A‘nciuria camina. Società e tradizione nei soprannomi botricellesi

Giovanna Viscomi

Tesi di laurea magistrale in geografia linguistica, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana, Università degli Studi di Torino, Relatore Prof. Lorenzo Massobrio, anno accademico 2007/2008.

Le modalità di nominazione tradizionali, ovvero “de li antichi”, rendevano poco libera la scelta del nome proprio, il quale più che individuare classificava e forniva delle precise indicazioni sulla posizione genealogica della persona all’interno della famiglia e del proprio casato. In questo contesto la capacità individuante del nome si rivela assai debole: nell’ambito di uno stesso casato lo stesso nome distingueva oltre al nonno tutti i cugini maschi della linea maschile e tutti i cugini cadetti della linea femminile. È anche per questa ragione che interveniva il soprannome, il quale, insieme con altre importanti funzioni, veniva ad assumere quella non secondaria, lasciata scoperta dal nome proprio, di nominare per individuare, lasciando al nome il compito primario di nominare per classificare. Il soprannome quindi, lungi dall’essere un’aggiunta onomastica facoltativa e casuale, rappresenta nella società botricellese una necessità vitale.
Il nome e il cognome non sono sufficienti a individuare il singolo, se non all’interno della famiglia nucleare. Il vero elemento di identificazione è il soprannome, “a ‘nciuria”, che, sebbene non usufruisca di alcuna ufficializzazione, permette di individuare con precisione ciascun individuo all’interno della collettività e non lascia spazio a omonimie: se da un lato si tollera che nella
comunità ci siano più individui che si chiamano Gregorio, dall’altro non è possibile trovare un soprannome che indichi due persone diverse, tranne che si tratti di soprannomi di casato (per esempio Coscimini, Pilacchi, Spiti…).
Ciascun individuo a Botricello acquisisce alla nascita, oltre all’idionimo e al cognome, il soprannome di famiglia, lignaggio o casata, e può ricevere durante il corso della sua vita uno o più soprannomi individuali, potenzialmente ereditari. Tutti quindi, uomini, donne e bambini, hanno almeno un soprannome. I soprannomi individuali nascono spesso occasionalmente a opera di un membro della comunità; il loro successo e la loro fortuna sono da mettere in relazione al prestigio sociale di chi lo crea e lo attribuisce e alla capacità che ha il soprannome di riassumere efficacemente un connotato significativo della persona. Il soprannome di “famiglia” si forma generalmente a partire dal soprannome personale del capostipite del segmento e si riferisce a un insieme di consanguinei e affini più o meno esteso a seconda delle situazioni e delle diverse vicende matrimoniali. Il meccanismo di base di questo tipo di denominazione sembra quello di sostituire un cognome spesso troppo comune con il soprannome di un membro della famiglia che viene esteso ai parenti più prossimi. Alcuni soprannomi hanno come base diretta un nome personale. In genere ricalcano il nome del capostipite o dei “mitici fondatori” del segmento familiare e risultano estesi a denominazione collettiva di un determinato gruppo di parenti.
Dal momento in cui il soprannome diventa trasmissibile, l’individuo da esso designato cessa di essere tale e diventa membro di un gruppo più allargato che da esso erediterà tutte le caratteristiche morali, fisiche, psichiche, che il soprannome evidenzia e che assumerà come costituenti essenziali della propria identità (così avviene ad esempio per le forme Canagliu, Carduna, Ciamparrinu,
Pilusu …).
La trasmissione del soprannome avviene, di norma ma non esclusivamente, per via patrilineare e riguarda sia i figli che le figlie che mantengono il soprannome di casato anche dopo il matrimonio, senza confonderlo, unirlo o scambiarlo con quello del marito. Ma nella realtà ci sono anche casi (corrispondenti circa al 20% del totale) in cui è la donna a trasmettere il soprannome ai figli e talvolta anche al coniuge. Molto spesso sono nomi di donna, della madre, assunti come soprannome
dai figli, o della moglie, passati al marito (Catina, Crispina, Girda, Stella), talvolta sono cognomi trasmessi come soprannome per via matrilineare (Minasi).
I motivi principali della trasmissione matrilineare sono molteplici; sulla base delle informazioni ottenute dai parlanti si possono così riassumere: il padre non è originario del paese e quindi per definizione non ha un soprannome; il padre è emigrato a lungo; il padre è morto prematuramente, per cui la figura di riferimento dei figli è la sola madre.
Poiché è trasmesso per più generazioni (a‘nciuria camina), un soprannome può diventare troppo esteso e comune a un numero elevato di persone, perdendo così la sua funzione identificativa. Quando ciò avviene si verifica un processo di segmentazione per cui un ramo della casata continua a conservare il soprannome originario, mentre gli altri ne acquisiscono di nuovi. Ma non tutti i soprannomi individuali vengono trasmessi alla discendenza: è ovvio che il meccanismo di aumento dei soprannomi è dipendente dalla fortuna demografica della famiglia medesima.
Nel corso delle generazioni una parte dei soprannomi ha perso la sua carica di motivazione iniziale, passando, con l’ereditarietà, dal campo della significazione a quello dell’identificazione. Alcune di queste forme, divenute opache sotto il peso del tempo, hanno perduto qualsiasi riferimento certo a elementi del lessico comune e si presentano agli stessi membri della comunità con i soli caratteri
