Don Chisciotte: eroe del razionalismo o uomo qualunque?

Alessandro Barella

Don Chisciotte, Honoré Daumier, c. 1868, olio su tela, Neue Pinakothek, Monaco. Immagine di pubblico dominio.

Quando per il protagonista di un romanzo cavalleresco arriva l’ora di lasciare la storia e uscire di scena, lo fa sempre in maniera tragica e sublime. Si pensi a Orlando che, nonostante le gravi ferite, uccide un nemico dopo l’altro e, prima di esalare l’ultimo respiro, suona l’Olifante per avvertire dell’imboscata le truppe di Carlo Magno. Oppure a Lancillotto che, dopo la fine del regno di Artù, sceglie sceglie la vita dell’eremita e muore da santo. O a Sigfrido, assassinato per una tragica storia d’amore.
Nella scena della morte di Don Chisciotte, invece, si respira un’aria completamente diversa. Siamo al suo capezzale assieme al fido Sancho e lo vediamo spegnersi lentamente, costretto a letto da una malattia. Appena un istante prima della fine ha un ultimo guizzo di forza e, aprendo gli occhi, proclama di aver ritrovato la sanità mentale e scaglia un anatema contro i libri sulla cavalleria errante. I giganti sono di nuovo mulini a vento, gli eserciti greggi.
L’interpretazione di questo passo, quella che si è preferito dare nel

corso della storia, è letterale: il Don Chisciotte è il romanzo che sancisce la fine dell’epica cavalleresca, con tutti gli ideali e le rappresentazioni della guerra irreali che si portava appresso. Il rinsavimento finale di Don Chisciotte è la verità profetica del moribondo in contatto con un mondo superiore, la redenzione dall’illusione, la dissoluzione dell’errore. C’è persino chi, come Steven Nadler, si è spinto tanto avanti su questa via da vedere nel romanzo una delle fonti che hanno ispirato a Cartesio le riflessioni che condurranno alle Meditazioni metafisiche. In pratica, un “e vissero tutti felici e contenti” di stampo razionalistico.
Sebbene sia un’interpretazione convincente, e probabilmente corretta, il romanzo non autorizza a prenderla come verità assoluta. In nessuno dei due prologhi Cervantes lascia intendere che il Don Chisciotte sia più di una storia, un passatempo; né lo presenta come manifesto di un nuovo modo di pensare. Leggendo il secondo prologo, possiamo intuire che intuire Don Chisciotte non poteva sopravvivere alla seconda parte del romanzo perché la possibilità che qualcun altro potesse pubblicare una continuazione non autorizzata delle sue avventure, come “l’apocrifo” di Alonso Fernández de Avellaneda, doveva essere negata per sempre. Questa, però, non è una ragione intellettuale ma narrativa: la gelosia di un autore per il proprio personaggio.
Cosa si deve fare, allora? Rifiutare l’interpretazione classica? No, è difficile dire che sia sbagliata. Ma non si deve restare confinati a essa. I personaggi dei grandi romanzi non sono puri archetipi ma, per usare le parole di Milan Kundera, “io sperimentali” che, calati in situazioni immaginarie, permettono di scoprire una delle possibilità esistenziali da sempre insite nell’uomo.
Anche se è il protagonista impossibile di una storia impossibile, don Chisciotte merita di essere visto nella sua complessità umana, senza cadere nell’errore di interpretarlo come una maschera a una sola dimensione. Egli non recupera la sanità mentale d’un colpo, con un epifanico “ora capisco”. Il suo è un processo interiore che inizia quando conosce la sconfitta in singolar tenzone per mano del Cavaliere della Bianca Luna.

Don Chisciotte e Sancho Panza, illustrazione 10 di Gustave Doré, 1863. Immagine di pubblico dominio.

Cosa gli è successo? Possibile che il colpo che ha ricevuto lo abbia fatto rinsavire? No, di botte ne ha prese fin troppe nelle sue avventure, e non è mai cambiato nulla. Allora cosa c’è di diverso stavolta? È accaduto quello che nel suo mondo era impossibile. Che la invincibile bussola e stella polare della cavalleria errante venga malmenata da un gruppo di briganti è un conto. Può succedere, se sono in superiorità numerica. Ma che sia battuta in singolar tenzone da un altro cavaliere, no.
Per Don Chisciotte è un momento tremendo. Quella sconfitta è un evento impossibile, non può accadere appure accade, ed è un fatto tanto bruto che non c’è modo di negarlo né imbrigliarlo in una interpretazione coerente. È la negazione della certezza angolare di tutto il suo mondo, ma al tempo stesso è incontrovertibilmente reale. È il momento del supremo disincanto: l’armatura della fede in una verità fondamentale si frantuma e lascia l’uomo nudo, solo, smarrito in un mondo che pian piano non riconoscerà più, che non gli parlerà più, che perderà i suoi significati. Le avvisaglie le percepiamo già nel suo viaggio di ritorno a casa. Abbandona le armi. Per apatia rifiuta di ergersi a giudice in una contesa tra contadini e lascia quel ruolo a Sancho. Non è veramente convinto che Altisidora sia morta e poi risorta. L’osteria non gli appare più come un castello pieno di nobili, ma né più né meno come un’osteria coi suoi avventori.
Se la morte fosse sopraggiunta immediatamente dopo la sconfitta, avrebbe conferito alla vicenda il carattere esemplare della tragedia e tolto a Don Chisciotte la sua umanità. Invece, come tutte le verità che entrano in contrasto con un sistema di certezze precedente, anche questa ha bisogno di tempo per essere digerita, compresa, accettata nella sua portata devastante. Fino alla crisi finale, la malattia, dopo la quale ripudierà tutto quello che ha fatto bollandolo come follia, e si dirà pronto ad accettare un’esistenza convenzionale e statica da gentiluomo di campagna, ovverosia ciò che chi gli era intorno si aspettava che egli fosse (per i suoi natali, la sua educazione, la consuetudine del tempo).
Ed ecco quindi che, proprio quando lo si potrebbe dire finalmente guarito, quando è finalmente rientrato nella normalità, nella sanità, muore. Questo capovolgimento, la vita che dura finché dura la malattia e la morte che arriva quando ritorna la salute, è un paradosso? No, a meno di non voler chiamare vita la depressione, il ritrovarsi senza sogni, senza un motivo che spinga ad agire se non la semplice consuetudine e ripetitività, senza qualcosa che dia scopo all’esistenza e la illumini di senso.
Vivere in un mondo in cui gli oggetti si limitano a esistere e gli eventi ad accadere, in cui non si è più in grado di proiettare alcun significato, è impossibile. Persino l’oltreuomo di Nietzsche, per quanto eversivo riguardo alla tradizione e capace di tenere sotto controllo il caos, non può fare a meno di creare nuovi significati e nuovi valori, per quanto transitori. Ma un’impresa del genere era nettamente al di là della portata del povero Don Chisciotte.
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