L’uomo e il dolore: la via dell’oblio

Alessandro Barella

Due antilopi fuggono da una tigre cinese, settembre 2007. Fotografia di China's Tiger, licenza CC 2.5.

“Cerca di dimenticare”, “non pensarci”, “il tempo è il miglior medico per le ferite dell’anima”, “distraiti”. Chi, attraversando un periodo di sofferenza, non si è mai sentito ripetere fino allo sfinimento consigli del genere? Sono frasi di circostanza, pronunciate più per abitudine che dopo una vera e propria riflessione sulla loro utilità. Parrà strano ad alcuni, ma è proprio questo che le rende interessanti e degne di considerazione. La loro frequenza, il fatto che appartengano al senso comune e che siano generalmente accettate come valide, ne fanno un punto d’osservazione privilegiato sugli uomini che fin dalla nascita sono stati plasmati dalla cultura a cui esse appartengono.
Il carattere comune a queste frasi e a quelle loro affini è il rimando all’Oblio. Esse hanno per sfondo l’idea che rimuovere dalla coscienza il problema che ha causato il dolore, farà cessare quest’ultimo. Attenzione: “rimuovere dalla coscienza”, non “rimuovere e basta”. È quel tipo di atteggiamento che Sartre ritrovava nello svenimento e chiamava “magico”: far sparire il mondo facendone sparire la consapevolezza.
All’atto pratico, tutto ciò è identico nella struttura a un atteggiamento che si è evoluto quando l’uomo ancora non si definiva animale razionale. Anzi, quando probabilmente i primi mammiferi non si erano ancora affacciati sulla terra. L’Oblio non è che l’applicazione a un oggetto differente dello stesso istinto per il quale la preda cerca di fuggire il più lontano possibile un predatore, cercando di mettersi in salvo dove non potranno più percepirsi a vicenda. Ma il predatore in questione, il dolore, vive ed esiste soltanto all’interno dell’uomo. Per sfuggirgli bisogna allontanarsi da se stessi, che è il senso vero e proprio dell’Oblio.
“Cerca di divertirti un po’” è una frase che si sente dire spesso insieme alle altre. Difficilmente può essere un caso che divertirsi derivi dal latino diverto o deverto, che significano proprio “voltare le spalle a”, “andarsene da”.
I singoli uomini sono plasmati dalla cultura in cui nascono, ma quella cultura è stata plasmata nel suo sviluppo dalla totalità degli uomini che l’hanno vissuta. Se è vero che ogni creazione umana non può non portare in sé tracce dei propri creatori, e che la ricerca dell’Oblio è un tratto costitutivo della natura umana, dovrebbe essere possibile trovarne le tracce all’interno della cultura stessa. Ma come si può correre via lontano da qualcosa che è dentro di sé? Ci sono soltanto due modi.
Il primo è il più radicale: l’annullamento della coscienza. Le vie per raggiungere tale traguardo sono molteplici, dallo stordimento prodotto da alcol e droghe fino alla follia e al gesto estremo del suicidio. Tuttavia, trattandosi di strade perlopiù individuali e considerate per istinto moralmente riprovevoli, esse non hanno niente di interessante da dire. Il fatto che il numero delle persone che ne imbocchi una sia in crescita non significa altro che l’aumento del numero di persone che soffrono senza riuscire a trovare una cura definitiva o una consolazione.
L’alternativa è il distogliere la coscienza dall’interno attirandola verso l’esterno. Si pensi ai moderni videogiochi, sempre migliori dal punto di vista estetico ma sempre più vuoti dal punto di vista dei contenuti e della storia. Ancora di più, si pensi a come si sono sviluppati nel tempo i centri delle metropoli: non appena uno vi mette piede, i suoi organi di senso vengono letteralmente assaliti da una molteplicità indefinita di stimoli visivi e sonori che non hanno altro fine se non quello di attirare la sua attenzione consapevole verso di essi, verso la pura esteriorità. Il buio e il silenzio avrebbero l’effetto contrario: rendendo temporaneamente inutili gli organi di senso, l’attenzione sarebbe costretta a tornare verso l’interno e il dolore.
Ovviamente, non è tutto qui. È quasi banale notare quanto la storia della tecnica, il prodotto per eccellenza dell’uomo, sia permeata dalla ricerca di modi sempre più semplici, rapidi e coinvolgenti per raggiungere tale fine. All’epoca di Blaise Pascal, l’unico modo che gli uomini avevano per ricercare il divertissement erano le occupazioni quotidiane e gli intrattenimenti sociali. Ma lo sviluppo tecnologico ha via via reso più facile eliminare la dimensione interpersonale, sempre potenzialmente portatrice di nuovi dolori e fastidi. Si pensi all’innovazione del cinema tridimensionale, che tenta di attirare letteralmente lo spettatore dentro dall’esteriorità dello spettacolo, lasciando tanto il mondo interiore quanto il mondo reale come brusii di sottofondo. Si pensi alla possibilità di videogiocare via internet, che toglie la necessità di riempirsi la casa di altre persone di carne e ossa per fare una partita (e, in casi patologici, anche quella di avere una vita vera e propria al di fuori di quella online). Oppure, per non credere che sia soltanto una questione dei tempi moderni, si pensi all’invenzione della stampa, che ha reso possibile la diffusione di massa del libro leggero, passatempo poi prepotentemente scalzato dalla televisione. E gli esempi si potrebbero moltiplicare indefinitamente.

J.R.R. Tolkien, 1916. Fotografia di dominio pubblico.

Un’ultima osservazione: c’è un senso in più in cui, come si diceva all’inizio, la fuga dal dolore non è che la fuga dell’animale dal predatore. Scappare non fa sparire il predatore dal mondo reale. Rimane sempre la possibilità di incontrarlo di nuovo in futuro. Lo stesso è vero per il dolore, tanto più che se ne può restare accovacciato nel suo cantuccio dentro l’inconscio, pronto a balzare di nuovo fuori alla prima occasione. A chi ha letto Tolkien, sarà venuta in mente la storia di Turin Turambar. Potrebbe non essere sbagliato considerarlo come simbolo della situazione esistenziale di una cultura intera, in effetti.
Forse l’Oblio è la via più istintiva. Ma non è una soluzione vera e propria. Né più né meno di quanto il fondotinta lo sia per il morbillo. Fortunatamente, la ricerca dell’Oblio non è l’unica via a disposizione dell’uomo per liberarsi del dolore. Quando si ha a che fare con un predatore, non bisogna per forza cercare di correre più veloce di lui. Si possono indossare delle protezioni, sperando che siano sufficienti contro i suoi artigli, oppure si può cercare di fronteggiarlo. Ma per adesso non c’è spazio a sufficienza per affrontare questi altri temi.

Questo articolo fa parte di un ciclo. Ecco gli altri finora pubblicati:

2 L’uomo e il dolore: la via della tenacia.
3 Riflessioni su dio come poeta.

 

2 thoughts on “L’uomo e il dolore: la via dell’oblio

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