Verde, come una settimana verde in una città grigia

Livio Oboti

Cinemambiente, logo.

Tutto è cominciato da un post ricevuto sul profilo di Facebook da parte del gruppo “Bike Pride Torino”. Era un invito a partecipare alla rassegna Cinemambiente che, al momento in cui scrivo, è verso la fine del suo svolgimento (1-6 giugno 2010).
I luoghi del Festival sono le sale del Cinema Massimo in Via Verdi, il circolo A.r.c.i. Amantes in Via Principe Amedeo, il cortile interno del museo regionale di Scienze Naturali, il tetto dell’Environment Park di via Livorno e il Padiglione d’Arte Vivente (PAV) di Via Giordano Bruno, in zona Mirafiori. Questi gli epicentri di fermento che raccolgono ife austorie di masserelle, crocchi e filari di curiosi, esperti, incerti, addetti ai lavori e simpatizzanti del colore verde, nella sua stesura odierna forse più alla moda: la tela ecologica.
Festival? certo, è proprio da definirsi tale: ci sono banchetti con magliette, gingilli, signorine in attesa dietro ad un tavolo cosparso di volantini, cartoline, eventi musicali ed aperitivi che fanno da contorno a ricche portate di corti e lungometraggi, tra il documentary e il mockumentary, lacrime e risate, emozioni contrastanti ma sempre rinnovate e genuine.
Gli spettacoli sono tutti gratuiti e tutti di medio-buon livello. Salvo alcune ridondanze, dovute alla necessità di facilitare la fruibilità completa della scaletta, i “pezzi” hanno toccato diversi argomenti abbastanza dissimili tra loro da poter dare una visione del problema ambientale variegata e complessa (inquinamento di varia natura, speculazione edilizia, salvaguardia biodiversità, compatibilità e sostenibilità ambientale urbana, energie alternative, sfruttamento risorse petrolifere, riscaldamento globale) ma abbastanza convergenti per quanto riguarda il “mood” trasmesso, tanto quanto basta per solleticare le coscienze dell’audience.
Sul portale del festival (www.cinemambiente.it) sono reperibili dettagliate informazioni relative ad ogni evento e proiezione (con link ai siti ufficiali) e brevi recensioni degli stessi.

Eventi collaterali/raduni: Bike Pride 6/6/10.

Oggiaro, Milano, giugno 2007. Fotografia di Nick Grosoli. Licenza CC 2.0

Appuntamento davanti al castello del Valentino, lungofiume Po, ore 15:00. Poco prima il parco del Valentino è tranquillo: qualche bicicletta si aggira timida, qualche pattinatore insegue birilli sull’asfalto, una coppia con bambino cerca relax. In realtà, poco più sotto, all’altezza del Castello, l’atmosfera è molto più densa di quello che si poteva immaginare. Considerata la presenza di una concomitante competizione di roller-skiing (con tanto di pubblico, stands e atleti in strada), il punto di raccolta si trasforma abbastanza presto in un mucchio di gente dall’aria accaldata e confusa. Ci si chiede che diavolo c’entrino con la biciclettata più grande dell’anno quei tizi in tutina blu che corrono su strani pattini lunghi come mini-sci e con due ruote alle estremità. Poco più in là, superato il Valentino, sempre sul lungofiume, si intravede, in mezzo a folla e gazebo, un crocchio di ragazzi in maglietta arancione: è lo staff organizzativo del Bike Pride. Con ansia, ma col sorriso, danno indicazioni su come e dove disporsi mano a mano che la massa di gente fluisce. Siamo costretti a fare dietro front per lasciare spazio agli stizziti atleti su pattino e ad un gruppo di danzatrici del ventre che si stanno esibendo su un palco allestito in mezzo alla strada. Nonostante la mia disinformazione sul perché di tali eventi inattesi, mi riesce difficile pensare che il tutto possa rientrare nel pacchetto “Giornata Mondiale dell’Ambiente“. In effetti sembra che lo “starting point” del Pride su due ruote sia stato piazzato deliberatamente in mezzo al caos. Non resta che chiedersi il motivo di tale scelta organizzativa, risoltasi comunque solamente in una sudata mezzora di sosta.
Al momento della partenza, qualche urlo e degli applausi preannunciano l’inizio della pedalata. Il pubblico partecipante è quello solito, simpatico e colorito, della Massa Critica tuttavia molto, molto più nutrito: nel transito per Via Lagrange la massa di ciclisti occupa completamente il tratto da Corso Vittorio all’innesto su Via Principe Amedeo. Accanto a chi pedala tranquillo c’è chi strilla, scampanella e si sbraccia. L’impressione è quella di una manifestazione tranquilla e pacifica. Fin troppo visto che oggi è stata anche la giornata “verde” per il traffico di Torino: pochissime le auto in circolazione ed anche scarsa la presenza di mezzi pubblici anche se non sono loro di certo i target della componente di disturbo che tale manifestazione di solito cerca di provocare.

Torino 2010, Bike Pride. Fotografia di Piero Lepore, tutti i diritti riservati.

Questo da una parte ha reso più scorrevole e sicuro il transito del corteo su due ruote, dall’altra, forse, ha tolto un po’ all’impatto che tale evento avrebbe potuto avere. Tanto più che ci troviamo a Torino, città che, per quanto riguarda la sua cartella clinica ecologica, è seconda solo alla Capitale per numero di auto/abitante e per concentrazioni di inquinanti derivati dal traffico cittadino (polveri sottili PM10). In effetti la manifestazione ha avuto più il tono della “sommessa polemica” incastratasi ad-hoc negli spazi della settimana “verde” e del “lecito”, più che dell'”accesa contestazione” che, bloccando il traffico, congestiona la circolazione cittadina, attrae gli occhi da 9mm dell’informazione, colpisce davvero.
Tutto questo, insieme alle considerazioni dei cinici che prendono le distanze dalla “polemica” ambientalista (e non sono pochi) vedendo utilitarismo, moda e marketing come i vizi presenti anche in eventi come questo (non comprendendo in realtà che ne sono la fonte vitale di sostentamento, non il fine ultimo), a parere di chi scrive, non rende giustizia all’importanza che ha l’aver organizzato questo evento a Torino.
Raggiunto il punto di ritrovo (Piazza Castello) mi separo dalla folla per dirigermi al Cinema Massimo per prendere visione degli ultimi spettacoli.
Appena imboccata Via Po la, seppur cheta, aria di complice ribellione che si respirava tra ciclisti già sembra svanita e dimenticata. Inseguo un gruppo di biciclette. Hanno delle carte da gioco fissate con una molletta ai raggi della ruota posteriore per fare rumore quando questa gira. Erano anche loro al Pride. Un vecchio barbuto si fionda sul ciglio della strada sbucando da un portico. Il suo volto è disteso in un sorriso mentre ci saluta agitando una mano. “Bravi, Bravi!” dice gridando. Mi giro verso di lui: sta ridendo, è felice. Anche io. Torino, in fondo, non è più tanto grigia come l’han sempre dipinta.
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