Dislessia no problem, o quasi: la legge 8 ottobre 2010 n. 170.

Anna Maria Occasione

Legge e si inceppa. Le lettere si confondono, si sovrappongono, urtano il cervello, feriscono gli occhi. Sembra di sentirlo, il cuore, battere nel silenzio della classe. Nell’attesa dell’urlo, del sorriso compassionevole, dello sguardo interrogativo. Quante volte un bambino che sembra non sapere leggere quando tutti ormai hanno abbondantemente imparato, si trova in questa situazione? Quante volte quell’incespicare e quel cadere prende alla gola? Quante volte quel bambino è stato capito? Quante volte aiutato?
E non si tratta solo di lettura. Ci sono le tabelline. L’ortografia. La divisione delle parole in sillabe. Lo scrivere bene, chiaro, seguendo le linee e i quadretti. Tutti comportamenti più o meno agevoli per chi ha gli automatismi per farlo, difficili per chi quegli automatismi non ha.
Per anni nel nostro Paese bambini della Scuola dell’Infanzia e studenti con D.S.A. (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) hanno dovuto subire la sofferenza della loro impossibilità di svolgere un compito utilizzando un certo metodo e in un certo tempo, capacissimi peraltro di svolgere quello stesso compito con un metodo diverso e in tempi differenti.
Da poco, tuttavia, nella soddisfazione generale, è entrata in vigore la legge n. 170 del 08/10/2010 avente a oggetto “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico”. Per la prima volta in Italia, un provvedimento di rango legislativo ha riconosciuto le tipologie caratteristiche dei D.S.A. (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) di ciascuna fornendo apposita descrizione normativa (art. 1, commi 1, 2, 3 e 4).
La legge ha riconosciuto i D.S.A. nel nome del diritto alla conoscenza e all’istruzione (art. 2, lett. a) dettando una serie di norme finalizzate a garantire e favorire il successo scolastico al bambino/studente con D.S.A., anche attraverso l’uso di strumenti didattici di supporto (lett. b) e ciò con più ampio obiettivo ancora, teso a sensibilizzare i genitori nell’affrontare la problematica del D.S.A. e a preparare al riguardo gli insegnanti, anche per favorire la precocità della diagnosi e di ridurre i conseguenti disagi relazionali ed emozionali.
Rilevante, al riguardo, l’art. 5 il quale sancisce il diritto degli studenti con diagnosi di D.S.A. a fruire di appositivi provvedimenti dispensativi e compensativi, tra i quali (comma 2, lett. b) i mezzi di apprendimento alternativi e le tecnologie informatiche.
Altrettanto degno di nota, l’art. 6, il quale consente ai familiari di primo grado di studenti del primo ciclo di istruzione con D.S.A. a fruire di orari di lavoro flessibili, nella misura determinata dai contratti collettivi di lavoro.
La legge non termina il suo compito, delegando per la sua attuazione a norme di dettaglio e attuazione da emanarsi in seguito riguardanti anche modalità di formazione dei docenti, queste ultime da adottarsi con apposito decreto.
La legge perviene a consolidare una serie di norme di rango inferiore già presenti nel nostro ordinamento unitamente a diverse iniziative atte a promuovere la conoscenza dei D.S.A. (anche a livello ministeriale) e un orientamento conforme da parte dei Tribunali Amministrativi Regionali (ad esempio, sentenza Tar Lazio n. 31203 del 23 agosto 2010) chiamati a esprimersi sulla legittimità di bocciature di studenti con D.S.A..
Non tutto è oro, ovviamente.
A parte l’amara clausola di invarianza finanziaria, in quanto fatto salvo l’impegno di spesa per gli anni scolastici in corso e prossimo (art. 4, comma 2) dalla attuazione della legge non debbono derivare nuovi o maggiori oneri a carico dello Stato, numerose sono le falle della norma, le quali peraltro dovrebbero auspicabilmente venire colmate in sede di attuazione, come sopra accennato. Molto dipenderà dalla interpretazione della norma e dalla volontà di darvi concerto riscontro.
Alle volta basta un sorriso, un pallottoliere, la tavola pitagorica.
Sotto questo profilo, da più parti si è stigmatizzato un certo fraseggio legislativo direzionato verso la identificazione del D.S.A. quale patologia o malattia, quando malattia non è (da leggere, in questo senso questo pur non recentissimo articolo).
Terminologie quali, “limitazione importante” della vita quotidiana, “diagnosi”, “trattamenti specialistici”, “casi sospetti”, andrebbero ridotte ai minimi termini o elise del tutto, potendosi inferire da siffatte locuzioni (e un domani giustificare dalla applicazione pratica delle metodiche ivi previste) perniciose “catalogazioni” che anziché favorire la comprensione e l’integrazione sociale, formativa e scolastica dell’allievo/studente rischiano di renderla più difficile.
Le nuove norme dovranno essere quindi lette in una direzione di rispetto per la persona, per il suo essere e per il suo esserci, come ogni norma e ogni nostro comportamento, del resto, dovrebbe tendere.

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