Sindone: reliquia o icona?

Davide Picatto

Illustrazione di un manoscritto ungherese del 1192-1195 con la sepoltura e la resurrezione del Cristo. Immagine di dominio pubblico.

Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò.Matteo, 27, 59-60.
Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto.Luca, 24, 12.
…correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende giacenti, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende giacenti, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non giacente con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.Giovanni, 28, 4-8.

Nel I secolo gli usi funebri giudaici prevedevano la sepoltura del defunto nel giorno stesso della sua morte: il corpo veniva lavato e unto con sostanze profumate, la testa avvolta in una stoffa per impedire alla bocca di aprirsi e la salma veniva vestita con abiti generalmente di lino.
Giovanni ci racconta nel suo vangelo che Giuseppe d’Arimatea “andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre (33 kg). Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo legarono con bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei.” (19, 38-40). Gli altri tre evangelisti vanno meno nel dettaglio e parlano solo di un lenzuolo (sindòn) o di bende (othonia) usate per avvolgere il corpo del Cristo senza menzionare un trattamento del cadavere. Solo Giovanni e Luca parleranno di questi teli anche dopo la resurrezione, scoperti da Simon Pietro all’interno del sepolcro. I vangeli fanno un po’ di confusione sulla forma assunta dal telo: per Matteo, Marco e Luca si tratta di un lenzuolo, ma lo stesso Luca poi lo indica come costituito da bende. Giovanni invece parla del corpo legato con bende e di un sudario che era stato posto sul capo. In nessun caso vi è neppure un accenno alla presenza sulla sindone dell’immagine di un uomo, e nemmeno se ne parla nei Vangeli apocrifi. Quello di Gamaliele, scritto in copto nel IV secolo, ma forse di origini più antiche, sostiene che Ponzio Pilato “prese le bende mortuarie, le abbracciò e, per la grande gioia, scoppiò in lacrime quasi che avvolgessero Gesù”: il testo, sebbene poco attendibile storicamente, continua raccontandoci come le bende divennero oggetto miracoloso di culto, attestandone quindi un uso (immaginario o reale) di reliquia.
Il culto di bende, di un sudario o di un lenzuolo funebre in cui sarebbe stato avvolto il Cristo compare anche nell’opera De locis sanctis, scritta dal monaco Adamnano nel 698. Descrive il pellegrinaggio del vescovo Arculfo compiuto a Gerusalemme attorno al 670 e del ritrovamento da parte sua del sudario di Cristo “che era stato posto sul suo capo nel sepolcro” (1, 10): esso sarebbe stato conservato da un giudeo e tramandato come patrimonio di famiglia. Arculfo avrebbe anche baciato il lino che era lungo “quasi otto piedi” (2,3 metri). Sarà invece Papa Stefano II (752-757) uno dei primi a parlare della presenza di immagini scrivendo che la figura del volto e dell’intero corpo di Gesù è stata “divinamente trasferita” sul lenzuolo.

