La casa proibita – parte sesta

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazioni)

C’è tempo e tempo. Quello dell’infanzia che persiste dilatato e quello del presente che rincorre vecchi idoli andati in disuso. Sovente di sera, leggendo riviste in poltrona che mi portano dove non vorrei andare, mi ritrovo in balia di sentimenti che non riesco a governare. Sullo schermo si proiettano pellicole più o meno reali che si frappongono tra me e le persone che ho conosciuto. I passati sono ancora qui, i trascorsi sono immobili e identici a sé stessi. Frida, potrei riconoscerti al buio tra mille volti sconosciuti. Sei tu, sei sempre stata solo tu a farmi sentire in sintonia con le cose che mi stanno intorno. Sono ancora in quello scantinato o sono sulla mia poltrona alle 20 di una sera dove posso fare a meno della luce?
Nessuno risponde.
Leggo, ascolto musica rigorosamente acustica, guardo fuori, mi distraggo, scrivo lettere agli amici con la Pelikan di Frida, compagna di un’età senza età. A volte mi macchio maldestramente mentre i pensieri restano in ammollo nella testa senza che mi venga niente. Aspetto che torni il vento, che si muova. Cambio genere di musica, sfoglio un’altra rivista, chiudo gli occhi e mi assopisco. Il respiro è lento, sento in lontananza rumori e sensazioni piacevoli. Mi sembra di riassaporare un ritorno a casa.
– Qual è la tua cantina? – mi chiede Frida.
– Quella più spaziosa e la più fresca.
– Sei sempre vago – e mi fissa come una donna matura a cui non sfugge nulla.
Frida era già una signora prima di diventare la donna che sarebbe diventata negli anni. È stato tutto un procedere senza piani prestabiliti. Le cose sono andate come dovevano andare, senza rimpianti e malintesi. Veloci, lente, a singhiozzo, spedite, indifferenti agli sguardi degli sconosciuti e dei diretti interessati. Io e lei. Due nomi, due persone, due mondi. Due esistenze in cerca di verità.
– È questa, vero? – chiede Frida indicando la seconda porta.
Annuisco senza volerlo effettivamente fare. Non ho voglia di entrare lì dentro. Ci sono presenze che vorrei non uscissero mai e che non sempre vorrei incontrare.
– Un’altra volta – suggerisco meno convinto di prima.
– Un’altra volta vorrebbe dire il prossimo anno. Lo sai anche tu che sono in partenza.
Prima di rispondere lascio passare interminabili secondi. Non voglio perdere niente di quelle sfumature che solo Frida riesce a caricare tra le parole. Ogni cosa che dice non si esaurisce nel senso di una frase.
– Tra me e te un anno è un giorno.
Non è proprio quello che voglio dire ma è qualcosa che si avvicina a quello che penso.
– Osvald, dici sempre così. Ogni anno ti ripeti e non cambia nulla.
Guardo Frida senza sentirmi addosso il peso delle sue espressioni verbali e di corpo. Non è cambiato nulla. Ancora in questo presente, in questo preciso momento è rimasta intatta la sua disinvoltura e la sua bestialità. A volte mi illudo di poter riavvolgere il tempo, di poter tornare in quel luogo di tutti e di nessuno che marca il territorio interiore. È vera la vita, è vero quello che si legge, sono vere le passeggiate in solitaria o in compagnia, è vero il sogno, è vero questo ricordo persistente come un odore inconfondibile e seducente.
– Quando parti Frida?
– Tra due giorni.
– Cosa sono due giorni a questa età?
– Due giorni sono due giorni.
Dietro l’apparente banalità di queste battute ci stava e ci sta altro. Ancora oggi, quando parlo al telefono con Frida, non riusciamo a rinunciare a questi giri di parole che sottintendono altri detti. Siamo fatti così e non siamo fatti uno per l’altro.
– Non voglio che entri lì dentro. Ci sono presenze.
– Dolori?
– No. Amare presenze che non voglio rivelare.
Riascolto queste trame e mi viene il dubbio che non sia io ad aver parlato.
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