L’Adulto nello sguardo dell’adolescente e del giovane

Cristina Muccilli

Università degli Studi di Torino Facoltà di Scienze della Formazione, corso di studio triennale in Scienze dell’Educazione, Relatore Anna Marina Mariani, anno accademico 2007/2008.

Una delle evidenze che maggiormente colpisce riguarda l’attuale situazione in cui non è tanto la famiglia a essere in crisi, quanto la sua rete di sostegno: ciò che si riscontra è, difatti, una assenza di permeabilità tra il dentro e il fuori le mura domestiche che ha, conseguentemente, trasformato la famiglia stessa in un fatto privato, al punto da non essere sostenuta nemmeno più dagli stessi genitori nel momento in cui questi escono di casa per occuparsi d’altro.
La linea di demarcazione che separerebbe il dentro e il fuori, il familiare dallo sconosciuto, non si limita, tuttavia, ad isolare alcune persone dalle altre, ma determina, all’interno della stessa mente dei singoli individui, la proliferazione di confini che ritagliano, isolano e impediscono una reale comunicazione e interazione tra le varie funzioni e i differenti ruoli che l’adulto deve saper interpretare nella vita quotidiana.
Sembra, dunque, che questi adulti non sappiano vivere e comportarsi come persone chiamate a ricoprire, nella vita di tutti i giorni, ruoli differenti e, anziché mantenere attive le preoccupazioni inerenti i ruoli precedentemente interpretati anche quando cambiano “abito”, dimostrano, invece, di considerare ogni piccola frazione di sé un tutto, dimenticandosi dei frammenti che si lasciano alle spalle e che regolarmente ritrovano il giorno dopo.
Si riscontra, in questa prospettiva, una sostanziale incapacità degli adulti a far integrare fra di loro, in modo coerente, i diversi ruoli sociali che la vita quotidiana chiama a ricoprire, con la conseguente formazione, all’interno delle loro menti, di mondi separati che, oltre a compromettere la connessione tra le diverse parti della nostra identità, impedisce il dialogo con l’altro quando quest’ultimo soggiorna, anche per un solo momento, in un territorio nel quale noi non stiamo abitando.
All’interno del suo The Ethical Demand, Løgstrup presentava una visione ottimistica dell’inclinazione naturale dell’uomo attraverso le seguenti parole: «è una caratteristica della vita umana il fatto che di norma interagiamo con un senso di naturale fiducia; solo a seguito di qualche circostanza speciale finiamo col diffidare preventivamente di uno sconosciuto».
Applicate al nostro tempo, tali affermazioni risultano, tuttavia, alquanto inverosimili e in stridente contrasto con l’attuale clima di indiscriminata diffidenza che avvolge le generazioni odierne e che promuove l’immagine di un mondo esterno popolato da nemici e caratterizzato da rapporti improntati alla sfiducia: una prospettiva che non può che generare insicurezza e aspettative di attacco e di ritorsione.
Più adeguati allo stile di vita contemporaneo risultano, invece, essere i messaggi trasmessi dai recenti e seguitissimi spettacoli televisivi, del genere reality show, come Il Grande Fratello o Amici, i quali sembrano addirittura ribaltare il verdetto di Løgstrup: «è una caratteristica della vita umana il fatto che di norma interagiamo con un senso di naturale sospetto».
Questi programmi televisivi, difatti, oltre a promuovere una tendenza alla diffidenza, divulgano anche il messaggio secondo il quale nessuno è indispensabile in una vita, come è la nostra, sempre più simile a un gioco crudele in cui, per poter raggiungere i propri obiettivi, è fondamentale dapprima coalizzarsi con qualcuno, in modo da eliminare i tanti altri concorrenti che ostacolano il nostro cammino, solo per poi accantonare e sconfiggere, uno dopo l’altro, tutti quelli con i quali ci si era precedentemente alleati e che, oramai, non servono più.
In una tale ottica, dunque, gli altri, oltre a non apparire come esseri degni di fiducia, vengono considerati, prima di ogni altra cosa e più di ogni altra cosa, degli antagonisti con i quali ci si può anche alleare, stare spalla a spalla lavorando in squadra per raggiungere degli obiettivi comuni, ma solamente finché i benefici che questa temporanea collaborazione arreca sono maggiori a quelli che si potrebbero ottenere revocando gli impegni e annullando gli obblighi.
