Da San Bernardo di Conio al bosco di Rezzo

Aloisius

Bosco di Rezzo, ponte romanico. Fotografia di Aloisius, 16 maggio 2010.

Che la neve avesse imbiancato le cime, non me ne ero accorta subito.
Non ci si pensa alle creste immacolate a metà maggio, sulle nostre Alpi Liguri, già fiorite di colori ed accarezzate dall’aria salmastra.
Andavo su a prendere il rosmarino, che so crescere spontaneo a cespugli, tra i muri a secco, un po’ dovunque, percorrendo così, senza pensieri, la valle del torrente Impero, che di questa stagione, povero di acqua, costeggia la strada statale verso il Colle di Nava.
La corona delle cime bianche, mi è apparsa tutta d’un tratto. Sfolgorante di sole, come un ricamo sulle pareti declinanti, già verdi di muschi e di succosi germogli.
Dalla statale, ho seguito d’istinto la deviazione per Caravonica, per salire su, in alto, tra i suoi orti pronti per la semina e gli ulivi curati. Per raggiungere la cresta della colla, come si dice da queste parti.
Lì i miei pensieri si sono perduti.
La strada sale dolcemente, si arriva a quasi mille metri senza accorgersene, triangoli di mare dall’alto sembrano riempire le colline, spicchi di azzurro a mezza luna distesi contro il cielo terso dal maestrale.
Lì i miei pensieri si sono distesi.
Allargati. Allungati. Sparsi come cenere.
L’aria è frizzante sulle guance, il silenzio puro, il vento leggero porta profumi di timo e di bosco, il cuculo chiama, chissà da dove, le fronde ondeggiano di mille verdi diversi. Faggi dal tronco argenteo, acacie leggere, maggiociondoli tintinnanti, castagni dalle foglie ancora tenere, miniature delle più grandi estive.
Si arriva a San Bernardo di Conio d’incanto, tra i respiri ampi delle valli: poche case, qualche finestra timida apre al primo sole. San Bernardo è un crocevia. Di lì si dipartono due camminate, una al Monte Grande e l’altra al passo di Teglia, entrambe di raro valore. Boschi fitti, a confine tra le valli Arroscia ed Argentina, prati di cespugli bassi che si aprono allo sguardo, meta di caprioli, la notte di lupi e cinghiali, scortati da alti falchi vaghi tra le correnti.
Scendo giù verso il bosco di Rezzo, lasciandomi portare, come fosse una danza, dalle curve lievi, appena piegate, incorniciate di un cordone rosso marrone di foglie di castagno dissepolte dalla neve. Scendo in una galleria di alberi, di foglie appena nate, la luce si vede attraverso. Mi chiedo se possa essere vero tutto questo, dove io sia, se io sia.
Come un incanto, ai lati vedo gli occhi azzurri dei myositis, a mazzi, alti, freschi. Tutto sa di terra di bosco, umido dell’inverno, gravido della primavera. Le foglie pelose, i fiori piccoli, il cuore giallo chiaro, quasi bianco, si piegano appena, un gentile inchino, effimero colore di cielo.
La strada scende ancora, la danza prosegue, tra i castani, le croci a memoria di chi non c’è più. Sulla sinistra, dall’alto, un ponte. Sembra quasi un miraggio, nascosto alla vista, se ne scorge l’arco, magico sostegno di secoli.
Percorro un breve sentiero in salita che costeggia un casone, sento i miei passi sopra le pietre tonde della mia infanzia, le ricordo come fosse ora sotto i piedi nudi, calde al sole, nei nostri giri tra le fasce.
Un ruscello mi appare, scroscia lieve, trotterella tra i raggi di luce, i rami bassi, le onde riflettono come gocce di sole, l’acqua passa sotto il ponte, che si stira come i gatti quando hanno finito di dormire.
Mi siedo.
Profuma l’acqua.
Si arrotola piano il vento.
È il senso dell’eterno.

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