Lo sguardo atteso. La fotografia di Rocco Fatibene

Salvatore Smedile

Forme, fotografia di Rocco Fatibene. Tutti i diritti riservati.

Un pomeriggio di inizio estate mi trovo nello studio di Rocco Fatibene a curiosare tra le sue fotografie. Una rapida carrellata nel suo archivio che diventa uno sguardo su qualcosa di più. Viaggi di studio e lavoro a Londra e New York, l’inossidabile fedeltà e fiducia nel bianco e nero, una frequentazione della nuova tecnologica senza esserne dominato e, soprattutto, una visione della professione all’altezza del mondo.
Delle sue foto pubblicitarie (il lavoro che dà da vivere) conservo nella mente qualche gioiello ma sono altre le immagini che si imprimono in me definitivamente, come un segno che cerca la propria identità. Gli scatti fatti per necessità intrinseca anziché per dovere professionale, quelli non commissionati da qualcuno che se ne appropria, sono i più tangibili. Permangono.
Seduto al tavolo del suo nuovo studio appena inaugurato, Rocco scandisce i tempi di visione delle sue foto che ammiro cercando di cogliere il loro carpe diem e nelle quali intuisco un peso maggiore di quello che appare. Che sia questo il segreto del bianco e nero? Queste e altre questioni rivolgerei a Rocco se lui non mi anticipasse sempre col suo eloquio fluido e rivoli di risposte incatenate.

Forme, fotografia di Rocco Fatibene. Tutti i diritti riservati.

Tutto è leggibile in superficie, nell’apparenza dell’alchimia delle forme soggiogate dall’intenzione. Senza rendercene conto e senza volerlo, ci troviamo intrappolati in un discorso più generale sulla fotografia. Non esiste solo il presente, l’atto del guardare il prodotto finito, a rivelare un disegno, un atto, una posa, una decisione tecnica che mette in forma un’emozione, un impulso del pensiero, un sentimento. Fatibene insegue un’apertura di senso che il lavoro pubblicitario non gli ha ancora consegnato e forse mai gli consegnerà.
“Nessuno, proprio nessuno chiede mai delle mie foto. L’unica cosa che mi sento dire è sempre la stessa: con quale macchina fotografi?” pronuncia con tutto il corpo e con un certo sdegno.
“Vedi questa forma?” e indica un nudo femminile simile a un paesaggio interiore che ha sostanza, una geografia tangibile, percepibile, descrivibile, riconoscibile.
“Quando fotografo inseguo una luce che mi dia quella determinata sensazione”. Profili di uomini e donne che vagano nei deserti dell’anima col desiderio di trovarsi e di smarrirsi. Corpi nudi che nella loro essenzialità trasudano eros e vigore, sogno e carnalità, imponderabilità e sguardo atteso di essere visto nella sua interiorità. Ovvero nel profondo, nell’intrinseco, nell’intimo che butta l’occhio per adescare, essere intravisto, percepito, compreso, riconosciuto. Che sia un danzatore sorpreso nel suo volo o una donna in attesa di una vita, il fermo di un attimo arginato nel divenire del tempo, il fotogramma non è mai solo un fotogramma. C’è dell’altro, c’è spesso dell’altro in quello spazio e contrasto.
“Quando la luce contende la sua esistenza all’oscurità, rabbiosa e letale, quello che rimane è pura forma” è il motto di Rocco Fatibene. In queste parole, la sua ricerca e la sua missione votate alla sconfitta. Anche se nel gesto fotografico l’autore è un demiurgo, un artefice, un creatore di figure, di profili mai uguali a se stessi, il suo destino è di non ripetersi e di non accontentarsi. Si tratta di ambiti ben più interiori di una campagna pubblicitaria, che durano il tempo di uno sguardo rubato, furtivo. Quello che rimane a significare, indicare una prospettiva nel fluire dei momenti. Tutto è vano e tutto è certo perché nulla è definito se non a parole o in immagini.

Forme, fotografia di Rocco Fatibene. Tutti i diritti riservati.

“La pretesa del mio lavoro è quella di restituire alla forma la percezione della materia, ricreandola reale e viva, fisica e presente, contendendola a quell’ombra che la priva invece di ogni fisicità” scriveva Fatibene ai margini della sua ultima mostra intitolata Shape. Ancora qui insiste l’apparizione di un profilo che non ha bisogno di estendersi perché è già esteso. Appare e tocca il cuore di chi lo punta. L’evidenza non ha mai limite.
“Non mi stimola fotografare la realtà così come si presenta ma è quando sono in studio che inizio a dare sfogo al mio bisogno di fotografia”.
Fatibene sfida le ombre e le linee dell’orizzonte, le luci che scolpiscono la materia grezza delle sue ossessioni. Nei suoi dettagli, nelle sue sfumature, nei grigi che a un tratto si fanno più scuri, si nasconde il soffio vitale che non osa pronunciarsi. E io comprendo. Lo faccio mio.

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