Un uomo sfortunato, ovvero la battaglia che rovinò l’Occidente

Giovanni Guizzardi

Solido di Eraclio, Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, licenza CC 2.5

Ci sono nella Storia alcuni grandi personaggi che perfino le pietre conoscono: Alessandro, Annibale, Cesare, Carlo Magno, Napoleone, Garibaldi, Hitler… Al di là del giudizio che ciascuno può dare su di loro, resta il fatto che questi nomi giganteggiano nell’immaginario collettivo. Ce ne sono però tanti altri che, sebbene dotati di non minore talento, nessuno più ricorda. Per esempio, alzi la mano chi non ha bisogno di fare una ricerca su Google per sapere chi fosse Eraclio II.
Bene, i più colti avranno immaginato dal nome che si tratti di un imperatore bizantino, ed è così. Cominciò a dimostrare le sue indubbie qualità fin da giovane, quando suo padre, esarca della provincia d’Africa, si ribellò al tiranno Foca e lui, suo figlio, guidò la flotta ribelle verso Costantinopoli, dove entrò da trionfatore, deponendo Foca e facendosi incoronare imperatore dal patriarca Sergio il 5 ottobre del 610 d.C.
Non era un momento felice. Approfittando della morte dell’imperatore Maurizio, il re di Persia Cosroe II fin dal 604 aveva invaso l’impero bizantino sottomettendo negli anni successivi la Cappadocia, l’Armenia, la Siria, la Cilicia e la Palestina, isolando così via terra dal resto dell’impero la ricca provincia d’Egitto, che cadde in mano ai persiani nel 618. Contemporaneamente gli Avari invasero la Tracia e la Macedonia. L’Impero era ormai ridotto a ben poca cosa, ma Eraclio non disperò. Pagò un tributo al kāghān degli Avari perché se ne andasse a far danno altrove e rivolse tutti i suoi sforzi ai Persiani. Nel 622 sbaragliò il loro esercito in Cappadocia, ma non poté approfittare della vittoria perché purtroppo gli Avari non stettero ai patti e lui dovette ritornare nei Balcani per ristabilire la situazione. Nella primavera del 623 tuttavia riprese la lotta per la riconquista dei territori perduti e con una mossa strategicamente geniale portò il suo esercito nella Media Atropatene, trasportando la guerra in territorio persiano. Sconfisse Cosroe in persona, incendiò Ganzaca, svernò nel Caucaso e l’anno successivo marciò contro l’Assiria.

Eraclio sottomette Cosroe, placca di una croce, 1160-1170. Immagine di dominio pubblico.

Circondato da tre eserciti nemici riuscì a tornare indietro e a riprendere l’offensiva in Armenia, poi in Cilicia, dove sconfisse i Persiani nei pressi di Adana. A quel punto gli Avari ricominciarono a rompergli le palle e arrivarono fin sotto le mura di Costantinopoli, ma furono sconfitti, mentre in Anatolia il fratello di Eraclio, Teodoro, batteva sonoramente i persiani e apriva la strada all’invasione della Mesopotamia. Nel dicembre del 628 i persiani furono nuovamente battuti a Ninive, l’anno dopo Dastagerd, residenza di Cosroe, cadde in mani bizantine. Eraclio tornò allora a Ganzaca, dove apprese che in Persia era scoppiata la rivoluzione e Cosroe era stato ucciso. Il suo successore, Kawādh, dovette implorare la pace a condizioni durissime. Nel 629 Eraclio tornò a Costantinopoli come un trionfatore e si dedicò con fervore e competenza a sanare i danni della guerra e a ridare pace e prosperità ai tanti popoli dell’impero. Sembrava quindi destinato a passare alla storia come un nuovo Giustiniano, ma non fu così.
Si sarà capito che l’unico collegamento via terra tra l’impero e l’Egitto era la strada che passava per la Siria e la Palestina. Qui, per routine, le guarnigioni imperiali dovevano difendere le città e le vie di comunicazione dalle ricorrenti e fastidiose scorrerie delle tribù arabe del deserto. Per fortuna alcune di esse, i Ghassanidi, erano cristiane e alleate dei bizantini e contribuivano a mantenere l’ordine nella regione. Nel 634 però non ci riuscirono. Il 4 febbraio le truppe arabe di Amr Ibn al As si scontrarono a Dathin (vicino a Gazah) con le forze locali e, sorprendentemente, le annientarono. Eraclio, che si trovava a Emesa, stupito da simile insolito evento inviò un forte nerbo di truppe a irrobustire la guarnigione di Cesarea, la principale base imperiale in Palestina. Non poteva sapere, ed anche se lo sapeva non poteva valutare con esattezza il fatto che nella penisola arabica negli anni precedenti si era affermata una nuova religione, l’Islam. Non poteva sapere nemmeno che dopo la morte del fondatore, Muhammad, la sua eredità era stata raccolta dal Califfo Abu Bakr, che aveva organizzato in modo unitario le forze armate dell’Islam affidandone il comando a Khalid Ibn al Walid, un vero tipaccio, ma anche un tattico astuto e geniale. Le forze ora congiunte delle tribù del deserto erano state raccolte presso Medina, da cui erano partite nel gennaio del 634 alla volta della Palestina. Khalid Ibn al Walid, frattanto, con soli 800 cavalieri era penetrato in Mesopotamia e, approfittando della debolezza dell’impero persiano, era arrivato a pochi chilometri da Ctesifonte, per poi galoppare verso la Siria con lo scopo di ricongiungersi con le colonne degli altri condottieri, il già citato Amr, Yazid e Shurabil.
Ad Ajnadayn, il 30 luglio, l’esercito bizantino guidato dal fratello di Eraclio, Teodoro, fu sbaragliato e messo in fuga.

Conquista Araba: Maometto, 612-632 (marrone), 632-655 (arancio), Omayyadi, 661-750 (giallo). Immagine di dominio pubblico.

L’imperatore, furibondo, destituì il fratello e nominò al suo posto il sacellarius Teodoro Tritorio. Nel frattempo le armate dell’Islam avevano conquistato Damasco: nel settembre del 635 l’impero era nuovamente tagliato in due. Eraclio, più spazientito che preoccupato, radunò a gran fatica e perdendo parecchi mesi il più grosso esercito che fosse in grado di distogliere dalle ben più importanti regioni della Tracia e della Cappadocia e lo inviò in Siria, con l’ordine tassativo di ricacciare nel deserto quei quattro predoni da strapazzo.
Il califfo dei predoni da strapazzo, Abu Bakr, era morto nell’agosto dell’anno prima, il suo successore Omar aveva affidato il comando supremo delle forze dell’Islam ad Abu Ubaida, il quale comunque seguì sempre i saggi consigli di Khalid Ibn al Walid. Saputo dei preparativi bizantini per una possente controffensiva, Abu Ubaida abbandonò Damasco e si ritirò in una posizione particolarmente favorevole, presso le alture del Golan, dove attese l’arrivo dei propri nemici. Quel luogo si chiamava Yarmuk, dal nome di un fiumiciattolo che scorre lì vicino. Lì, fra il 15 e il 20 agosto del 636, in una serie di scontri sanguinosissimi, Eraclio perse l’ultima occasione di contenere l’espansione islamica nel mondo. Il suo esercito fu annientato e negli anni successivi le armate islamiche dilagarono incontrastate nell’impero persiano e in Africa, giungendo fino alla valle dell’Indo e in Spagna.
Così il nome di Eraclio fu dimenticato, immagino per la vergogna.
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