Le pergamene – parte seconda

Amadio Totis

N.d.R: leggi qui la prima parte del racconto.

Il Barbarossa

Il Barbarossa, dunque, si era poi sperso per il mondo! Prima in Australia, dove quasi ci lasciava la pelle in quel deserto di sassi, lungo la ferrovia in costruzione, quando la frana della massicciata gli aveva riversato addosso una montagna di detriti, fino a coprirlo quasi del tutto.
Mezzo morto di fame, claudicante per l’incidente che gli era capitato in quel lontano angolo di mondo, spaurito, era capitato un giorno davanti alla porta della baita, che alla povera Evelina, sua moglie, quasi non gli veniva per lo spavento una crisi di mal caduto.
In California, se n’era andato di lì a poco. Il lavoro nella segheria, tutto il giorno a trafficare con quei grossi uncini per spostare le bore, enormi tronchi di quercia, acero, sequoia, che cinque secoli li avranno avuti e di più anche; che dopo essere stati scortecciati, segati, piallati e trattati con strani unguenti, venivano inviati all’est, per far crescere le città della nuova frontiera, che ovunque in quelle immense praterie spuntavano come i funghi. Del resto non capiva quello che dicevano, quella lingua per lui, illetterato, era una cantilena indecifrabile, fastidiosa e invadente.
Faceva coppia con il Pino arrivato nelle Americhe anni prima e poi approdato con ogni mezzo sulle rive di quell’altro oceano. Disceso con tante fantasie dalle sue valli, deciso a non passare un altro inverno a scaldarsi con il fiato delle vacche, nelle stalle umide. Erano gli unici italiani lì attorno, il lavoro era duro, era pericoloso; urlavano quelle grosse raseghe tutto il santo giorno!
Ma non li trattavano male, anzi li chiamavano per nome, e si capiva anche che gli davano del tu.
“Mia cara moglie, vi mando questi franchi, che me li sono così tanto sudati, ma che dovrete spero mandare avanti la famiglia. Mandate a scuola i bambini e che non gli manchi nulla: né la polenta, né le scarpe e comprate almeno di che vestire per ognuno”, aveva scritto alla moglie dopo due anni che già si trovava sulle sponde del Pacifico.
“Noi qui facciamo come gli asini”, bofonchiava il Pino, mentre si trascinava malfermo sulle gambe. L’asino del Marìo, ecco chi gli veniva in mente tutte le volte che si sentiva così stanco, come se gli avessero dato un sacco di legnate.
“Povera bestia, una vita a prendere bastonate, da un animale peggio di lui, trascinando enormi slitte, con fascine e fascine di legna, poveri animali!”. “Certo, le bistecche ricavate dalla carcassa di quel povero somaro, di sicuro non avranno avuto bisogno di essere battute!” riprendeva beffardo il Barbarossa.
Li pagavano poco, la metà degli altri, il mestiere non lo conoscevano “ci tocca fare i lavori più grassi, più pericolosi” aveva scritto nella lettera spedita sei mesi dopo la partenza alla figlia Assunta, la sua preferita e anche l’unica, fra la sua progenie, per la quale nutriva una qualche considerazione.
Le reni gli dolevano, quando la sera si buttava sul paglione di foglie secche e quando al mattino, appena sveglio, ancora istupidito, trangugiava una pinta di birra scura, amara e schiumosa, in una cantina, e con i sudori gelidi in tutto il corpo.
Lui, Kalininko, non si era dispiaciuto troppo per la lontananza del Barbarossa, gli faceva venire i brividi nella schiena, come del resto anche i suoi figli si gelavano appena intuivano dal rumore dei passi che il padre si stava avvicinando alla porta di casa. In quella cucina buia dove le scodelle si svuotavano in un attimo della polenta e del poco latte, prima ancora di essere riempite, tutto si fermava, il gelo silenzioso del terrore bloccava i respiri. Il piccolo Carletto, così lo chiamavano in tempi di pace, la prima volta che aveva assistito alla scena, non era riuscito a trattenere una risata nervosa! Quando non bestemmiava dio e tutte le madonne, o malediva qualcuno, qualche diavolo che metteva le sue corna improvvisamente in quella casa; o insultava i presenti e soprattutto gli assenti; tirava certi manrovesci al Gherardo, il figlio maggiore e il suo capro espiatorio, prescelto! Non lo aveva mai potuto soffrire quel figliolo! Il Barbarossa non poteva vedere il ragazzo, che del resto era introverso, silenzioso, persino torvo. Delle chiacchiere circolavano, cattive dicerie insinuavano che lei l’Evelina, l’aveva avuto con un altro, addirittura mettevano di mezzo, le malelingue, quel giovane predicatore, sì, sì un prete, proprio quel prete che era venuto a predicare anni prima i tridui dell’avvento. Al suo apparire in paese di curiosità e scalpore ne aveva suscitati parecchio, con quell’aspetto curato, giovanile, gli sguardi profondi, soprattutto al cospetto delle più giovani “ma poi si sa come sono i pettegolezzi, sostenevano le beghine, tendono sempre a ingrandire le cose, di un albero ne fanno una foresta.” È certo che quell’uomo di fede prese in cura non soltanto le anime delle sue pecorelle.
Il Barbarossa, da codardo in fondo qual era, se la prendeva sempre con il ragazzo, che a suo dire era il frutto di quel rapporto illegittimo. “Figurarsi” – se n’era uscita un giorno la moglie – “proprio con quello mi metteva una soggezione e poi con un prete… mica si fanno quelle cose lì!”. Di solito, l’uomo, si limitava agli insulti e alle angherie al figlio e agli animali di casa, ma anche a lei, all’Evelina, in quella occasione il marito aveva riservato una buona dose di ceffoni.

