Facce

Andrea Cangeri

Straniero in terra straniera, che a poco a poco diventa familiare. Diventa casa.
Straniero in terra straniera, per non sentirsi straniero nella propria terra, per non dover combattere ogni giorno con quel senso di dissociazione, di non appartenenza a un luogo, a un popolo, a una cultura in cui non ti rispecchi più.
Diceva Gaber che “l’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione: l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”. Ovvero: l’appartenenza non è uno stato passivo, ma attivo. Ci vuole dedizione, amore e forza per portarti dentro le persone a cui senti di appartenere. Finché si tratta della tua famiglia, di pochi buoni amici e della persona che ami ce la facciamo più o meno tutti. Ma portarti dentro l’Italia, con tutte le sue contraddizioni e la sua atmosfera spesso soffocante, la sua politica spazzatura, l’inquinamento e il decadimento delle coscienze, che genera e permette la decadenza generale del paese… beh, questo è un compito che alcune persone non riescono a sopportare.
“Lasciatemi col gusto dell’assenza, lasciatemi da solo con la mia esistenza”: cantavo questa canzone di Gaber quando lasciavo l’Italia. Cantavo, come per esorcizzare l’inquietudine. In tanti ce ne siamo andati con il biglietto di sola andata. Chi col groppone in gola, chi con il cuore leggero, chi con la mente libera e lo sguardo avanti. Molte di queste persone si sono stancate di aspettare un rinnovamento, una svolta per il proprio paese, e hanno dato precedenza alla ricerca della propria felicità. Alcuni magari riescono a costruirla, altri no. Ma non è di questo che voglio parlare.
Voglio piuttosto parlare di facce. Facce di italiani in tono minore, che cercano di mimetizzarsi in città straniere. Facce di italiani che schivano gli altri italiani, specialmente i turisti che vengono qui a Madrid a lamentarsi che il caffè non è buono (odiosi). Facce di italiani che cercano sempre la compagnia di altri italiani, per poter insieme parlare male dell’Italia. Facce di italiani che approfittano di ogni occasione per parlare male dell’Italia, salvo quando si tratta di cucina o del mare di Sicilia e Sardegna o di cantautori o di qualunque cosa a cui siano affezionati. Facce di italiani che parlano male dell’Italia se i loro interlocutori stranieri la apprezzano, ma sguainano la spada se uno straniero azzarda un commento negativo (ovvero: va bene buttare merda sull’Italia, ma che sia merda mia, perché quella degli altri puzza). Facce di italiani che si sentono un po’ soli, ma non troppo. E anche facce di italiani che sembrano avere dimenticato l’Italia: sguazzano felici e avidi nella loro nuova vita, si muovono con sicumera e naturalezza tra le vie di Madrid, nella metro, nei bar di tapas o di copas. Così sicuri e naturali che la gente li vede da lontano e pensa: toh guarda, un italiano.
Eppure ieri, martedì 9 novembre 2010, è accaduto qualcosa. Di colpo tutte queste facce si sono assomigliate. Sono diventate rosse, emozionate, orgogliose. Si sono rispecchiate in un’altra faccia, anzi in tre facce: quella di Saviano, quella di Benigni e quella di Fazio. Dico il 9 novembre perché le immagini del programma “Vieni via con me” ci sono arrivate il giorno dopo attraverso YouTube, e si sono poi diffuse rapidamente attraverso Facebook. Alle immagini di vergogna che ci arrivavano dall’Italia, alle facce disgustose che eravamo abituati a vedere si sono sovrapposte delle facce vere, pulite, interessanti. Non che fossero facce nuove, ma insieme hanno creato una sinergia speciale. E la faccia di Saviano risultava più disarmante che mai. Non erano solo facce che parlavano giusto. Anche Travaglio parla giusto e chiaro. Ma la sua intelligenza e la sua lucidità non riescono a dare alle facce sperdute degli italiani la cosa forse più essenziale: la speranza. “Le fiabe non dicono ai bambini che esistono i draghi. I bambini lo sanno già da soli. Le fiabe dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”, ha detto Benigni. È questa l’appartenenza di cui gli italiani hanno bisogno, da vicino come da lontano.
E qui in terra di Spagna, come credo in tutto il mondo, molti di noi che hanno scelto il gusto dell’assenza hanno ritrovato una nuova, dolce forma di presenza. E un mattoncino in più per ricostruire quel “per fortuna” smarrito della frase di Gaber: “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

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