Icona ispirata al Mandylion. Immagine di dominio pubblico

Che i lini siano stati raccolti dopo la morte di Gesù e chi e come li avrebbe conservati non è dato sapersi. Sebbene alcuni testi documentino un culto del lenzuolo funebre, storicamente non esistono prove sull’autenticità di queste reliquie. In un’epoca in cui queste si diffondevano su larga scala e in cui sorgeva il culto delle icone, diverse sono le testimonianze di oggetti simili alla Sindone: una delle più celebri si riferisce al Mandylion, un telo su cui Gesù si sarebbe asciugato il volto e che, portato al re di Edessa Agbar V Ukama, avrebbe miracolosamente guarito il sovrano da una malattia. Questi lo avrebbe poi collocato su una tavola dorata. La prima notizia attendibile sul Mandylion è di Evagrio Scolastico (594) secondo il quale Edessa fu liberata dall’assedio Sasanide, posto dal re Cosroe I Anushirvan nel 544, grazie all’immagine sacra, e anche un inno coevo ne riferisce l’esistenza. Prima di tale data non ci sono fonti che ne parlino, e quindi è impossibile stabilire con certezza quale sia la sua origine: secondo alcuni studiosi, che tendono ad identificarlo con la Sindone di Torino, si tratterebbe del lenzuolo funerario del Cristo conservato ad Edessa oppure arrivato lì da Antiochia dove lo avrebbe portato Pietro, nonostante i testi si riferiscano ad esso come un semplice panno usato in vita da Gesù per detergersi il volto. La storia successiva del Mandylion è meglio documentata: dopo che Edessa fu conquistata dai musulmani, nel 944 il generale bizantino Giovanni Curcuas, in cambio di duecento prigionieri islamici, lo recuperò e lo portò a Costantinopoli dove il suo arrivo veniva ricordato in una festa liturgica il 16 agosto. Oggetto di particolare venerazione da parte degli imperatori bizantini, fu collocato alle Blacherne, presso la residenza imperiale. Nel 1204 la IV crociata, deviata su Costantinopoli, portò al saccheggio della città. Il bottino, spartito fra i latini e in larga misura usato per pagare a Venezia il tributo dovuto per il trasporto via mare, fu enorme e comprendeva opere d’arte e reliquie che vennero portate in occidente. Il Mandylion scomparve, e non se ne seppe più nulla.
Sebbene le fonti lo descrivano come una sorta di fazzoletto su cui l’immagine si limiti al volto del Cristo, per alcuni studiosi il Mandylion, piegato in otto e collocato in un reliquiario che ne mostrava solo il viso, sarebbe da identificarsi con la Sindone di Torino, e ciò spiegherebbe l’assenza di documentazione su quest’ultima prima del XIV secolo e la scomparsa del primo dopo la IV crociata. Parecchi sono però i contestatori di questa ipotesi: in mancanza di dati sicuri e con la presenza di fonti storiche che descrivono in maniera diversa i due teli, è difficile poter affermare la loro corrispondenza. Ne La conquête de Constantinople Robert de Clary menziona addirittura la venerazione di entrambi i teli nella capitale bizantina al momento della crociata.

Il Sudario di Oviedo.

Altri oggetti sono comparabili con la Sindone di Torino, come il sudario conservato nella cattedrale di Oviedo, di dimensioni inferiori (84×53 cm), che presenta alcune macchie di sangue, ma nessuna immagine. Secondo alcuni sarebbe stato usato non nel sepolcro, ma solo dopo la deposizione dalla croce per coprire la testa di Gesù. Giunto in Spagna probabilmente dal Nordafrica, fu portato da Toledo ad Oviedo nella prima metà del IX secolo. Secondo alcuni studiosi, gruppo sanguigno e DNA coincidono con quelli delle macchie di sangue sul lenzuolo di Torino. Anche la tessitura dei due teli sarebbe simile e l’analisi dei pollini è compatibile con una sua origine palestinese. La datazione con il carbonio-14 fa risalire il sudario al 680 circa, periodo della sua comparsa in Europa secondo le fonti storiche.
Nel 1208 a Besançon comparve un’altra reliquia legata alla passione: un telo più piccolo di quello di Torino (1,3×2,6 m) che recava l’immagine anteriore di un uomo. Apparentemente distrutta nel 1349 durante un incendio, fu ritrovata trentanni dopo in un armadio della cattedrale per poi scomparire definitivamente in occasione della Rivoluzione Francese. Alcuni ritengono che questa fosse il Mandylion, mentre un’altra ipotesi vuole che la Sindone di Torino ne sia una copia realizzata a Lirey per sfruttare la fama dell’originale ed attirare pellegrini: ciò sarebbe confermato dal fatto che dopo la prima ostensione del 1357 il vescovo di Troyes chiese di poter esaminare la reliquia per verificarne l’autenticità, ma il telo fu tenuto nascosto fino al 1389.

La Sindone di Torino, fotografia di Giuseppe Enrie, 1931. Immagine di dominio pubblico.