La valigia

Elsinki, Kalininko e quegli altri della pattuglia ebbero buon gioco nel sorprendere e catturare l’ufficiale tedesco che cercava, frettoloso, di valicare il confine con la vicina Svizzera, trascinandosi appresso una pesante e voluminosa valigia, che cercò di sottrarre ai suoi nemici, difendendola fino all’ultimo, fino a quando pistola alla tempia e canna del fucile piantata nelle narici, fu chiaro a quel cocciuto teutonico che la posta diventava troppo alta e che quindi il gioco non valeva più la candela.
Gioielli, medaglie e dipinti di varia foggia ed epoca.., suppellettili preziose, vasellame pregiato, cornici, calici da messa, paramenti sacri di pregio! Un vero tesoro svelò ai partigiani il contenuto di quella valigia. Il militare fu arrestato e la valigia con tutto il suo contenuto fu portata personalmente da Elsinki qualche giorno dopo a Milano al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) che era l’organo militare e di governo di tutto il nord liberato dai partigiani, prima che arrivassero gli Alleati.
“Mica scemo il crucco certo l’occhio ce l’aveva buono! Questi bastardi delle SS, luridi cani rabbiosi, sanno bene cosa val la pena di rubare”.
L’inventario fu lungo e meticoloso e ogni oggetto fu soppesato, catalogato e registrato, ed era già ora di pranzo da parecchio, il via vai di tutta quella gente, quel daffare incessante.
“A momenti”, si soffermava a pensare la fanciulla guerriera, “mi sembra di essere al mercato!”, tanto le tornavano strane tutte quelle divise mal assortite, il formicaio di quelle stanze, tutti quegli esseri umani concentrati e indaffarati.
Al termine dell’operazione venne stilato un dettagliatissimo verbale in più copie, alle quali apposero la firma in calce: l’ufficiale, un funzionario in borghese e Elsinki medesima. Mentre la ragazza, con i calzoni corti e il parabellum a tracolla, preso congedo già era in procinto di far ritorno alle sue montagne, fu richiamata dall’ufficiale, un comandante partigiano che ben conosceva, che l’apostrofò di sottecchi:
“Te e quel tuo fratello…” “Aldo, si chiama Aldo!” proferì la ragazza “ecco! Te e L’Aldo, non vi dilettate di pittura? Così almeno mi risultava noo?”.
Era vero! Il fratello Aldo in particolare aveva del talento e godette poi di una qualche notorietà come pittore.
“Sì, sì certo, è vero! Anche se in questi ultimi anni non è che ci sia avanzato molto tempo per…” rispose la guerriera con quel sorriso ironico, un po’ strafottente che si nota sempre nelle sue foto da ragazza!
Non ebbe modo di terminare la battuta che si ritrovò fra le mani un involto di carta da zucchero che conteneva dei piccoli rotoli color del tabacco, quelle carte di una volta che al suo paese aveva notato ogni tanto in chiesa… sì le sembravano proprio quelle! Tipo pergamene! Ecco proprio pergamene! Tre pergamene dipinte, ecco di cosa si trattava!
“Tienili commissario, spartiscili con il tuo fratellino, tanto non li abbiamo messi nell’inventario, erano sul fondo della valigia, sotto la fodera rotta! Sono belli! Chissà, magari sono pure preziosi, chissà che non diventiate ricchi! Comunque, buona fortuna!” concluse facendosi una bella risata mentre accennava ad andarsene.
Fu così che sul cammino del ritorno la ragazza si ritrovò fra le mani quei piccoli, fragili gioielli e continuò a mirarli e rimirarli, a guardarli controluce e a fare congetture sulla loro origine, sul valore.
Una cosa stabilì senza ombra di dubbio: erano acquarelli, su questo sapeva di non sbagliare!

N.d.R: leggi qui la terza e ultima parte del racconto.

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