Le pergamene – parte terza

Amadio Totis

N.d.R: leggi qui la prima parte del racconto e qui la seconda.

Il dopoguerra

Ma le incombenze di quel dopoguerra non concedevano certo tregua, lasciando poco spazio alle fantasie e così quei misteriosi quadretti finirono dimenticati in fondo ad un baule, mentre le fatiche del quotidiano presero il sopravvento.
Elsa, così avevano ripreso a chiamarla, con il suo nome, smessa la divisa e le armi, ma non la passione civile e l’impegno politico, aveva aperto un laboratorio di maglieria oltre confine, e si affannava avanti e indietro per tenere in piedi questa sua impresa.
D’altro canto l’esperienza partigiana l’aveva segnata profondamente, anche proprio negli affetti! Da poco aveva messo al mondo il terzo figlio: una bimba, l’aveva chiamata Laura, un nome diverso dal solito, “almeno non richiamava nessun parente morto, aveva pensato!”
Ma lei non si sentiva fatta per fare la madre, o almeno non così come gli altri vedevano la cosa.
Di sicuro non voleva che la costringessero a fare la moglie!
“Stare a casa, come una scema, ad aspettare che tuo marito rientri dal lavoro, con la cena sul fuoco, a disposizione per ogni suo capriccio, fare la serva! No!”
Preferiva mille volte tirare la carretta da sola e non dover rispondere di niente a nessuno!
I suoi figli stavano bene, certo non li vedeva spesso, però le notizie che riceveva la mettevano tranquilla.
Riccardino, l’aveva avuto nel 36 proprio all’inizio della “conquista dell’impero”, si sa, lei era così giovane però l’aveva fatto volentieri! Sapeva già allora il fatto suo e certo non si faceva mettere i piedi in testa, già allora, da nessuno!
“Mica come quell’oca della Giuditta che quando le si era gonfiata la pancia pensava di avere un brutto male e si è accorta, invece, di essere incinta, che era già al sesto mese.”
E del resto lo tirava su con amore una vecchia balia in un paese vicino, e lei lo sapeva, ne era certa: “cresceva bene!”
Il padre del ragazzino, un filarino durato poco, perché quello si era arruolato volontario per la conquista dell’Etiopia e lei poi, era andata a lavorare quasi subito in Alto Adige, lassù oltre le terre redente dove il pelatone cercando di italianizzare gli antichi sudditi: i più fedeli “a Cecco Beppe l’imperator”, vi mandava i morti di fame del Veneto, del meridione e delle zone più disgraziate della penisola a ritrovarsi il loro posto al sole.
La Gesuina, una di Rovigo che teneva osteria di fronte alla chiesa di Clausen, ribattezzata con l’italianissimo nome di Chiusa, era riuscita a sapere che era morto sull’Amba Auor, infilzato dai soldati del negus o, come si sussurrava con un filo di voce: soffocato dai gas che gli aviatori di Badoglio, maresciallo d’Italia, spargevano sugli abissini per civilizzarli! Con i polmoni bruciati dall’iprite e dai gas mostarda!
Dell’altro maschietto se ne occupava sua madre, aveva quattro anni adesso, lo incontrava quasi ogni giorno, almeno fin tanto che gli impegni politici e di lavoro non la costringevano a star via per qualche tempo, ma pure era tranquilla, sua madre era una donnetta minuta, ma energica e di sani principi socialisti.
La piccolina aveva sei mesi, quando era andata a vivere con i nonni paterni a Milano, “tutti fascisti quelli laggiù!” non che questo le facesse piacere, ma d’altronde certo erano brave persone e anche facoltosi!
Intanto, comunque, era riuscita a togliersi di torno quel parassita, alcolizzato del padre, anche lui fascista e pure manesco, che con la scusa dell’aria buona e dei polmoni deboli, si era piazzato in quel paese di montagna, a casa sua per mesi, con la pretesa di essere servito e riverito di tutto punto.