La Sindone di Torino compare nelle fonti storiche a partire dalla metà del XIV secolo, e nulla si sa di essa in precedenza. Parecchie sono le controversie sulla sua autenticità e sulla sua datazione: chi la crede il lenzuolo funebre originale del Cristo conservato fin dal I secolo, chi una copia medievale, chi la identifica con il Mandylion. Quello che è certo è che apparve quando il cavaliere Goffredo di Charny, il 20 giugno del 1353, la donò alla collegiata di una chiesa di Lirey da lui fondata; tuttavia non sappiamo come ne sia venuto in possesso. Nel 1357 avvenne la prima ostensione, e con essa nacquero i primi dubbi sulla sua autenticità. Nascosta ed impedito un qualsiasi tipo di esame su di essa (una lettera successiva parla di un pittore anonimo che avrebbe ammesso di averla dipinta e del fatto che non può essere autentica in quanto i Vangeli non parlano di un’immagine sul lenzuolo, mentre alcune bolle papali la definiscono una “rappresentazione”, dunque non originale), nel 1453 fu venduta da Margherita di Charny ai duchi di Savoia e portata a Chambéry dove fu danneggiata da un incendio nel 1532. Quando i Savoia trasferirono la capitale a Torino, la Sindone li seguì ed ancora oggi è conservata nel Duomo. Nel 1983 fu lasciata alla morte di Umberto II in eredità al Papa che la diede in custodia all’Arcivescovo di Torino.
È un lenzuolo di lino di 442×113 cm che reca l’immagine più scura di un uomo nudo, barbuto e dai capelli lunghi, chiamato l’Uomo della Sindone, visto frontalmente e di spalle, le due figure allineate alla testa. Ai polsi, ai piedi e sul petto ha varie ferite compatibili con quelle che potrebbero essere state provocate dai chiodi di una crocifissione e dalla lancia di Longino, il soldato romano che secondo il Vangelo trafisse il costato di Gesù per controllare che fosse morto.
Reliquia o icona? Autentico lenzuolo funerario del Cristo o una raffigurazione? Per rispondere a questa domanda si è scatenata la scienza, e ancora oggi non c’è una soluzione: una visione univoca è resa impossibile dall’inserzione nella questione della fede che rende difficoltosa una opinione oggettiva. “Si è introdotta senza necessità una questione religiosa in un problema che, in sé, è puramente scientifico, con il risultato che le passioni si sono scaldate e la ragione è stata fuorviata”: questo disse Yves Delage nel 1902.
La Chiesa non riconosce ufficialmente nella Sindone una reliquia della passione del Cristo, ma ne autorizza il culto: il suo atteggiamento ambiguo è confermato dalle opinioni di alcuni pontefici, fra cui Giovanni Paolo II, che l’hanno ritenuta autentica. Il problema sta nel fatto che, sebbene sia al momento assolutamente indimostrata la sua autenticità, gli stessi esami scientifici hanno dato esiti controversi e raramente chiarificatori. Due sono i grandi dilemmi: la datazione e la formazione dell’immagine.
L’Uomo della Sindone non è dipinto, e il suo colore differisce da quello del resto del tessuto per una maggiore intensità che riguarda solo la parte più superficiale delle fibre di lino. In corrispondenza delle eventuali ferite vi sono macchie al di sotto delle quali la figura è assente. Un punto sottolineato dai detrattori è che l’immagine risulta essere una proiezione verticale della figura, cosa che non sarebbe occorsa con una formazione per “contatto” con il corpo, nel qual caso il viso, ad esempio, sarebbe dovuto apparire assai più largo. Molte sono le ipotesi sull’origine dell’immagine, ma nessuna è accolta univocamente dagli studiosi: si va dai vapori della decomposizione che interagendo con tessuto e aromi avrebbero impresso la figura (ma la diffusione avrebbe coinvolto tutte le direzioni, non una sola, e comunque il risultato non sarebbe dovuto essere una proiezione verticale, bensì un’immagine deformata) a una radiazione di luce, neutroni o protoni (ma quale la fonte