Appunti dal cantiere dell’Anti-Teatro – prima parte

Domenico Castaldo (Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore)

“In principio era il Verbo”, così inizia il Libro e il Libro iniziò l’epoca della scrittura. Il Libro è stato per lunghi secoli la Verità. Oggi il verbo, i libri, la parola sono soprattutto menzogna. Sono il mezzo del raggiro, dell’imbonimento, della cultura spicciola. Noi cerchiamo la Verità, risaliamo ancora prima dell’inizio, al suono. Il suono ed il segno non mentiscono, non lo possono. Non ascoltiamo la parola, bensì il modo in cui viene pronunciata, il modo in cui vibra e risuona in noi. E come animali reagiamo. Prima del principio era un suono ed un orecchio. L’orecchio di un animale e di un bambino. Entrambi fasci di nervi e pelle sottile, pronti a reagire. Ecco l’origine: suono e azione.
Questo è il teatro nuovo, un Anti-Teatro, perché è, non rappresenta. Tanto vecchio da rassomigliare alle parti più ignote di noi. Dall’uomo telematico una fuga, una costante privazione, fino a giungere alla colonna vertebrale: il rettile in noi. Questo viaggio è la meta del LABORATORIO PERMANENTE ed il mezzo è “Katharsis – De cura animae suae”, il nostro ultimo progetto in corso (2007-2011). È essenziale esporre le proprie iniziative, nominandole, secondo canoni riconoscibili: Katharsis (mutuato da Aristotele) indica quel processo per cui, attraverso un evento teatrale, si giunge ad una purificazione. Nel nostro progetto si canta, si danza, si usano i mezzi dello Spirito (disciplina e perseveranza) e dello spirito (ironia e autoironia). Per raggiungere Katharsis si ride, ci si interroga, si propongono risposte nella pratica quotidiana.

Come mai questo nome al progetto?
Questo nome è una aspirazione e un mezzo. Non vi sentite anche voi stanchi, oberati, pieni di stimoli, e privi di tempo per seguire tutto quanto succede, vi provoca, vi raggiunge? Non avete provato a chiudere le porte una volta, un giorno, o anche solo un’ora? Lasciare fuori tutti gli stimoli con cui riempiamo le nostre giornate. Che piacere, riposo, vi dà? Meglio che andare in vacanza!
Lì ci si muove per divertirsi e spendere energie, ci si sposta, si cercano e si trovano altre comodità e inconvenienti. Si pensa al rientro quasi tutti i giorni. Quando si smette di pensarci è finita la vacanza e si torna alla routine. È così! Non si riesce mai veramente a prendere le distanze dalla prigione del vivere quotidiano.
Chiudere al mondo è aprire altre porte. “Katharsis – De cura animae suae” è questa pratica. Ci si ritira per sei, otto, anche dieci ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Tranne uno. Non è escludersi, è come ripararsi da una bufera. È praticare una decisione, dopo aver ascoltato e scelto il proprio punto di vista. Nel ritiro si cercano e si trovano risposte diverse da quelle ovvie, dai percorsi di pensiero obbligati dall’informazione, dalla moda, dalle idee della cultura diffusa, sia di tendenza che di controtendenza.
Si chiudono le porte quando e perché le abitudini ci abbrutiscono, ci offendono, ci privano del bello e del giusto, dell’organicità e della semplicità. Quando il vivere si offre a noi monco di sensibilità e sottigliezza, inespressivo e sordo. Allora si creano gli spazi per coltivare un tempo ed una via di purificazione. Appena si hanno dei frutti si offrono, nella speranza che questo dono viaggi e si propaghi il più possibile.

Cosa significa aprire altre porte?
Fare silenzio. Se taccio, se taccio dentro, ovvero, se riesco – dopo grande sforzo – a fermare il flusso generico dei miei pensieri quotidiani, inizio a sentire dentro di me un’altra voce, più profonda, che parla di un bisogno essenziale. Se soddisfo questo bisogno anche la seconda voce può tacere. Allora ne sento un’altra, ancora più profonda. Fino a non sentire più parole, nulla. La mia testa si fa vuota, come quella di un neonato, o di un’animale. Inizia un enorme riposo attivo. Una vacanza dell’anima: Katharsis. Da questo silenzio inizio ad ascoltare gli impulsi di una necessità vitale, creativa, giungo ad una forte sensazione. Questa sensazione risale il flusso dei pensieri e affiora nel mondo, sotto forma di musica, azione e testo. Tutto inizia dallo zero, dal silenzio. Le porte che si aprono sono le soglie del pensiero e dell’azione che stanno oltre le parole e le idee comuni.