La casa di vicolo Sant’Agostino

Verso la fine degli anni 50, Elsa, a cui gli affari con la maglieria cominciavano ad andare, decise di sistemare un po’, la vecchia casa di famiglia, quella che si affacciava sul vicolo S.Agostino la contrada di sopra del suo paese.
Aveva ormai i suoi begli annetti, quella costruzione con i sassi a vista e le lastre di ardesia sul tetto, “ormai non si usa più”, argomentava beffarda tirando l’angolo della bocca Libera la madre di Elsa con quel piglio fiero, dopo quella volta che il parroco don Gaudenzio, uno fresco, fresco di tonsura, “figurarsi un prete!”, aveva avuto l’ardire incontrandola di mettersi a discutere di quello che è moderno e di ciò che ormai è superato “perché al giorno d’oggi non è più di moda” proprio a lei doveva capitare un prete modernista!
Una cinquantina d’annetti li aveva quella costruzione e di certo agli inizi del secolo i soldi non abbondavano, certo non più di adesso! Dopo l’ultimo inverno, con quel gelo siberiano che strappava la pelle dalla faccia, si erano, così, manifestati tutti gli acciacchi dovuti all’età.
L’aveva tirata su il Bortolone, il nonno paterno, un omone grande e grosso come un armadio, che come se lo ricordavano tutti, buono come il pane, da sobrio, ma che quando si attaccava alla bottiglia, cominciava a gesticolare, straparlava, diventava rosso paonazzo e travolgeva tutto quello che gli si parava di fronte! Un orco, insomma, un mangiafuoco!
Elsa avrebbe ricordato per tutta la vita di quella volta che da piccola, avrà avuto non più di cinque anni, stava giocando a “brucio” con le bimbe della contrada e se lo trovò di fronte, scarmigliato, sudato e tutto livido in volto, che bofonchiava frasi incomprensibili! Ubriaco perso, con quel gesticolare concitato, ma, per fortuna, non al punto da aggredire la bimba terrorizzata, che per lo shock per giorni e giorni non fu più in grado di proferire parola.
“L’è stat ‘l signor di ciuck” ripeteva sempre nonna Libera, ravvisando nell’epilogo incruento dell’episodio l’intervento della mano divina, che aveva preservato la bimba dalla violenza e il Bortolone dal diventare un mostro agli effetti della legge e della coscienza degli uomini.
La casa insomma richiedeva di essere ristrutturata con una certa urgenza!

