, ogni sera, da una città all’altra, in una sorta di pittoresco viaggio disorganizzato per i tanti luoghi suggestivi della regione. Aveva un gran pregio: i concerti erano gratuiti. Per ascoltare musica non si pagava nessun biglietto, in una fase storica in cui i giovani consideravano la musica come una sorte di servizio sociale. Per il jazz italiano fu uno shock.
Il jazz entrò nella piazza dell’Umbria, l’agorà dove si è sempre svolta la vita civile e sociale della sua gente. Da allora il jazz e la piazza convivono, e festival di questo tipo nacquero in tutta Italia. Oltre che uno shock per l’Umbria fu un incredibile spot promozionale, perché musica e ambienti si intrecciarono con inedite suggestioni. L’immagine di quelle piazze stracolme di gente fece il giro dell’Italia e sbarcò perfino in America… Era in atto una progressiva radicalizzazione in senso politico del jazz, si privilegiava il messaggio sociale, il contenuto della protesta e della rivolta. Contemporaneamente questa forma musicale approda anche nei Conservatori, dove inizia a essere studiata e insegnata. Roma era al centro di questo fermento insieme a Milano e a Torino.

Massimo Urbani, enfant prodige

In questo contesto si trova a passare la propria adolescenza Massimo Urbani. Nasce l’8 maggio 1957 in un quartiere definito “dormitorio” a nord ovest di Roma, Montemario, luogo che non abbandonerà mai e che considerò sempre “il posto più bello del mondo”.
Primogenito, lo seguiranno Maurizio, Gianni, Marco e Barbara. Una famiglia numerosa e di modesta condizione. Il padre, Ugo, ha fatto vari lavori, il fabbro, il bidello, l’infermiere. Massimo ha preso tantissimo dal padre, sono identici il sorriso, il modo di essere e di scherzare. La mamma, Maria Teresa Tamantini, era originaria di Monterosi; un’ottima mamma, sempre disponibile e vicina ai figli. Dalla frequentazione delle bande musicali, quella di quartiere e quella di Camerata Nuova (paese paterno), nasce il suo interesse per la musica. Il nonno di Massimo non capiva niente di arte ma adorava la banda, fu lui a comprargli il primo clarinetto, a undici anni.
A quattordici passò al sax alto. Ci mise poco a capire come funzionava: a quindici anni il suo nome era sulla bocca di tutti. La precocità di Massimo è stata spesso oggetto di meraviglia. Nel 1971 suonò in piccole formazioni amatoriali di Rhythm ‘n Blues, con lo zio Luciano alla batteria. Lavorò anche in gruppi di musica leggera con il batterista Sandro Montani.
Massimo smise di andare a scuola a dodici anni, studiava il sassofono otto dieci ore al giorno. Chiunque passava da via Dati, sentiva un sassofono suonare. Il baritonista Tony Formichella lo invitò alle prime jam session al Folkstudio di via Garibaldi, Roma. Qui Mario Schiano, sassofonista napoletano di stampo free, nelle jam session del 1972 notò Massimo.

L’ultimo periodo. The Blessing.