dell’evocazione e dell’associazione. Creazioni particolari, allusive e anche onomatopeiche
(Carciadonte, Cicopii, Ingingi, Paramà, Tringidu) si rivelano pertanto impenetrabili; fornire spiegazioni o etimologie puntuali per tali forme si rivela un gioco fantasioso (alcuni informatori non sapendo motivare la ragione di determinati soprannomi, divenuti opachi con il trascorrere del
tempo, non hanno esitato, tramite un processo paretimologico, a risemantizzare, rendendo così la motivazione delle forme agnominali in questione di nuovo trasparente).
Così determinati soprannomi restano inspiegabili, perché, persosi ormai il contesto storico, sociale e culturale o il ricordo dell’occasione in cui il soprannome è nato, è impossibile cercare di individuarne il significato. Dunque solo i soprannomi che hanno un preciso riscontro nel mondo quotidiano e quelli di conio più recente possono essere interpretati, spiegati e capiti; per gli altri dobbiamo accontentarci di avere i repertori.
L’estrema eterogeneità dei gruppi che compongono la comunità botricellese risulta confermata a livello popolare nei tipi soprannominali esistenti. Una certa rilevanza assumono, a tal proposito, i soprannomi indicanti una provenienza geografica. Tramite questi tipi possiamo individuare e confermare percorsi, epoche ed entità di flussi migratori che, in coincidenza con periodi di sviluppo particolarmente significativi, hanno interessato la comunità.
Il quadro che si delinea mostra una comunità basata prevalentemente su un sistema economico agricolo-pastorale di tipo tradizionale (Carrettunaru, Fattura e Danieli, Guardianu, Massarottu, Pilotu, Turreri), dove tanta parte avevano le aziende agricole che si rifornivano di manodopera
giornaliera coordinata da massari. La circolazione di denaro era assai scarsa: la maestranza era generalmente retribuita con i prodotti della terra. Ciò comportava un generale stato di povertà.
L’appellativo di mestiere può rifarsi ad attività lavorative caratterizzanti il nucleo familiare di appartenenza dell’individuo denominato (Carcaroti, Mulatteri, Salinari, Scarpari, Scellisti, Turreri) o corrispondere all’attività da lui realmente svolta. In quest’ultimo caso l’analisi degli agnomi
riferiti ad attività professionali ci offre interessanti informazioni sui ruoli e le differenze di genere nel mondo del lavoro: a fronte di una grande varietà di figure professionali maschili (Carrettunaru, Forgiaru, Furnaru, Mercataru…), i femminili risultano in genere limitati a mestieri di esclusivo dominio muliebre (Sartina, Tilara). Alla donna infatti spetta il compito di occuparsi
di tutto ciò che riguarda la sfera domestica, essenzialmente pulizia della casa e cura dei figli.
Alcuni soprannomi (Ammericanu, Giobba, Jimì, Pichimenni) testimoniano il ritorno a Botricello di persone precedentemente emigrate in America o in Argentina; tale fenomeno è databile intorno agli anni Sessanta del Novecento).
I numeri, forse meglio delle parole, definiscono quali sono gli aspetti che attraverso i soprannomi la comunità predilige sottolineare: si ha che i soprannomi più numerosi sono quelli che si riferiscono all’aspetto fisico (18% del totale) e morale (20% del totale) dell’uomo. La maggioranza allude a imperfezioni (Nasuni, Nasu Storti, Occhiutu, Stortu, Zannutu…), ad aspetti negativi (Rotedari, Ruffiani, Sciacamentu, Terremotu…) o a carenze (Mugnu, Mugnulinu, Mutu, Surdu, Zoppu…); poche sono le eccezioni che sottolineano aspetti positivi, qualità fisiche (Bandera, Bellina, Bersaglieri, Margarita) o morali (Ferru Finu, Premiatu, Puliti, Ventulera). A giudicare da questi dati ci si trova in presenza di una cultura che non ha il senso del rispetto per i disabili, i menomati, gli svantaggiati; tuttavia è opportuno tenere conto del fatto che nel campo dei soprannomi insieme al dileggio è costantemente presente la componente ironica, scherzosa. Non dobbiamo dimenticare infatti che l’assenza di pietà nel pressante riferimento al corpo, lo scherno, il motteggio e la contestuale presenza dell’elemento giocoso connotano in senso comico questi tipi di soprannomi.
Se si effettua una lettura rovesciata di questa summa del negativo diviene possibile rintracciarvi un pressante bisogno di positività: la presenza di continui riferimenti a difetti potrebbe essere letta come la prova di una necessità forte di positività e di bellezza del corpo. L’insieme dei soprannomi sarebbe qui da intendere come una sorta di modello negativo di quelle che sono le forme ideali comunemente ambite. A partire da tale norma ideale sottintesa, la comunità, attraverso i soprannomi, si trova a valutare da diverse angolature i comportamenti dei propri membri. E così quanto più questi comportamenti si discostano dalla norma tanto più vengono stigmatizzati nei soprannomi. In questo modo l’insieme dei soprannomi viene a costituire una sorta di codice con il compito di specificare ciò che è interdetto, quello che si considera negativo. I soprannomi, pur segnalando il difetto, il negativo, la censura, sarebbero in grado di svelare canoni morali ed estetici ideali, consentirebbero una ricostruzione in negativo della positività, della norma.

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