dell’energia?); dall’effetto corona, una scarica formata da un campo elettrico (e questo come si sarebbe costituito?) alla pittura (ma non vi è traccia di pigmenti); dalla strinatura, una bruciatura superficiale ottenuta appoggiando il tessuto su un bassorilievo arroventato (le riproduzioni in questo senso hanno caratteristiche diverse dalla Sindone), ad un effetto fotografico (ma tale tecnologia si è diffusa solo dal XIX secolo); da una alterazione delle fibre ad opera di sostanze chimiche presenti nei pigmenti poi non conservatisi ad una formazione dovuta all’energia prodotta durante la resurrezione…
Gli esami fatti sulle macchie a partire dal 1978, a differenza dei primi effettuati nel 1973, hanno concluso (con la concordia quasi unanime degli esperti) che queste siano costituite da sangue umano di gruppo AB, alcune formatesi prima ed altre dopo la morte. Il gruppo sanguigno pare essersi diffuso in Europa (gruppo dominante A) solo dopo il contatto con popolazioni mongole (B) intorno all’VIII secolo, ma poco si sa della situazione nella Palestina del I secolo.
La datazione risulta ancora più tormentata, nonostante le tecniche scientifiche attuali: sebbene alcuni studiosi affermino che sulle palpebre ci sia l’impronta di due monete coniate da Ponzio Pilato, molti affermano che l’immagine non abbia una definizione sufficiente per distinguerle, e comunque esse fornirebbero solo una datazione post quem che non escluderebbe un loro utilizzo anche in secoli successivi alla data di emissione. Qualcosa in più si sperava di ottenere dall’esame del carbonio-14, eseguita in maniera indipendente nel 1988 da tre laboratori (Oxford, Tucson, Zurigo), che diedero come risultato il 1260-1390, datazione compatibile con la comparsa documentale dell’oggetto. Il test non è però ritenuto attendibile da tutti: secondo l’Amstar (American Shroud of Turin Association for Research) il campione usato per le analisi fu prelevato da un lembo del lenzuolo ritessuto in epoca successiva, fatto però smentito dagli esperti che nel 2002 hanno ripulito la stoffa escludendo la presenza di rammendi non pertinenti al tessuto originale.
Secondo alcuni sarebbe determinante il fatto che le eventuali ferite da crocifissione presenti non siano congrue con le rappresentazioni artistiche successive all’epoca romana, quando il Cristo mostra sempre i segni dei chiodi nei palmi delle mani, mentre in realtà questi venivano piantati nei polsi per impedire che i tessuti si lacerassero sotto il peso del corpo: sulla Sindone essi si troverebbero al posto giusto, il che potrebbe escludere l’ipotesi di una realizzazione medievale.
L’analisi della tessitura ha evidenziato come questa sia di un tipo, quella con torcitura Z, poco diffuso nell’area palestinese all’epoca di Gesù e più usato invece a occidente. I ritrovamenti archeologici nelle sepolture coeve in realtà testimoniano l’uso di tecniche di tessitura diverse, ma in tutti i casi c’è un uso di molteplici teli e di corde per tenere avvolto il corpo: non era comune all’epoca l’uso di un unico lenzuolo, mentre è documentata la presenza di una sindone sul corpo e di un panno più piccolo sul volto, come peraltro sembrerebbe indicare il Vangelo di Giovanni.
Gli esami palinologici hanno rivelato la presenza sul tessuto di pollini di piante diffuse nella Palestina e nell’Asia Minore, dato che viene ripreso da coloro che sostengono che la Sindone coincida con il Mandylion e che quindi abbia soggiornato a Edessa e a Costantinopoli. Questo studio, svolto dal criminologo svizzero Max Frei Sulzer, fu duramente criticato per un’accusa di manipolazione dei campioni: infatti mancherebbero i documenti originali sulle analisi e queste, ripetute da altri scienziati, hanno dato risultati differenti. Il criminologo fu poi screditato scientificamente per un suo coinvolgimento nell’autenticazione dei falsi diari di Hitler.