Nella discografia ufficiale troviamo tre incisioni in studio dall’88 al ’93. Il Cd “Urlo”, inciso nell’88 in studio uscirà postumo nel 1994.
Registra “Out of Nowhere” nel ’90 per la Splasc(h) con musicisti siciliani. Massimo non era un buon manager di se stesso, spesso suonava con ritmiche locali e con musicisti che non erano al suo livello. Questo disco dimostra la netta superiorità tecnico-musicale-spirituale di Max, che riusciva a dare tutto anche se non perfettamente seguito dalla sezione ritmica.
Per l’etichetta “Sentemo” incide “Round About…Max with strings”. Questa è un’ulteriore analogia con il mito di Parker: suonare insieme ad una sezione d’archi, così anomala nel mondo del jazz e soprattutto del be-bop. È uno dei pochi album che mi è stato impossibile reperire, invendibile, introvabile, sia on-line sia nei negozi. Veramente un peccato.
Il capolavoro, l’ultimo album registrato nel 1993 per Red Records, che da sempre ha garantito a Massimo Urbani registrazioni di qualità e di livello, è The Blessing. La copertina lo ritrae in piccolo mentre suona. Suona e guarda un Charlie Parker sorridente, enorme la sua foto rispetto a quella di Max. È ancora una volta un richiamo. Non sono d’accordo con coloro che definiscono Urbani il Charlie Parker italiano, anche se le analogie sono tante. In lui ci sono tutti i musicisti che ha ascoltato e metabolizzato, da Coltrane a Lee Konitz, da Albert Ayler ad Ornette Coleman. Parker ha cambiato in modo radicale il linguaggio del jazz, ed è quasi impossibile non avere richiami stilistici verso il grande altosassofonista di Kansas City.
Tra Parker e Urbani era simile lo stile di vita, sempre al massimo, senza limiti.
Dice Tony Scott: Nessuno può suonare proprio come Charlie Parker, aveva un linguaggio e un’ espressione mai sentita. Il più vicino era Sonny Stitt, ma Charlie Parker è come il sole, se ti avvicini ti bruci. Pure Massimo si è bruciato, perché il mondo di Charlie Parker è alcool, droga e donne e la sua musica.
In The Blessing c’e’ Danilo Rea al pianoforte, Giovanni Tommaso al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Un solo brano, Blues for Bird, è composto da Urbani e suonato da solo, a cappella. All’ascolto il sax di Massimo è molto toccante, un inno alla musica, uno sfogo. Altro brano di Bird presente nell’album è My little suede Shoes, uno dei brani più solari scritti da Charlie Parker…
Due brani di Giovanni Tommaso, un brano di Roberto Gatto, gli altri standard. La seduta d’incisione per la Red Record riporta la piena maturità stilistica del sassofonista, a quattro mesi dalla sua morte.
L’eccesso di alcool e di droga sconfiggono Max che viene a mancare il 24 giugno 1993 a Roma. Una incredibile perdita per il mondo del jazz. Un fedele ritratto per immagini del musicista è quello tracciato dal regista Paolo Colangeli nel documentario Massimo Urbani nella fabbrica abbandonata. Le prime sequenze ci mostrano il sassofonista mentre suona da solo in un vecchio capannone industriale, come a sottolineare la forte individualità che caratterizza la sua concezione della musica. Poi è lui stesso a raccontarsi, a parlare della sua vita, delle sue scelte e del suo rapporto tormentato con le droghe. Le scene successive si svolgono di notte, su un’automobile che percorre le strade di Roma. Massimo suona il suo strumento e risponde alle domande dell’intervistatore. La città che scorre attraverso i vetri dei finestrini appare cupa, difficile, poco ospitale e soltanto a tratti Urbani ritrova il sorriso, quel lampo nello sguardo, quella gioia e quell’energia che si riverberano nella sua musica.

Nulla Dies Sine Linea

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2 pensieri su “Max’s Mood: la musica di Massimo Urbani

  1. Ciao Gianni,

    mi ha fatto molto piacere leggere e “sentire” questo tuo ritratto di Massimo.
    In effetti della sua musica se ne parla sempre troppo poco e della sua figura, spesso, in modo folclorico e sbagliato.

    Per assurdo Max ha avuto più attenzioni quando era in vita,
    raro caso di agiografia laica ed al contrario,
    una vita normale, geniale, semplice ed unica com’era Massimo, uomo abbastanza difficile e tanto facile da amare.

    Anche io ho cercato di lasciare una traccia dei miei ricordi sparsi nella rete, e mi farebbe molto piacere, se anche tu lo vorrai, approfondire la tematica attraverso la lettura della tua tesi.

    Se puoi,
    contattami.

    Grazie Man,
    Mr. J.

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