Le pergamene

Mentre i lavori di smobilitazione fervevano, mobili e suppellettili venivano accatastati, biancheria, stoviglie, carte e documenti erano rimossi e sistemati altrove; il fratello Aldo, legato alla sorella da un rapporto simbiotico, quasi morboso, rinvenne gli acquarelli!
Non ne sapeva nulla! Elsa ai tempi, in tutt’altri pensieri compresa, dopo lo stupore e l’interesse per le pergamene suscitato in lei durante quel viaggio di ritorno da Milano, se n’era completamente scordata e non ne aveva fatto parola con nessuno, neppure con il fratello.
“Ma sono bellissime ed anche antiche! Credo proprio! Ma sono stupende, ma da dove arrivano?! Elsa, dove le hai prese?!” Non smetteva di esclamare, di stupirsi, incredulo di fronte ad uno spettacolo di tanta incomparabile e inaspettata bellezza.
“Ah! quelle.., figurati! Boh! Chi se le ricordava più”, buttò li lei” sono robe della fine della guerra!
Ma siii! Si, Certo si! Ti ricordi di quella volta che sono andata fino a Milano con la valigia del tedesco?! Si, si, si proprio quella! La valigia, il borsone, chiamalo come vuoi!
Quella di quell’ ufficiale nazista, ma sì il colonnello delle SS: Rudholf Wasten… si beh insomma, un nome del genere, che il diavolo se lo porti! con quello sguardo sorpreso e indignato, come se fossimo noi dalla parte del torto!
Se era per me, l’avrei fucilato subito, lì sui due piedi! E di certo non avevo torto! Pensa, pensa Aldo, adesso sarà là a Colonia o forse era di Hannover boh! Comunque di certo se la sta spassando bene, nessuno, ci puoi scommettere gli avrà torto un capello. Proprio come i nostri! Pensa, pensa a quel fasciatone del Pegurri e quella svergognata, non la posso vedere, della Turotti!
Quando hanno catturato il povero Lorenzini, che era pure cattolico, te lo ricordi, te lo ricordi? “. L’hanno fatto sfilare per il paese che si trascinava a malapena per le botte, le botte e le torture che gli avevano fatto, a lui e a quei due ragazzi, che di certo, non avevano neanche quarant’anni in due!
Il colonnello Lorenzini delle Fiamme Verdi, era un maestro, era un maestro di scuola, il povero zio Paolo era andato a scuola fino alla terza con lui!
Capito! L’hanno ammazzato di botte lui e i due ragazzi e poi li hanno appesi ai pali della luce.., tre giorni sono rimasti là, esposti al vilipendio delle intemperie e degli uccelli! Oh forse ma che dico, in questi casi solo la natura ha pietà e certo gli uccelli non avranno potuto peggiorare, certo, quello che gli uomini avevano già fatto!
Quei due porci: la Turotti e il Pegurri stavano lì sul bordo della strada e insultavano, sghignazzavano e deridevano e sputacchiavano addosso a quei poveretti! Ti rendi conto?! E sono ancora in circolazione… oddio quel fascistone del Pegurri, il podestà., il camerata podestà, se l’è portato via un brutto male due anni fa, che pare abbia anche sofferto, alla fine, le pene dell’inferno che ben gli sta! Eeeh… speriamo che ci sia anche finito laggiù!
Ti ricordi” ormai il fiume in piena dei ricordi di un recente passato lacerante, dilagava nel discorso della donna, “Ti ricordi di quella volta, Aldo, che ti ha dato quel manrovescio, che sei andato avanti per quasi un anno ad avere un fischio all’orecchio sinistro eh? Che la povera nonnina Ada ti faceva gli impacchi con la camomilla e ti metteva di notte, le tortine di amido di riso sull’orecchio!
Altro che amnistia! Togliatti! un comunista, ti rendi conto! Togliatti ministro di Grazia e Giustizia della Repubblica nata dalla Resistenza, ha perdonato quei farabutti, gente che ha torturato, stuprato, violentato donne e bambini, che ha dato fuoco a interi paesi.
Noi abbiamo passato mesi sulle montagne e sai quanti dei nostri ci hanno rimesso la pelle e sai quanti non sono più ritornati dalla Germania e gli alpini in Russia!
“Basta Elsa! Adesso basta, basta! Non puoi rifare la stessa arringa tutte le volte! E allora?” ribadì Aldo spazientito e curioso “perché le hai tu? Perché non hai consegnato le pergamene a Milano, giù al comando?”
Elsa, sbuffando contraddetta da tanta insistenza, raccontò a quel fratello bambino, così se lo vedeva lei, tutta la storia delle pergamene, per filo e per segno, comprese le battute del comandante e gli itinerari dell’avanti e indietro di quella famosa giornata.
“Elsa riprese dopo un po’, dobbiamo farle valutare! Guarda che io me ne intendo, lo sai! Ti assicuro che sono antiche 5-600, e non credo proprio di sbagliarmi!” concluse perentorio.
Alla fine decisero di ricorrere alla perizia di un esperto d’arte.
Quello che doveva succedere di li a pochi giorni, fu un evento unico nella vita della donna, abituata a dominare sugli altri e a far di testa sua fin da piccola, non temendo rivali, né ancor meno era nella sua indole il sottomettersi ad alcuno.
Il responso dell’esperto fu una vera bomba! Sorprese e superò di gran lunga anche le competenti previsioni del fratello artista: “Trattasi di tre acquarelli originali su pergamena attribuibili con sicurezza a Rembrandt”! così dovette suonare pressappoco il verdetto, “valore commerciale inestimabile!”
“Le vendiamo e ci mettiamo in grandeeee! Finalmente, finalmente!” subito propose Elsa elettrizzata ed esultante, che non vedeva l’ora di ingrandire la sua fabbrica, realizzando i sogni imprenditoriali che cullava da tempo.
“No, no!” si opponeva ansioso e corrucciato il fratello “non si vendono, non riusciremmo comunque a ricavarne il giusto valore! E poi sono dei capolavori e…” cercava di essere convincente nella sua opera di persuasione per non lasciar spazio alla sorella di cui temeva quella forza arrogante e impetuosa che non si fermava di fronte a ostacoli di nessun genere.
“E poi, Elsina, scusa sai, se mi permetto! Non che sia un segno del cielo! Perché chi ci crede a queste fandonie, ma tu hai giusto tre figli! E non è che a questi figlioli tu gli abbia dato molto, fino a questo momento! E non credo, per quel che ti conosco, che finché sarai in vita… Almeno se lasci in eredità le pergamene, una ciascuno, per qualcosa di buono ti ricorderanno!”
Qualcosa si smosse nei reconditi meandri dell’animo della donna! Che, rimase ammutolita a lungo, pensosa e incredibilmente assorta. Il fratello temendo un ritorno d’animo quanto mai imminente e certo, approfittò di quello smarrimento insperato per chiudere definitivamente la questione. “Comunque, siccome ti conosco e so che saresti capace di andarle a vendere di nascosto domattina, le pergamene me le prendo io e sai che sono in buone mani e ben custodite, quando le vuoi vedere, non fai che chiedere”.
I rembrandt finirono a casa di Aldo che mantenne la sua promessa: li tenne con sé non permettendo alla sorella di metterci su le mani, nell’attesa di consegnarli agli ignari eredi in fase testamentaria.
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6 thoughts on “Le pergamene – parte terza

  1. DINAU Danièle ha detto:

    Complimenti Amos, una bellissima storia, molto commuovente! Dovresti contattare
    un editore per farla pubblicare

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