Il voto

Giovanni Guizzardi

Silvio Berlusconi e George W. Bush a Camp David, 14 settembre 2002. Immagine di dominio pubblico.

Quando se ne presenta l’occasione vado a votare con lo stesso spirito con cui mia figlia ha votato l’anno scorso per le Javannah a X Factor: le stava sulle palle Marco Mengoni perché sua madre diceva che era il più bravo. Non so come ringraziare Berlusconi, se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Non solo fa sognare milioni di italiani che si illudono che lui sia la soluzione dei nostri problemi, ma produce in molti altri un orrore così profondo che li spinge ad andare a votare non per qualcuno o per qualcosa, ma semplicemente contro di lui. Io sono fra questi. D’altra parte, non vedo per quale altro motivo dovrei prendermi la briga di andare al seggio, cercare di capire dove tracciare la fatidica X per votare qualcuno che non conosco e poi farlo. A seggi chiusi, la sera del lunedì guardo su televideo i risultati, ma solo dopo aver controllato (con un giorno di ritardo) se il Bologna ha perso di nuovo in casa e (con due giorni di ritardo) se per caso ho vinto almeno al Superenalotto. Va sempre male, anche se ammetto che non me l’ha ordinato il medico di tifare per il Bologna e di giocare al Superenalotto. E nemmeno di andare a votare, tantomeno per chi perde.
Sono anni che nutro seri dubbi sulla valenza politica del voto. Secondo me non è che una forma macroscopica di sondaggio, su cui pesano in modo determinante fattori cognitivi, emotivi e psicologici che poco hanno a che fare con l’interesse comune. Una zia di mia madre, tanti anni fa, non mancava mai di andare a votare e, poiché si considerava amante della libertà e aveva in uggia il clero e la chiesa cattolica, non votava per l’altarino di Maria Santissima Immacolata (MSI), ma per lo scudo crociato della LIBERTAS. Così come oggi c’è gente che crede che votare per Berlusconi significhi votare per la libertà, per la giustizia e per il progresso.
Il fatto è che le opzioni politiche ed economiche non sono alla portata di tutti e chi è chiamato a compierle, se ha buon senso, non può né spiegarle ai suoi elettori, che non capirebbero, né accondiscendere realmente ai loro desideri, che sono per lo più irrealizzabili e talvolta indecenti. Per esempio, è noto che la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole alla pena di morte, anche se non tutti sono disposti ad ammetterlo pubblicamente.
Probabilmente non aveva tutti i torti Guglielmo Giannini, quando asseriva che “basterebbe un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione”. E infatti l’unico attuale ministro che, piaccia o non piaccia, fa il suo lavoro con ragionevole e silenziosa competenza è Tremonti. Ma non è che all’opposizione ci sia molto di meglio. Nell’elettorato di sinistra prevalgono le emozioni e le froge dilatate, che invece difetterebbero nei loro rappresentanti in parlamento. Come se sventolando bandiere rosse e cantando Bella Ciao spuntassero come funghi dopo la pioggia nuovi elettori di sinistra, mentre casomai è vero il contrario.
Il problema è un altro. Il sistema democratico è stato inventato tanto tempo fa da persone informate, scolarizzate, oneste e di buon senso al fine di permettere ad altre persone come loro di far sentire la propria voce e di contribuire così al processo decisionale in modo pacifico e condiviso. Nessuno di loro ha mai pensato né detto che fosse un sistema praticabile ovunque e da tutti. Poi è arrivato Rousseau, ed è cominciato il processo entropico. Ma non sto dicendo niente di nuovo: che il sistema democratico non sia sempre il massimo già lo aveva notato Aristotele, più di duemila anni fa.
Secondo Aristotele la bontà di un qualsiasi governo non è data dal sistema, ma dal suo grado di degenerazione. Il regno (cioè il governo di un re) ha la sua degenerazione nella tirannide, l’aristocrazia (cioè il governo dei migliori per merito) decade nell’oligarchia (cioè il governo dei pochi indipendentemente dal merito), e la politìa nella democrazia, che per lui è sinonimo di demagogia. Giusto per capirci e per capirlo, Aristotele col termine politìa intendeva la “costituzione” adatta a città come Atene, “società di liberi ed uguali”. Aristotele tuttavia non esprime preferenze in modo esplicito per un sistema o per l’altro, ma insiste su quale sia il più adatto a ogni città e popolazione.
Due considerazioni al riguardo: la democrazia moderna è una bellissima cosa e funziona a dovere laddove vi sia una società di liberi e uguali. Il che, con tutta evidenza, è ciò che accade per esempio in Svizzera, ma non in Italia. In altre parole, non è un regime democratico che rende liberi e uguali i cittadini, ma sono i cittadini liberi e uguali che rendono democratico un regime.
Lo aveva capito molto bene Vincenzino Cuoco, che nel suo celebre (ma poco letto) Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 indaga le ragioni del fallimento di quella velleitaria rivoluzione e ne individua con lucidità e senza pregiudizi le cause: ispirata e poi di fatto imposta dagli stranieri, la rivoluzione coinvolse a Napoli solo una élite molto limitata numericamente (e largamente impreparata alla difficile arte del governo), senza tenere in alcun conto peculiarità, tradizioni, necessità reali e aspirazioni più autentiche che caratterizzavano le genti napoletane. Quel saggio lo aveva sicuramente letto Enzo Striano, quando scrisse quel meraviglioso romanzo dal titolo Il resto di niente, che consiglio a tutti i malati di ideologia.
Niente è ciò che si ottiene ovunque si cerchi di imporre un regime politico importato da realtà diverse, estraneo alla sensibilità e alle abitudini del popolo che se lo ritrova sul groppone. Ora, che gli italiani non siano un unico popolo non lo dice solo Calderoli. Il peccato originale fu di Cavour, e non è un caso che una leggenda affermi che le sue ultime parole prima di spirare fossero: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. La diseguaglianza fra ceti, culture e aree geografiche è così grande in Italia che nemmeno l’immigrazione di massa dai paesi extracomunitari riesce a creare un sentimento di identità fra gli autoctoni.
Gli italiani non hanno senso civico. Considerano lo Stato alla stregua di un Padre al quale si deve un po’ di obbedienza formale in cambio di tutto ciò di cui si ha bisogno. Per questo gli italiani sono abituati da secoli a seguire gioiosi un profeta, una guida, un padre-padrone. Sono esperti nell’entrare nelle sue grazie per far danno ai propri rivali e per trarre profitto dalla sua benevolenza. Hanno bisogno di lui, che si chiami Garibaldi, Crispi, Mussolini, Andreotti, Craxi o Berlusconi. E da quando vivono in un regime democratico d’importazione se lo scelgono tramite il voto, e se lo scelgono naturalmente a loro immagine e somiglianza. E quindi oggi il loro idolo è uno a cui interessano solo i soldi, il calcio e la figa, come alla stragrande maggioranza degli italiani.

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