La casa proibita – parte settima

Salvatore Smedile e Alberto Valente (illustrazioni)

Frida, ti scriverei ogni sera ma il mondo non è quello che sta nei miei pensieri. Eppure insisto su questa illusione come un filosofo che non si arrende all’evidenza.
La vita non può essere questo scorrere delle cose che non tornano più, questo eterno presente dove galleggiano ricordi e desideri, penso calandomi nel ruolo di chi non può permettersi di naufragare. È un gioco, soltanto un gioco tra me e me. Forse tra me e te. Tra sponde di tempo che reiterano segnali di esistenza. Come il passato non è mai completamente passato, ciò che è in atto non è mai unicamente ciò che accade. Ci sei e non ci sei, questa è la sostanza. Trascorrono i giorni, trascorrono gli anni ma io sono sempre qui a cercarti mentre tu resti evanescente come l’aria.
– Qui dove? – sento in lontananza. Una voce rarefatta che potrebbe essere di Frida. Quel timbro inimitabile che si riproduce alle mie spalle direi che è proprio il suo. Tale e quale.
– Qui dove?
– Nelle foreste della fantasia – rispondo come se Frida fosse qui. Per dare un senso a questo fluire di eventi incerti, per tranquillizzarmi e darmi un tono.
Mi inoltro in questo dialogo senza sapere come andrà a finire. Il più delle volte una parvenza di cosa potrebbe essere mi lascia solo con delle frasi vuote.
– Sei qui e non sei qui.
Sento le mie stesse parole riempire la stanza e avverto presenze familiari, quasi intime. Sulla scrivania consumo sere senza clamori. Mi metto in orbita. Lo dico soltanto. Oltre non vado.
– Scrivere lettere che non ti scrivo è un’adorabile finzione.
Frida non può rispondermi perché non esiste o almeno non come immagino io. È soltanto la fugace memoria di un’infanzia trascorsa a mille, senza ingorghi e interruzioni. C’era il presente, carico di sogni e di tumulti. Poi è diventato un futuro sempre più pesante e ingrato. Lei è sparita dalla circolazione senza come né perché. Chiedevo a mia madre di Frida e il mistero di infittiva.
– Non viene più, sai com’è…
– E come dovrebbe essere?
Discorsi tra madre e figlio, senza esiti. In fondo rincorro ancora la mia amica d’infanzia sparita nel nulla. Vivo di questa rincorsa, mi nutro di questa ricerca votata al fallimento. Capita che riceva posta da Frida ma sono comunicazioni di circostanza. Biglietti natalizi, di compleanno, cartoline da località esotiche. Io, invece, le parlo ogni sera dalla mia scrivania. Riempio fogli che poi chiudo in un cassetto con la speranza che Frida, un giorno, li possa leggere. Torno laggiù, al tempo della casa proibita, al tempo in cui la rincorrevo fisicamente. Lei, non da meno, mi inseguiva per le strade e i cortili anche se suo fratello più piccolo si metteva sempre di mezzo. Werner. Stava lì ad ascoltarci senza dire mai nulla. Mi era simpatico perché stava dalla mia parte. La sera, dopo cena, sedevamo sul muro della piazza centrale ad esaltarci delle avventure del giorno e a programmare quelle a venire.
– Andiamo al fiume e facciamo il bagno nudi?
– Osvald, lo sai che ti dico sempre di sì!
– Anche se c’è Werner?
– È dei nostri – e ci guardavamo attraverso lui.
La sera avanzava mischiando sentimenti di appartenenza ed estraneità e nuvole che riempivano l’orizzonte. Werner fissava l’infinitamente grande mentre io e Frida ascoltavamo l’infinitamente piccolo.
Ecco: torno a quelle sere, quando tutto mi sembrava accessibile e vivibile. Ripeto frasi a memoria, rifaccio a ritroso le strade del tempo evitando di inciampare dove sono caduto senza saperlo. Scriverti lettere è come farti tornare a me attraverso un lungo racconto che non ha fine. Sono tre anni che sto dietro a questa vicenda. Tutto sommato, tra alti e bassi, procedo bene ma ogni tanto la storia si complica e mi perdo. Cala la tensione, si allentano gli ingranaggi e non so se sono io a perdermi o sei tu a farmi perdere. Sei sempre stata più grande di quello che sembri, più in là delle apparenze. Ma si può vivere di parole ?
– Natürlich Osvald!
Ecco: Frida diventa carne ed ossa, radiosa e sensuale. Intoccabile. Inavvicinabile.
Dove diavolo siamo mentre parliamo? In quella vecchia cantina o sulla mia poltrona che guarda il mare e mi riporta frammenti di malinconie?
– Si può Osvald, si può!
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