Da Tangentopoli a noi

Maria Genovese

Berlusconi e Craxi, 1984. Immagine di dominio pubblico.

17 giugno 1992: Renato Amorese segretario del Psi di Lodi.
2 settembre 1992: Sergio Moroni deputato Psi di Brescia.
20 luglio 1993: Gabriele Cagliari ex presidente Eni.
23 luglio 1993: Raul Gardini patron del gruppo Ferruzzi.
Qualcuno ricorderà queste date e questi nomi: sono i “suicidi eccellenti” di Tangentopoli.
Renato Amorese si tolse la vita pochi giorni dopo avere ricevuto un avviso di garanzia ed essere stato interrogato dall’allora pm Antonio di Pietro, al quale lasciò una lettera in cui si disse “fortemente prostrato e consapevole dell’errore commesso e del disonore derivato alla famiglia”, e lo ringraziò per la sensibilità dimostrata nonostante il rigore impostogli dal ruolo.
Drammatica la testimonianza lasciata da Sergio Moroni che prima di togliersi la vita lasciò scritto “ho accettato il sistema ma non sono un ladro”.
Su Gardini un velo di mistero: forse non si può parlare proprio di suicidio… ma importa quasi poco. All’epoca dei fatti si parlava di questi eventi drammatici come di conseguenza di un clima da caccia alle streghe creato da una magistratura che usava interrogatori e carcerazione come strumento per piegare volontà e dignità di chi finiva nel suo mirino: quasi una forma di tortura per estorcere confessioni e testimonianze. Quello che resta nella realtà è la testimonianza di familiari ed amici di queste persone, che ne ricordano bene dolore e vergogna.
Lungi dalla volontà di vederne ancora di questi episodi, quello che spiazza guardando gli eventi che ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi, è l’assoluta mancanza di questi elementi: dolore e vergogna. E la consapevolezza di un sistema malato.
Prima di togliersi la vita scrive Moroni all’allora Presidente della Camera Giorgio Napolitano: “Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C’è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole.[…]” La lettera continua parlando di cronache giornalistiche e televisive “a cui è consentito di distruggere immagine e dignità personale di uomini solo riportando dichiarazioni e affermazioni di altri”, ma afferma anche che “A ciò si aggiunge la propensione allo sciaccallaggio di soggetti politici che, ricercando un utile meschino, dimenticano di essere stati per molti versi protagonisti di un sistema rispetto al quale oggi si ergono a censori.”
Lo stesso Craxi ebbe una ventata di “onestà” se non di dignità, quando nel luglio del ’92 nel suo discorso di fiducia al Governo Amato alla Camera chiamò in correità tutto il parlamento, dichiarando spergiuro chiunque avesse negato di avere fatto ricorso al finanziamento illecito. Discorso al quale il parlamento tutto rispose con un silenzio che ha ben poco di ambiguo: il germe della situazione attuale.
In un capitolo dedicato alla “cultura”, nel suo libro Sulle regole Gherardo Colombo, uno dei giudici del pool di Mani Pulite, ha raccontato le reazioni “di pancia” degli italiani: rabbia, disgusto, esecrazione, richiesta di un ritorno alla legalità. Poi all’improvviso “Quando le prove e gli indizi hanno cominciato a riguardare le persone comuni (l’agente della guardia di finanza che ometteva di rilevare irregolarità tributarie in cambio di una bustarella; il vigile urbano che non si curava di controllare l’igiene dei negozi di alimentari in cambio della spesa gratuita…) l’atteggiamento di molti si è ribaltato. A fronte del diffondersi della percezione di essere possibili destinatari delle future attenzioni dei pubblici ministeri, le istanze di legalità si sono sopite.”
Ecco cosa è successo: ecco quale sostanziale differenza tra quei suicidi e questa totale indifferenza con cui reagisce chi viene colpito oggi da un avviso di garanzia. La vergogna ha lasciato il posto alla sfacciataggine, alla capacità di negare di fronte alle evidenze. Quel silenzio colpevole e ipocrita che accolse le parole di Craxi si è perso nella spavalderia della consapevolezza che tanto la verità ha ben poca importanza: se Mangano è un galantuomo perché non ha parlato, Craxi potrebbe mai non essere un martire sull’altare dell’onestà? Se Andreotti, nonostante una sentenza di prescrizione per un reato per il quale nella stessa sentenza è dichiarato colpevole, nella memoria degli italiani risulta innocente, potrebbe mai non apparire altrettanto innocente Berlusconi colpevole dei reati che lui stesso ha depenalizzato?
L’assoluta certezza dell’impunità, e la piena consapevolezza della corta memoria degli italiani, potrebbero mai provocare oggi un sussulto di vergogna nei protagonisti di vicende tanto simili a quelle di tangentopoli da dare la sensazione che il tempo si sia fermato? Se all’epoca c’era chi si suicidava oggi c’è chi semplicemente se ne frega e nega, aspettando quel tanto che basta perché tutto finisca nell’oblio.
A noi italiani l’indignazione dura meno di un orgasmo… e dopo viene il sonno” (MarcoPaolini: I-TIGI. Racconto per Ustica).

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4 thoughts on “Da Tangentopoli a noi

  1. albertofago ha detto:

    Fantastico. Potrebbero essere parole mie. Ma dette in modo molto efficace e schietto.
    Complimenti per questo articolo che mi solleva l’anima…

  2. jolek ha detto:

    Anche se con un certo ritardo, non posso che gioire di questo commento. Da un senso al tempo trascorso a cercare fonti, a mettere insieme pezzi, a trovare collegamenti, senza alcun ritorno che commenti simili. Grazie

  3. jolek ha detto:

    Mi scuso…scrivo da una postazione che non è la mia: sono l’autrice dell’articolo.
    Grazie ancora,
    Maria Genovese

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