La casa proibita – parte quinta

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazioni)

Il buio, questo immenso mare in cui a volte mi perderei senza indecisioni. Anche nella paura di una forza più grande c’è il desiderio di andargli incontro, di abbandonarsi alle sue retrovie dove può succedere di tutto. Che piangi o ridi, che ti nascondi o ti rifugi, che ti dissolvi, che impari a non aver paura, che ti puoi nascondere come in nessun altro luogo.
Osvald!, sentivo chiamare dalla cucina. Osvald, vieni fuori!
Mi accucciavo in un angolo e mi tappavo le orecchie. Mi avete mandato quaggiù?… Ora mi dovete cercare, pensavo col batticuore. Perché ero piccolo e perché ancora non distinguevo la cantina dal resto della casa.
Per fortuna ora sono con Frida.
Osvald, quanto rimanevi in cantina?
Ci stavo un bel po’.
Ti divertivi, vero?
Si e no…
Si o no?
Più sì che no…

Era molto profonda la cantina. Un vero sotterraneo, un mondo sotto un altro mondo. Ci mettevamo le biciclette, mio padre conservava il vino, l’olio, le patate che coltivava, le mele che compravamo al mercato dei contadini, frutta secca, varie conserverie che all’epoca erano di moda. Si era quasi autosufficienti. Salami, prosciutti, formaggi, oche e anatre sotto strutto, casse di birra. Insomma, non ci mancava niente. Ci andavo con i miei compagni a giocare. L’odore di muffa, il fresco e l’oscurità facevano la differenza con altri giochi. Che fosse estate o inverno la mia cantina era il mio rifugio per le noie. Con Lucio, più grande di me di due anni, facevamo finta di essere dei combattenti pronti a tutto e al servizio di Spartacus, il nostro eroe preferito. A volte si esagerava e ci si faceva male. Alcuni angoli della cantina diventano forme nemiche su cui abbattere le nostre spade di legno e le nostre ire. A forza di picchiare sui muri, nelle mani ci conficcavamo delle spine che non si toglievamo più.
Ancora quelle maledette spine!… Quante volte ti ho detto che non devi giocare a guardie e ladri!
A Spartacus…
Ma e sempre un gioco di balordi.
Balordi… che vuol dire?
Chiedilo a tuo padre.

Le conversazioni durante i pasti erano più o meno sempre le stesse. Mia madre partiva in quarta e alla fine dovevo sempre vedermela con mio padre.
Osvald, cosa c’era laggiù?
Ancora oggi mi incanto quando penso a certe scene del passato. Sento una voce fuori campo che riunisce tutti i nessi apparentemente ostili e distanti. Una specie di oracolo che mette ordine tra le immagini. Mi incanto, mi fermo improvvisamente e ascolto.
Osvald dove sei?
Frida mi risveglia dal sogno con vigore.
Vuoi sapere della cantina…
Dove sei…?

Non potevo dire proprio tutto a Frida. In cantina ci andavo anche con Betta. Non a fare chissà che: aveva la mia età, era in classe con me, i nostri genitori si frequentavano, ci eravamo simpatici, ci piacevamo. Ci divertivamo a fare i grandi. Immaginavamo di guardare la tivù, di discutere dei figli, di pianificare il futuro della famiglia e di fare l’amore senza sapere esattamente come fare. Qualche idea la rubavamo ai fotoromanzi e ai fumetti, qualche frase ai genitori troppo sicuri della nostra innocenza. Ad un certo punto ci avvicinavamo, ci toccavamo e pensavamo di fare quella cosa che i grandi chiamavano amore.
No, questo proprio non mi andava di dirlo a Frida. Era una faccenda tra me e Betta. E allora, senza inventarmi nulla, raccontavo della mia cantina. Che ci andavo con i miei amici in cerca di segreti, che mi nascondevo e che mi piaceva farmi aspettare e che mi sarebbe piaciuto andarci con lei.
Ma cosa facciamo in quel buio?
Se vieni ti faccio vedere?
Cosa?
Tu vieni…

Solo una volta sono riuscito a portare Frida in cantina. Quando ormai eravamo sufficientemente grandi per capire che c’erano altri posti per stare vicini.

Nulla Dies Sine Linea

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2 thoughts on “La casa proibita – parte quinta

  1. dario tozzoli ha detto:

    Cari Smedi e Albert il vostro sodalizio parola/immagine si va sempre più raffinando. Complimenti. Darius

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