Jezabel

Anna Maria Occasione

Jezabel, Irene Nemirovsky. Copertina.

Gli scritti di Irene Nemirovsky, si sa, non lasciano respiro, incollano il pensiero alle pagine, fendono. Nata a Kiev ai primi del Novecento da un ricco banchiere ebreo e morta ad Auschwitz, precocissima e prolifica autrice nervina, oggettiva e soggettiva insieme, in Jezabel contorce e insieme distingue, con scenica maestria, due temi tipici del momento storico-filosofico in cui visse, ovverosia l’attrazione per il processo e l’ineluttabile peso dell’inconscio.
Il libro, di cui l’ultima edizione uscita quest’anno per Adelphi e tradotto da Frausin Guarino, si apre con una sorta di ouverture in un’aula penale, gremita di gente brulicante dagli sguardi puntati sull’imputata, Gladys Eysenach, squisita nelle movenze e ancora elegantemente bellissima, che verrà condannata, con la mitezza che si conveniva nei delitti di passione, per l’uccisione del suo giovanissimo amante. L’ouverture costituisce peraltro (e più propriamente) la fine (apparente) del romanzo, che solo a sua chiusura inizia a raccontare con sospettosa e incalzante calma la storia (vera, reale, effettiva) della protagonista, scoprendone a poco a poco tasselli di vita che forniranno del delitto un responso ed una verità inimmaginabili.
Di estremo interesse, studiare e meditare sui due temi innanzi accennati, dove il processo tangibilmente si distende nella noia della forma e nella ovvietà delle domande poste da un’accusa stanca e polverosa, per un caso sin troppo agevole da dipanarsi; dove la realtà processuale e la verità fattuale divergono senza accorgersene (e ben diversa sarebbe stata la pena, solo che i fatti fossero stati cogniti nella loro pienezza); dove il retroterra psicologico di Gladys, affonda le radici nel passato della medesima autrice, nel (forse) vano e freudiano tentativo di liberarsi di una madre che di lei si disinteressò, tanto da essere allevata da una educatrice.
Quest’ultimo tema pone in sé spunti di ulteriore e peculiare interesse, allorché il romanzo affronta la drammatica relazione filiale della protagonista, dal taglio dolorosamente attuale (essere madre e le sue deviazioni più nefande).
Irene Nemirovsky tesse la sua tela, pagina dopo pagina, affinando il suo disegno, catartica, fulminea come certe bestie e come certe bestie istintiva al punto da non comprendersi dove sia la capacità di intendere e dove la consapevolezza del comportamento, incipriando il tessuto di sciocchi balli di società e di vaporosi vestiti, conscia di tendere sopra il male solo una velata garza dalla quale il male stesso, ineluttabilmente, affiora a rendere giustizia.
Il libro merita più di una lettura, a distanza di qualche mese, una volta liberati dall’ansia di giungere al termine. Merita, in ogni caso, rileggere l’ouverture, appena chiusa l’ultima pagina.

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