Un’inutile curiosità sulla morte di Mussolini

Giovanni Guizzardi

Piazzale Loreto, i corpi esposti di Mussolini (secondo da sinistra) e di Petacci (il terzo). Immagine di dominio pubblico.

Negli ultimi anni mi sono appassionato ad una vicenda che in teoria non dovrebbe avere che scarsissima importanza storica. Tutto cominciò circa quindici anni fa, quando terminai la lettura della monumentale biografia di Benito Mussolini scritta da Renzo De Felice. Fu un’impresa paragonabile solo alla lettura della Recherche proustiana e dell’Ulisse di Joyce, ma assai più interessante, secondo me. Non ho mai condiviso le critiche di coloro che rimproverano a De Felice di non aver espresso quei severi giudizi che tanto spesso vengono riservati alla memoria dei tiranni. A me, e non me ne vergogno, la ricchezza della documentazione e la lucidità delle analisi di De Felice hanno dato un grande sollievo. Grazie a lui mi illudo di aver capito qualcosa di quello che fu realmente il fascismo, senza le lenti deformanti dell’ideologia. Quando però arrivai alla fine dell’ultimo volume restai amareggiato, perché purtroppo l’autore era morto prima di terminare il suo lavoro. Mi è sempre rimasta quindi la curiosità di conoscere la storia degli ultimi giorni della vita di Mussolini e le circostanze della sua morte, ed è ancor oggi così. Già, quindici anni dopo mi sono messo a cercare in giro e ho scoperto che su quegli ultimi giorni, soprattutto su quelle ultime ore, c’era e c’è un evidente mistero. È sempre così, quando non esiste una sola versione dei fatti. Come nel Rashomon di Kurosawa, gli stessi identici avvenimenti non sono conosciuti da tutti nella loro completezza. Ognuno racconta o tace solo ciò che sa e sul resto fantastica o mente. È questo il caso per ciò che accadde a Mussolini dopo la sua cattura a Dongo. Dubito che ci siano molte altre persone afflitte come me dalla curiosità di conoscere le varie versioni sulla morte del “duce”. Chi lo desiderasse comunque può procurarsi e leggersi le principali opere sull’argomento facilmente reperibili in ogni buona biblioteca. Oppure, se si accontenta, può leggere quel che riferisce Wikipedia al proposito. Scoprirà così che la versione ufficiale è quella che venne tardivamente fornita dal partito comunista sulle pagine dell’Unità: a Walter Audisio sarebbe stato ordinato di andare a Dongo e giustiziare Mussolini, cosa che lui avrebbe puntualmente fatto davanti al cancello di Villa Belmonte, in località Giulino di Mezzegra, dopo averlo prelevato con l’aiuto di alcuni altri partigiani in una casa lì vicino, appartenente ai coniugi De Maria, dove era stato rinchiuso per la notte insieme a Claretta Petacci. Peccato che per innumerevoli motivi questa storia faccia acqua da tutte le parti, tanto che lo stesso Audisio in seguito ritenne opportuno apportarvi più volte modifiche sostanziali. Aggiungiamo che alcuni di quei pochi che furono presenti ai fatti morirono in circostanze misteriose pochissimo tempo dopo. A quel punto, forse proprio per mettere una pezza alle falle che si andavano comunque aprendo nella versione ufficiale, ne saltò fuori una ufficiosa secondo la quale non Audisio, ma un altro di coloro che lo accompagnavano, tal Lampredi, avrebbe ucciso Mussolini prima che Audisio, incaricato dal CLN solo di arrestarlo, avesse modo di portare a termine il suo compito. In alternativa a Lampredi c’è chi ha indicato un altro che si trovava lì, tal Moretti. Nel frattempo un’indagine di Giorgio Pisanò, cioè di un fascista, portava alla conclusione, non esplicita ma chiaramente intuibile, che il vero esecutore era stato Luigi Longo. Poi però è saltato fuori un altro “vero” giustiziere di Mussolini, Bruno Giovanni Lonati, che avrebbe agito in compagnia e su mandato dei servizi segreti inglesi, interessati a recuperare i documenti che

Il punto in cui venne fucilato Mussolini a Giulino di Mezzegra, ottobre 1945. Fotografia di dominio pubblico.

Mussolini portava con sé e che probabilmente includevano il leggendario carteggio con Churchill. D’altra parte, i documenti dei servizi segreti americani pubblicati di recente avallano sostanzialmente la versione ufficiale, mentre la pubblicazione dei documenti dell’autopsia sul corpo del duce rivela che era stato colpito da proiettili di varie armi, forse non nello stesso momento, il che avallerebbe l’ipotesi suggestiva di Pisanò che l’esecuzione sia avvenuta due volte, la prima in casa De Maria e la seconda, sui cadaveri, davanti a Villa Belmonte. Mi si dia atto che sembra un vero e proprio giallo. Alla fine di tutta questa girandola di nomi e di fatti però non mi è venuta in mente Agatha Christie, ma Jerome K. Jerome, l’autore di Tre uomini in barca. In quello splendido romanzo Jerome racconta che una volta era entrato in una locanda col suo amico George e aveva visto un’enorme trota appesa sopra il camino, dentro una campana di vetro. Uno dopo l’altro quattro avventori erano entrati a loro volta nel locale e avevano raccontato che quella trota l’avevano pescata loro. Infine il padrone della locanda, ridendo, aveva rivelato che erano tutti dei bugiardi, perché era stato lui a pescarla. George allora si era arrampicato su una sedia per guardare meglio quell’enorme pesce ed era scivolato, trascinando nella caduta la trota, che si era schiantata al suolo rompendosi in mille pezzi, perché era di gesso. Con ciò non voglio suggerire che Mussolini sia morto di polmonite o di morbillo. È ovvio che qualcuno l’ha ammazzato, anche se non è certo chi, come e dove lo abbia fatto. Ma non è questo il punto, non mi sembra che sia poi tanto importante sapere il nome del vero giustiziere. Il punto è un altro: Mussolini fu il responsabile numero uno della più grande tragedia patita dal popolo italiano da quando esiste l’Italia e chiunque l’abbia ammazzato avrebbe dovuto sentirsi orgoglioso di quanto aveva fatto. Perché allora nascondersi dietro Audisio? Mi piacerebbe proprio sapere perché si è coperta la verità con una cura, un accanimento ed una spietatezza che hanno reso ormai impossibile ricostruire con certezza le ultime ore di Mussolini. Non posso credere che fosse la paura di una vendetta fascista sul responsabile, anche perché ormai è improbabile che costui sia ancora vivo e quindi se questa fosse la risposta la verità oggi sarebbe nota. E allora? Cosa c’era di così vergognoso e nefando che non doveva allora e non deve tuttora diventare di dominio pubblico per nessun motivo? Temo che, se ancora non si è trovata una risposta definitiva a questa domanda, non la si troverà mai più, perché quei pochi che sapevano sono morti e si sono portati nella tomba la verità.

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