Cuori spezzati

Riccardo Magagna


Nell’universo esisteva un luogo dove il rock’n’roll era il bene più prezioso. Il bene ultimo. Ebbene quel luogo si chiamava Appledrama City.
E dove campa un bene ultimo, c’è chi vuole possederlo. Solo per sé.
Nella zona alta della città comandavano insegne e luci psichedeliche al neon. Sotto quel lucore un mosaico di varia umanità. Ogni tanto dei vuoti, ritagli che mostravano squarci di cielo azzurro.
Nella zona bassa locali malfamati e bande di allucinati, esaltati dalle droghe e dal desiderio di dominarlo. Il rock s’intende.
I punk-rocker portavano capelli pettinati verso l’alto, più in alto possibile, cosicché esprimessero in qualche modo la loro individualità. Sagome fatte a vite, uncini, aureole, grovigli di colori e di strati. Ma rispettavano il vecchio rock. Odiavano allo stesso modo i feticisti high-tech e i rastafan. Ma soprattutto odiavano i new-electro.
I new-electro erano post punk, elettronica delle origini e delirio mediatico. I vestiti estensioni stilistiche delle loro menti. Toni piatti, niente venature di colore. Nero, grigio, rosso e bianco in un coacervo di suggestioni electro-fashion. Anoressici e chirurgicamente asessuati. Si dedicavano allo spaccio delle droghe sintetiche più devastanti. Neurotrasmettitori eccitanti di ogni tipo, anfetamine e antidepressivi. Merda che ti regalava impulsi suicidi, che ti rendeva stupido, arrogante e sicuro di te. Che ti divorava gli organi interni.
Gli Heartbreakers non stavano con nessuno. E per questo erano cordialmente odiati da tutti. Erano dei pre-punk. Anacronismi viventi fuori dal mondo.
Indossavano vecchie giacche da motociclista di cuoio nero che sembravano uscite dal guardaroba di James Dean. Le cuciture stavano cominciando a saltare, qua e là mancavano delle borchie cromate. I gomiti e i bordi del colletto erano consumati, la vernice nera era scomparsa e spuntava il marrone del cuoio. Ma il cuoio era una seconda pelle per gli Heartbreakers. Sotto potevano anche non portare nulla. Calzavano occhiali scuri. E questo lo facevano perché semplicemente fuori moda.
“Non so voi, ma io odio la domenica. C’è nell’aria quella sensazione di giornata inutile che non porta a niente di buono”.
“Qualcosa di buono c’è sempre. Del buon rock’n’roll? Beh… qualcosa che ti faccia sentir vivo”.
“Il vero rock è meglio, il vero rock sta tornando”.
“Vi ricordate le prime parole di From Elvis In Memphis. Le prime parole che Elvis canta nel brano d’apertura del disco?”.
I had to leave town for a little while!”.
“Esatto! Elvis è stato fuori città per un po’ ma adesso è tornato!”
Una chiamata.
“Pronto Heartbreakers. Sono il detective Charlie. Non mi siete mai stati simpatici e lo sapete. Ma siete, come dire, i meno peggio. Sarò soddisfatto solo quando certa feccia sarà fuori da questa città. I miei informatori mi hanno riferito che Demonius e la sua cricca di new-electro stanno nascosti in un club nella parte nord della città bassa, il Why Not?. Vi aspettano per regolare definitivamente i conti con voi. Sapete cosa dovete fare. Lo dico anche nel vostro interesse!”.
“È un piacere fare affari con lei, detective. Ma si ricordi… Neanche lei ci è mai piaciuto. Cheers”.
Il Why Not? era scuro, nero, claustrofobico. I muri dovevano essere austeri, monocromatici, tutti vetri a specchio, marcatamente vistosi, camp direbbe qualcuno, riempiti con tutto ciò che in quel momento era all’avanguardia oppure dannatamente kitsch e pacchiano.
Si avviarono per un nudo corridoio di uno strano mattone plastificato. Portava direttamente sul palco. Il corridoio si restringeva dopo la prima svolta, così dovettero camminare di traverso, sporgendo gli strumenti di fronte a loro. Lo spazio ad Appledrama City era prezioso, come il rock.
Misero giù la roba e si guardarono intorno. Soffitto basso di mattonelle sbiadite, irregolari, nastri di lampadine a forma di burattini totemici che pendevano tra i tavoli, crocchi di gente del posto in piedi al bar, seduti ai tavoli, ciarlavano, fumavano crack e buttavano giù quaaludes.
Gli Heartbreakers salirono sul palco. Tolsero la spina dall’accordatore e la rinfilarono nel delay. Accesero l’amplificatore e fecero un accordo in mi, schifosamente rumoroso.
Qualcuno dal pubblico urlò: “Bleah!”.
“Signori, siamo lieti di riferire che tutto è a posto come meglio non si potrebbe e presto cominceremo con il rock and roll. Old time rock and roll!”.

“Somebody called me on the phone
they said hey, is Dee Dee home
do you wanna take a walk
do ya wanna go and cop
do ya wanna go get some chinese rocks?
I’m living on chinese rocks
all my best things are in hock
I’m living on chinese rocks
everything is in the pawn shop
The plaster’s falling off the wall
my girlfriend’s crying in the shower stall
It’s hot as a bitch
I shoulda been rich
But I’m just diggin this chinese ditch”.

Senza saperlo Demonius e la sua cricca si stavano muovendo al ritmo della musica. Non troppo. Non in modo aggressivo. La musica scorreva fisicamente dentro di loro, non ostacolata dall’ansia o dai grovigli delle droghe e del loro Io. Il loro Io c’era certo, ma era immacolato come le vesti di un pontefice. Le tensioni se n’erano andate, ora non avevano più paura.
Avevano il coraggio della disperazione. Qualcosa che andava al di là anche del piacere sessuale.
Sotto la luce delle lune di Appledrama City una band recitava il suo salmo.
Il rock’n’roll non dimentica mai.
Gli Heartbreakers possedevano il rock’n’roll.

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