Actor civis inter cives – parte prima

Marco Gobetti

Maschere teatrali della tragedia e della commedia, mosaico romano, 2° sec., Musei Capitolini. Immagine di dominio pubblico.

Provo a dire che cos’è per me ora il teatro. Premetto che è un pensiero che corrisponde a un’azione, che a sua volta è fatta di tante azioni e dunque per sua stessa definizione è in movimento: non è insomma un pensiero definitivo. Infatti per farlo saccheggio da miei pensieri e azioni passate, per unirli a pensieri e azioni recenti o presenti.
Scriveva Gian Renzo Morteo: “La comparsa del cinema ha obbligato a ripensare radicalmente il teatro. Da questo ripensamento il teatro è uscito non soltanto liberato da alcune servitù (ad es. essere soltanto testimone o divertimento), ma anche ritrovato nelle sue caratteristiche fondamentali e originarie. Non unicamente spettacolo, nel senso di rappresentazione di qualcosa. Sul piano della semplice rappresentazione l’interesse del teatro può essere solamente virtuosistico (farlo dal vivo, sotto gli occhi del pubblico) o voyeuristico (vedere gli attori in carne e ossa). Il teatro si riscopre fatto magico e sociale. Il magico sono sicuro che ci sia (l’energia della presenza), ma è difficile parlarne. Il sociale è il rapporto vivo, bidirezionale scena-platea e viceversa. Quindi: avvenimento, imprevisto, improvvisazione, continua evoluzione dello spettacolo. Non soltanto rappresentazione: favola, modo di essere”.
Il teatro, o meglio un teatro, avviene quando uno o più attori si incontrano con un pubblico in uno stesso spazio; è il modo più antico – non per questo anacronistico, anzi sempre innovativo e contemporaneo, proprio perché vive degli uomini con cui avviene – ed essenziale per ricercare il “fatto magico e sociale” di cui parlava Morteo. Ma di teatri ce n’è tanti. Il teatro per fortuna vive in infinite forme: questa è una ricchezza. Molti teatri sono teatri alternativi (totalmente o parzialmente) al teatro d’attore. Ben venga: che ognuno faccia il suo teatro.
L’importante è che ognuno tenga conto del “fatto sociale”, cioè del pubblico con cui si incontra e del luogo che ospita l’incontro. E della magia che può nascere da quell’incontro. Allora hanno senso anche la danza, la musica, la multimedialità: tutto è spettacolo e ogni linguaggio, ogni immagine e ogni argomento funzionano, se sono usati sinceramente.
Non è un problema di maggiore o minore narratività, di maggiore o minore ermetismo: è un problema di maggiore o minore consapevolezza, di volontà da cui nasce l’azione, che nella reciprocità diventa reazione. E dunque comunicazione. Ad esempio, se io attore decido di raccontare la vita di una scoreggia, alla base deve esserci la volontà di evocare la o una scoreggia, volontà che nasce da un bisogno forte, da un’urgenza del dire e dell’agire. Devo poi essere convinto del fatto che quella scoreggia che ho scelto riguardi anche altri; che li riguardi certamente in modo diverso da me (ognuno ha il suo meteorismo), ma che non riguardi solo me. Devo essere pienamente cosciente di ciò che faccio, del perché lo faccio e del “per chi lo faccio”. Se la risposta al “per chi” è solo “per me”, allora non ha senso: meglio scoreggiare in camera mia, senza cercare e proclamare falsi incontri. E non esistono scuse (tali sono quelle di chi prende in giro); esistono semmai vie alternative (tali sono quelle di chi è in buona fede).
Provo a ragionare su chi cerca in buona fede vie alternative, per cercare di capire chi è che prende in giro. Di solito chi ha cercato e cerca la via alternativa lo fa perché ciò che vuole dire e fare nello stesso spazio in cui ci saranno altri uomini, riguarda proprio i meccanismi che caratterizzano una relazione fra gli uomini. Provo a pensare a me che un giorno mi metto a cercare una via alternativa al teatro d’attore, che è quello che solitamente pratico. Se ad esempio un giorno vivendo mi rendo conto che bado solo più a me perché non sopporto il genere umano perché puzza troppo in quanto tutti scoreggiano, allora devo trovare il modo di urlarlo a tutti: devo trovare parole o altri mezzi per dire con convinzione ai miei spettatori che mi isolo perché sovente incontrandoli per la strada ho sentito odori insopportabili. E per farlo devo magari evocare quegli odori, consentendo al mio pubblico di ricordarne e sentirne mille altri, di immaginare e fantasticare su annusamenti. Mi renderò magari conto che non mi basteranno più solo le parole. Potrò dunque provare a chiudermi in una teca di vetro. Sarà poi utile che un altro uomo, magari scoreggione e assai puzzolente, cerchi invano di annusarmi zompando intorno alla teca e inspirando con forza dalla superficie della medesima. O che gli spettatori stessi abbiano la possibilità di tentare di annusarmi. Allora proietterò su una parete dei filmati che suscitino negli spettatori il desiderio forte di annusarmi o a un certo punto l’uomo puzzolente si mescolerà agli spettatori che sfilano e tenterà di annusarmi solo quando arriverà di fronte alla teca o annuserà gli spettatori uno per uno. Tutto vale, basta che tutto corrisponda a una consapevolezza, a un bisogno di comunicazione, a un desiderio di reazioni. Insomma, non basta che io mi chiuda in una teca di vetro e aspetti che loro mi sfilino davanti. Se voglio evocare l’impossibilità di una relazione (“per me gli altri scoreggiano e puzzano e quindi mi isolo”) all’interno della relazione con gli spettatori in uno stesso spazio, non basta che io mi limiti a rompere quest’ultima relazione. Se faccio solo questo prendo in giro chi mi sfila davanti. Sono autoreferenziale e inutile. Meglio davvero che me ne vada in camera mia, davanti a uno specchio abbastanza grande da contenermi, scoreggiando e replicando il mio spettacolo quando e quanto mi pare. Con la finestra aperta o chiusa a seconda dell’umore.
Ecco, io spettatore mi sento preso in giro da uno che si chiude nella teca di vetro e aspetta che io gli passi davanti: sia nel caso in cui voglia segnalarmi il suo dolore per l’impossibilità di comunicare col mondo perché tutti scoreggiano troppo, sia nel caso in cui non voglia segnalarmi proprio niente. Perché nel primo caso ci sono un sentimento e una volontà che non sfociano in un’azione, nel secondo c’è un’azione non suffragata da volontà e sentimento. Entrambe le situazioni mi mettono nell’impossibilità di reagire e dunque non può esserci né magia né socialità.

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2 thoughts on “Actor civis inter cives – parte prima

  1. dario tozzoli ha detto:

    Grande Marco. Per come ti conosco e per quello che conosco del tuo vivere il teatro, credo che tu stia tenendo accesa una preziosa fiamma del teatro autentico come esperienza comunicativa originaria, non solo tra esseri umani ma anche con forze (come quella della “presenza” che ricorda Morteo) che impongono a chi accetta l’invito (a teatro) una sorta di gioco sacro.
    A proposito, Lotario D’Oziz mi ha pregato di salutare Hilario Halubras.
    Sono contento di trovarti su Linea.
    Un abbraccio.
    Dario

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