I femminicidi di Ciudad Juárez

Salvatore Smedile

Ciudad Juarez. Copertina.

Ciudad Juárez. La violenza sulle donne in America Latina, l’impunità, la resistenza delle Madri (a cura di Silvia Giletti Benso e Laura Silvestri, Franco Angeli, Milano 2010).

Sobborghi di Ciudad Juárez. Teresita, una giovane dipendente di una delle tante maquilas, conclude il suo turno stanca e felice di poter tornare a casa. La settimana è stata dura ma almeno le rimangono degli spiccioli per acquistare qualcosa che la faccia sentire viva. Veste come tante ragazze della sua età. Capelli lunghi, gonna corta, borsetta da quattro soldi ma appariscente. Un lieve profumo da supermercato. Sulla strada che porta alla fermata del pullman, un lungo fiume di persone taciturne. Lo sguardo di Teresita è rivolto a terra e i suoi pensieri vanno alle fantasie che non potrà mai realizzare. A cento metri, parcheggiato sulla destra, un suv scuro e lucido attende con pazienza la sua vittima. In un batter d’occhio Teresita viene prelevata di forza. Non ha il tempo di capire cosa succede, ma noi possiamo immaginarlo attraverso i libri e gli articoli che abbiamo letto. La storia di Teresita non è stata difficile da inventare perché assomiglia a quella di centinaia di donne di Juarez che non sono mai più tornate a casa. “Non è nulla diranno”, scrive Sergio Gonzàlez Rodriguez nel suo Ossa nel deserto, riferimento per chiunque tenti di orientarsi tra i delitti della frontera. Lì, in quella terra sconsacrata a tratti invalicabile e a tratti simbiotica tra il Messico e gli USA, ha sopravvento un’illegalità sotterranea che stabilisce nuovi ordini sociali fondati sul sopruso e sull’impunità. Un potere malefico fatto di uomini dentro lo Stato che pone le sue condizioni. Morire o vivere è indifferente a Juárez: essere trucidata in quanto donna, sparire dal mondo, venire inghiottita da un arcano desiderio di possesso, capita con frequenza. Quello che più sconvolge è che l’alto numero di uccisioni avvenga pressoché nell’indifferenza generale.
In una sala affollata del Circolo dei Lettori di Torino, durante una recente presentazione del nuovo libro su Ciudad Juárez, l’impressione era di una diffusa ignoranza sull’argomento. “Non immaginavo, non sapevo”, si sentiva dire tra il pubblico. Qui sta la forza di un potere che domina a tutti i livelli e che nessuno scalfisce. Bisogna riconoscere che ultimamente Internazionale (Ed Vulliamy dell’Observer e Sabino Bastidas Colina del Pais), La Repubblica (Don Winslow e Vittorio Zucconi) e La Stampa (Mimmo Candito) ne hanno parlato dettagliatamente ma solo a seguito dell’uccisione, da parte dei narcos, di una funzionaria del consolato Usa e di suo marito.
Sulla copertina del volume, croci rosa come “muta testimonianza simbolica degli oltre cinquecento femminicidi compiuti dal 1993 a oggi e delle migliaia di donne desaparecidos”. Giletti Benso apre i lavori con una suddivisione di paragrafi che mettono a fuoco il fenomeno. Alcuni potrebbero essere i capitoli di un lungo saggio e mettono in evidenza i fili di una trama molto complessa. “Nelle guerre di quarta generazione lo stato perde il monopolio della guerra e può essere attaccato da un ristretto numero di individui”, sostiene William Lind, teorico della marina militare americana. È quanto sta accadendo al Messico delegittimato dai cartelli della droga. Viene da chiedersi con quale coraggio il Vescovo di Ciudad Juárez dichiari che “questi fatti succedono a persone lontane dalla Chiesa, prive di valori e per questo punite”. Come si possono affermare ipocrisie di tale portata?
Il libro, scritto a più voci e pulsante di saperi diversi, cerca di individuare delle risposte.
Patrizia Peinetti nel suo Diniego e percorsi della verità, paragona i meccanismi di negazione degli omicidi di Juárez con quelli utilizzati dal nazismo e dalla dittatura argentina. Le donne a Juárez vengono uccise due volte perché oltre a non trovare i mandanti delle loro morti vengono screditate nella maniera più vile: “torna utile al sistema trasformarle in prostitute, persone al di fuori dei margini, così la loro morte non tocca le persone per bene”.
Numerose sono le firme illustri di questa antologia dell’orrore che prende spunto da una cruda realtà al di là di ogni possibile fantasia. Per fare alcuni nomi: la giornalista Diana Washington Valdez, l’antropologa Rita Laura Sagato, la sociologa Servando Pineda, l’esperta di diritto pubblico Stefania Ninatti. Il loro è un contributo collegiale, un tentativo di enucleare, di portare alla ragione ciò che apparentemente sembra senza logica. Assolutamente illuminante è l’analisi della Sagato. Muovendosi su un livello di spiegazione che confina con la semantica interpreta i femminicidi come un sistema di comunicazione in cui circolano messaggi emanati in codice: “Nella lingua del femminicidio, il corpo femminile significa anche territorio… Quando insemina il territorio-corpo della donna, la sessualità riversata su di esso esprime la pura volontà di potenza addomesticatrice”.
Oltre a contributi di attivisti di Amnesty International e di giornalisti che hanno a cuore la questione di Juárez, è straordinario l’apporto di Manuelita Simmental, membra di Nuestras Hijas de regreso a Casa e madre di Elena, una delle tante ragazze scomparse. La sua testimonianza è il racconto semplice e concreto di un’esistenza che non ha mai smesso di sperare. Matrimonio, figli, maquila, doppio lavoro, alcolismo del marito, violenze e umiliazioni. Poi, un giorno qualsiasi, l’ulteriore e inspiegabile affronto: “lavorava solo da dieci giorni quando è uscita di casa e non è più arrivata”. Elena sparisce nel nulla e a sua madre, insieme a tante altre madri come lei, non rimane che la lotta per il diritto primario della convivenza civile, per una giustizia uguale per tutti. Manuelita non si arrende all’idea di un mondo governato dalla sopraffazione: “per me l’inferno non esiste… Come sarebbe che siamo condannati a vagabondare di qui e di là? No, non è giusto”.

Nulla Dies Sine Linea

↑ Grab this Headline Animator

Bookmark and Share

Advertisements

One thought on “I femminicidi di Ciudad Juárez

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...