Cosa ha a che fare quanto descritto con il Teatro?
Con il Teatro nulla. È il principio dell’Anti-Teatro. Questo processo è nell’attore, nella sua interazione con l’opera, con le partiture e con lo spettatore. Il Teatro, siccome è gestito, creato, concepito da funzionari o da teatranti mai diventati professionisti e che si sono votati all’organizzazione, non ha nulla a che vedere con il viaggio descritto sopra. Questo viaggio si spinge oltre il professionismo nel Teatro. Acquisite le tecniche e le aspirazioni si muove sul terreno della conoscenza più che in quello dell’affermazione personale.
Questo che chiamiamo Anti-Teatro, ha sede negli attori (intesi come uomini e donne d’azione), si nutre del processo descritto sopra, vive e resuscita in esso, guarisce e diventa una pratica creativa. L’Anti-Teatro, così inteso, si muove fuori dai cliché; l’attore in esso è aperto, è se stesso, e si manifesta attraverso corpo, voce, attenzione. Quest’ultima circola in due direzioni: verso il proprio mondo interiore per sbocciare nell’attenzione altrui. L’uomo in azione diventa sottile, una pellicola trasparente, che muta quando l’attraversano i sentimenti, quando riceve un impulso.
L’arte presunta purtroppo non trascende la realtà, bensì la imita, ci si immerge per rappresentarla, riconoscersi e riflettere i drammi delle persone. I drammi vanno affrontati nella vita reale, l’arte deve fornirci la forza, la coscienza, l’etica, il senso di verità e libertà; deve nutrire il nostro animo e farci esseri pensanti e determinanti nella società, nella cultura. La massa si ingozza invece di paure e dolori, di sogni di ricchezza e frustrazione di “non avere altre possibilità”. Non riusciamo neppure ad immaginare un modo di vivere diverso dal nostro, seppure esso crei e ci crei così tanta sofferenza.
Quello che ho chiamato Anti-Teatro è una via di coscienza e conoscenza. È un modo per determinare il proprio destino, è un esempio in cui la professionalità si afferma, crea, aldilà delle possibilità che i vari sistemi di gestione impongono.

Ma un attore o un’attrice che segue questo processo possono fare il Teatro?
Certamente. Fino al giorno in cui non decide di cambiare, che affrontare i cliché o le banalità delle proposte del Teatro non gli interessa affatto. I cliché con cui, nella vita e nell’arte, ci si presenta oggi sono l’intraprendenza, la disinvoltura, la libertà dei privilegiati, l’impadronirsi di sentimenti non propri, il non avere una posizione, l’essere disinteressati, il non avere nulla da raggiungere, l’essere sempre giovani come unico valore, dunque reiterare comportamenti e abitudini giovanili, il non-essere nulla e nessuno perché nulla e nessuno hanno valore. Si usa imitare atteggiamenti di libertà, vitalità, autodeterminazione, anziché praticarla. Questa è oggi la nostra cultura, ed il Teatro conferma, nel rappresentarli, gli atteggiamenti e le prospettive del vivere quotidiano.
Ma siccome gli esempi alternativi al Teatro sono marginali e nel Teatro istituzionale circola il denaro ed il sogno del successo, tutti gli attori e le attrici aspirano a quello, pur sapendo di star vendendo l’anima al diavolo. Ma in fondo, il diavolo oggi non fa più paura, anzi è un povero diavolo. Ci si dice: “Che male fa? È come me, è come te! È solo un po’ di trasgressione! Tanto gli altri sono peggio. Se loro lo fanno allora anche io lo faccio. Almeno prendiamo un po’ di soldi!”. Questo modo di pensare è privo di etica. L’etica è il primo passo che ci guida ad un’altra realtà, sia essa culturale, politica o spirituale.

Tratto da Testimonianze, Ricerca, Azioni di Clemente Tafuri e David Beronio (ed. Akropolis, Genova, 2010).

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