In un simile contesto sociale, in cui una delle massime più adeguate sembra essere appunto “Homo Homini Lupus”, si aggirano quegli adulti che gli stessi adolescenti della ricerca dell’Istituto Adler hanno rappresentato nelle vesti di lupi amorevoli e premurosi nei confronti della propria cucciolata, ma terribilmente aggressivi, pericolosi e senza scrupoli di fronte agli estranei: adulti incapaci di sentirsi a casa propria negli spazi comuni, poiché radicati nella convinzione che tutto ciò che si trova fuori dalla propria tana sia ostile e rischioso; adulti, di conseguenza, sempre alla ricerca di una sicurezza costruita più sulla difesa che non sulla fiducia.
Non ci si deve stupire del fatto che la nostra epoca appaia come il tempo dei lucchetti brevettati, degli allarmi antifurto, delle recinzioni con filo spinato, delle ronde di quartiere e dei vigilantes: un tempo in cui sembra avere bene attecchito la concezione idealizzata della casa sicura la quale induce inevitabilmente a considerare la strada, il fuori, come un territorio irto di pericoli e a trasformare i suoi abitanti in loschi individui, portatori di minacce, che per questo devono essere controllati, rimossi e tenuti a debita distanza.
Aristotele distingueva tra l’oîkos, il territorio privato familiare e confortevole dove ci si incontra faccia a faccia con gli altri a noi vicini, con i quali si dialoga e si negoziano le modalità di convivenza; l’ekklesía, il dominio remoto che raramente si visita di persona, ma nel quale si dirimono le questioni pubbliche; l’agorà, una terza area che separa le altre due precedenti e che rappresenta il luogo in cui pubblico e privato si incontrano, si conoscono e imparano la difficile arte della pacifica coabitazione: in altre parole lo spazio della democrazia.
L’adulto che abbiamo potuto ritrovare nelle rappresentazioni mentali degli adolescenti si comporta come un soggetto che abita l’oîkos prendendosene molta cura, riservando, però, un sentimento di sfiducia nei confronti della dimensione dell’ekklesía e vivendo lo spazio dell’agorà con difficoltà; è difatti, un adulto che esce, che va nelle piazze, un adulto socialmente presente, ma secondo una modalità singolare, tipica del nostro tempo, cioè quella dell’intrattenimento: le nostre agorà, infatti, non sono vuote, anzi sono piuttosto frequentate, ma più che altro per fare festa.
La dimensione ludica sembra essere rimasta, dunque, l’unico fattore ancora in grado di mobilitare il sentimento sociale e di far riunire le persone in modo spontaneo e costruttivo attorno a un obiettivo comune (anche se ultimamente si sta andando verso il suo stesso superamento, poiché ci si aspetta e si domanda sempre più che sia qualcun altro, magari qualche istituzione, a organizzare l’evento festoso, a finanziarlo e a curarne la realizzazione), ma il relegare l’agorà alla sua sola funzione ludica significa utilizzare l’enorme potenziale del sentimento sociale per dirimere questioni di piccolo cabotaggio: “voglio star bene con il mio collega e con il mio vicino di casa, ma non mi interessa il resto, il destino della mia ditta e tanto meno quello dello Stato”.
Più che di sentimento sociale, bisognerebbe, perciò, parlare di Sentimentalismo Sociale che oggigiorno sembra caratterizzare la vita comunitaria degli adulti e che presuppone il mettere al servizio di orizzonti limitati, individuali e transitori, una forza di grande portata come è quella del Capitale Sociale. Il sentimentalismo sociale, infatti, si occupa di reti ristrette di relazioni, fondate sull’appartenenza diretta, promuovendo una solidarietà autocentrata che ha lo scopo di mantenere confini ridotti e di stringere patti di difesa e di controllo della propria sopravvivenza e del proprio benessere: spinge, in tale modo, a cercare di star bene solo con chi è con noi, in quel momento, in quel periodo della vita, in quell’area di interessi comuni, fondando “comunità a tempo”, sul modello dei 100 giorni del Grande Fratello.
