Il ritorno di Quetzalcoatl – parte seconda

Dario Tozzoli

N.d.R: leggi qui la prima parte del racconto.

Moctezuma II, illustrazione tratto da "Les vrais pourtraits et vies des hommes illustres grecz, latins et payens", André Thevet, 1584. Immagine di dominio pubblico.

Gli europei non capirono e lo presero per un saluto.
Quella notte il cielo stellato avrebbe visto tutta quella gente ebbra di pulque e visitata da strani sogni. Pare che un grande sacerdote del tempio di Teteoinan (la madre degli dei) abbia sognato Quetzalcoatl che divorava se stesso; ma questo sogno fu considerato sacrilego e contrario al volere degli dei, per cui lo stesso sacerdote fu sacrificato in onore della nuova incarnazione del dio bianco e barbuto. Dopo quel fatto un altro grande sacerdote pensò che Quetzalcoatl avesse iniziato a divorare se stesso ma si guardò bene dal dirlo.
Mentre l’occhio solare dell’aquila fissava dall’alto la scena di quel memorabile evento, Moctezuma col suo verde-azzurro copricapo di piume dai riflessi rossi e dorati, si batteva una mano sulla pelle scura della coscia mentre con l’altra mano teneva un nero scettro di ossidiana finemente intagliato.
Tutt’intorno si sentiva il profumo del copale che usciva dagli incensieri. Moctezuma guardò Cortés e capì immediatamente in che maniera l’europeo fosse l’incarnazione del dio ritornato tra loro secondo le antiche profezie. All’istante l’occhio attento e bramoso di Cortés vide invece scintillare l’oro e le pietre preziose sotto i diademi, guarniti con piume e penne coloratissime di quetzal, che ricoprivano il re e la sua corte. Lo scaltro capitano comprese subito l’attrattiva che tali oggetti avrebbero avuto per il suo sovrano e per l’uomo europeo in generale. Pochi anni dopo anche il cuore di un grande artista come Dürer fu rallegrato da tali magnificenze che i re spagnoli, più pragmatici e meno inclini alla poetica dell’esotico, riportarono al valore astratto dell’oro. Tali gioielli, infatti, ridotti e trasformati in anonimi lingotti, avrebbero continuato a finanziare la loro insaziabile sete di conquista. Tesori raffinati di alabastro, turchese, giada ed ossidiana facevano da complemento a tali ricchezze.
Cortés si avvaleva di due interpreti: un naufrago spagnolo che aveva imparato la lingua dei maya, Geronimo de Aguilar, e un’india malinche, ricevuta in dono a Tabasco, che parlava la lingua maya e il nahuatl degli aztechi. Dall’india che cristianamente ribattezzò Dona Marina ebbe anche un figlio che fece una brutta fine. Geronimo, dopo il naufragio, era rimasto tra gli indios otto anni insieme ad un compagno di ventura che prese moglie tra i maya e con loro decise di restare.
In quel fatidico giorno dell’incontro con Moctezuma e il suo seguito, Pedro de Alvarado, due o tre passi dietro a Cortés, scambiò un colibrì per un grosso insetto e fece uno scatto di lato che mise in allarme alcuni guerrieri aztechi… senza conseguenze. Anch’egli fu abbacinato da tanta ricchezza ma fu meno disposto a lasciarsi convincere dalla docilità che quello strano popolo manifestava. La storia ci racconta che qualche tempo dopo, in assenza del capo, fu il protagonista della mattanza che azzerò la nobiltà azteca. In quell’occasione il nostro Pedro non si negò il gusto di torturare due sfortunati indios che rappresentavano Huitzilopochtli e Tezcatlipoca, la cui festa era stata così brutalmente interrotta. Ma i due indios non vollero dargli soddisfazione e dichiararono che erano orgogliosi di andarsene con i loro dei.

Il grande Tempio del Sole di Tenochtitlan, incisione di Van Beecq (1638-1722). Immagine di dominio pubblico.

Prima di quell’efferato eccidio che avrebbe scatenato l’inutile rivolta del popolo azteco, Moctezuma concesse a Cortés l’onore di salire in cima al grande tempio (Templo Mayor) e da qui l’infame e coraggioso europeo poté contemplare, incredulo, ai suoi piedi, la vastissima e stupenda città di Messico-Tenochtitlan formicolante di gente e di mercati. In una lettera al suo sovrano Carlo V, Cortés confessò di non saper descrivere questa città tant’era la sua magnificenza. Ma questo non bastò a frenare lo spirito di distruzione con il quale Quetzalcoatl si era insinuato nel suo cuore e non passarono due anni che questa stessa città venne rasa al suolo dai suoi cannoni.
Dopo che la città di Messico-Tenochtitlan si ribellò, Cortés continuò semplicemente il lavoro iniziato da Pedro de Alvarado ed ebbe con sé un impareggiabile alleato: il vaiolo, portato tra gli aztechi dai suoi uomini. E, certo, fece più vittime il vaiolo delle sue armi. Lo stesso Moctezuma non riuscì a sopravvivere. Gli indigeni risparmiati dal morbo combatterono eroicamente brandendo archi fatti con tendini di animali e cuoio non conciato; le frecce avevano punte d’osso e di pietra, come le lunghe lance. Alcuni tenevano con ambo le mani grosse spade di legno con lame di selce, altri impugnavano mazze con punte di pietra e altri ancora maneggiavano fionde con grande destrezza. Avanzavano in battaglia suonando flauti di canna e grosse conchiglie che fungevano da corni mentre tamburi di legno segnavano il ritmo dei loro passi accompagnati da urla e incitamenti. Avevano la faccia dipinta in modo spaventoso, alti copricapo di piume e pennacchi, e l’impeto del loro primo attacco era davvero terribile. Ma nulla poterono le corazze di legno o tartaruga coperte di lame d’oro o di rame contro le balestre, i cannoni e i soldati a cavallo. A differenza degli europei, gli indios non tenevano nessun ordine e non avevano nessuna strategia: ognuno si muoveva per conto suo e nel tumulto della zuffa finivano per calpestarsi a vicenda. Si creò una tale confusione e baraonda che, nonostante fossero molto più numerosi e animati da un indicibile coraggio, furono ben presto annientati.
Finita la carneficina Cortés mandò a Carlo V centocinquanta chili d’oro rispettando il diritto della Spagna a ricevere un quinto del bottino conquistato. Una goccia rispetto ai centomila chili d’oro portati in Europa dalle nuove terre nei primi cinquant’anni di conquista. In poco più di cento anni dall’arrivo di Cortés-Quetzalcoatl la popolazione del Messico da undici milioni scese a un milione e mezzo.

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