Il volto dell'Uomo della Sindone visto in positivo ed in negativo. Immagine di dominio pubblico.

Vi è anche un tentativo di datazione iconografica, basata sulle coincidenze che corrono fra il volto dell’Uomo della Sindone e quello che nell’arte viene usato per ritrarre Cristo, in particolare la presenza della barba e dei capelli lunghi. Grande è anche la similitudine con il Mandylion o, meglio, con le raffigurazioni di esso che ci sono giunte e che ce lo mostrano monocromo. In realtà non è dimostrabile che le opere artistiche si siano ispirate al telo, in quanto potrebbe essere stato l’autore stesso della Sindone ad essersi ispirato in epoca medievale alle opere artistiche precedenti. Nei primi secoli dell’era cristiana Gesù è rappresentato giovane ed imberbe, e solo in seguito si diffonde la versione “classica” che secondo alcuni sarebbe stata ispirata in ambiente bizantino proprio dal Mandylion. Un’altra ipotesi proposta è dettata da una caratteristica tipica delle icone a partire dal secondo millennio: la cosiddetta “curva bizantina”, ovvero lo spostamento su un lato del corpo di Gesù in croce, quasi che avesse una gamba più corta. Questa posizione sarebbe dovuta alla Sindone, dove la gamba sinistra appare più corta a causa della rigidità cadaverica che l’ha leggermente flessa.

Allo stato attuale, vista la confusione delle fonti, delle analisi, dei dati archeologici, storici ed artistici, nonché la quantità di reliquie (vere o false) e di icone venerate nel medioevo, individuare con certezza nella Sindone di Torino il lenzuolo funerario in cui era stato avvolto il corpo di Cristo secondo i Vangeli è impossibile. Rimane intatto il fascino di un oggetto che rappresenta uno degli aspetti fondamentali del cristianesimo e che per questo motivo viene ancora oggi da molti caricato di una forza che può essere giustificata solo come un atto di fede. Il pericolo è che questa possa continuare a influenzarne lo studio storico-scientifico.

Nulla Dies Sine Linea

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5 thoughts on “Sindone: reliquia o icona?

  1. Giovanni Guizzardi ha detto:

    Argomento tanto frequentato ma sempre affascinante. Tra le tante corbellerie che mi è capitato di leggere sulla sindome una delle più suggestive è quella proposta da Christopher Knight e Robert Lomas nel loro suggestivo saggio “Il secondo Messia”. Secondo loro, nella sindome c’è l’immagine di Jacques De Molay, l’ultimo gran maestro dei templari, torturato e giustiziato a Parigi nel 1314.

  2. Enzo Bianco ha detto:

    Provo grande fastidio per l’ambiguità della Chiesa.
    Benedetto XVI ha invitato tutti, domenica scorsa all’Angelus (o come altro si chiamava l’itervento di domenica 11 aprile u. s.), a cercare nella Sindone il volto di Gesù.
    Lo faccia egli stesso!
    Per me Gesù, al di là delle costruzioni teologiche e delle cronache evangeliche, è un volto di verità e la verità mal si concilia con l’evidente resistenza della Chiesa all’uso della Scienza per accertamenti che, grazie alle tecnologie oggi esistenti, potrebbero dare molte risposte agli interrogativi sulla Sindone.
    Nonostante lo sforzo di proporre l’Ostensione in termini “politicamente corretti” e l’abilità in tal senso di tutta l’accorta regia che le sta dietro, la mia sensibilità, di fronte all’attuale contesto dell’evento torinese, mi suggerisce immagini di falsari, simoniaci, ciarlatani.
    Gesù di Nazaret non era politicamente corretto e questo suo modo d’essere lo ha pagato con la vita, tra le torture.
    L’immagine su di un lenzuolo di un uomo crocifisso mi emoziona, ma l’uso che se ne fa mi indigna.
    Cambi rotta chi pretende di essere il depositario del messaggio di Gesù.

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