Quella che sembra essere scomparsa, o per lo meno sembra essere diventata impalpabile, è, dunque, la fiducia nelle proprie, comuni e collettive, capacità e possibilità di cambiare le regole del gioco: sicuramente non sono questi nostri i tempi in cui si possa credere o confidare in una società utopica, ma non per questo è giustificabile l’atteggiamento cinico con cui gli adulti di oggi si adeguano a quel che resiste, cercando sempre di assicurarsi il maggior vantaggio – meglio ancora se individuale o, al massimo, esteso alla propria famiglia – in quanto, questo vivere come se si fosse autosufficienti, proiettati verso l’esclusivo raggiungimento del benessere della propria cerchia familiare e di conoscenti, non fa altro che trasformare l’agorà, da spazio comune in cui negoziare le regole di pacifica coabitazione, in una sorta di Paese dei Balocchi nel quale, per sopravvivere, è indispensabile cercare di accaparrarsi, di ottenere e consumare ogni cosa, dal divertimento agli stessi rapporti umani, secondo una modalità usa e getta.
Ed è, appunto, tra le conseguenze di questo utilizzo consumistico dell’agorà che possiamo facilmente collocare l’attuale tendenza a percepire il mondo, al di là delle mura domestiche, come pericoloso, spaventoso e ostile: il modo stesso di vivere lo spazio pubblico nella sua sola dimensione ludica, senza impegno né solidarietà, ci impedisce, di fatto, di conoscerlo nelle sue caratteristiche più profonde e di avvicinarci realmente ai soggetti che vi stazionano, poiché, anche quando pensiamo di essere usciti dalle nostre case, in realtà, la nostra predisposizione mentalmente rimane legata alla dimensione familiare dell’oîkos. L’abitare la piazza solo per far festa ci fa restare avvinghiati alle nostre sicurezze, ai pregiudizi che annebbiano la nostra vista e che ci impediscono di vivere appieno quegli spazi comuni che, in questo modo, restano sconosciuti e, dunque, temuti.
Una tale modalità di vivere l’ambiente sociale e di stare con gli altri comporta, inoltre, anche degli effetti deleteri sullo stesso processo di crescita del ragazzo e sul suo passaggio dall’adolescenza all’età adulta: oggi, infatti, questo passaggio corre il rischio di compiersi in modo diretto, senza che siano avvenute reali trasformazioni, elaborazioni o una reale maturazione sotto il profilo della partecipazione alla vita collettiva; semplicemente si verifica una mera applicazione delle regole comportamentali del gruppo adolescenziale nella vita adulta.
Ciò significa, in altre parole, che, se un tempo il gruppo adolescenziale rappresentava la palestra che preparava alla vita sociale, oggi, invece, è diventato il modello stesso di abitazione dello spazio pubblico e questo perché l’immagine di adulto che trasmettiamo agli adolescenti è quello di un soggetto povero di responsabilità e impegno sociale, dedito più al principio del piacere immediato, da consumarsi subito, piuttosto che al principio di realtà; un modello che, dunque, autorizza i ragazzi a prefigurarsi il raggiungimento della condizione adulta come il momento in cui potranno fare tutto ciò che desiderano senza dover rendere conto a nessuno.
Adolescenti animati da un tale modello di adultità si sentono, dunque, legittimati a trasferire nella vita adulta il loro modello di vita puerile tout court, senza modifiche né rinunce particolari: per utilizzare le parole di Giovanni Cappello «non si tratta più di conservare dentro di sé, quando si è adulti, la spinta, la freschezza e l’originalità dello spirito del bambino, ma si assiste al traghettamento alla sponda adulta del bambino tutto intero ».
Se ne deduce, dunque, che una così scarsa propensione al sentimento sociale, come è quella riscontrata nella rappresentazione mentale di adulto che gli adolescenti stanno interiorizzando, non lasci molto spazio alla possibilità che compiti evolutivi, quali il soggettivarsi, il realizzare una coppia e costruire nuovi legami affettivi e sociali, possano essere portati adeguatamente a termine dai giovani di oggi, inseriti come sono in un contesto sociale che promuove il solo interesse personale a scapito di quello collettivo.
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