(S)fiducia

Davide Picatto

Iwo Jima Chronicles, Piazza Venezia, Roma. Fotografia di Pensiero, licenza CC 2.0

Il giorno della mozione di sfiducia è arrivato e, come molti temevano, è arrivato solo il giorno, senza sfiducia. Per tre voti il governo sopravvive, mentre il centro storico di Roma si trasforma in una piccola Genova. Migliaia di manifestanti, fra universitari, studenti medi, ricercatori, insegnanti, terremotati, sindacati, centri sociali, No Dal Molin e associazioni varie hanno sfilato per la città eterna uniti contro la crisi, il decreto Gelmini e il governo. Dall’altra parte il solito spiegamento di mezzi blindati e forze dell’ordine in assetto antisommossa a proteggere gli edifici istituzionali. Il fatto che la gran parte dei partecipanti abbia manifestato pacificamente verrà come al solito adombrato dagli scontri violenti, dal lancio di petardi, sampietrini, fumogeni, dalle cariche della polizia, dai mezzi dati alle fiamme, dalle barricate improvvisate, dalle vetrine infrante e dalle manganellate.
Sui mezzi d’informazione, al bar e sui tram difficilmente si sentirà parlare dei motivi che hanno spinto così tanta gente in piazza, non solo oggi, martedì 14 dicembre, e non solo a Roma. Pendolari che si lamentano del blocco dei mezzi pubblici, negozianti delle serrande abbassate e delle devastazioni subite e cittadini a caso sdegnati per disagi vari, a volte subiti ingiustamente, a volte necessariamente.

Iwo Jima Chronicles, Piazza del Popolo, Roma. Fotografia di Pensiero, licenza CC 2.0

È un discorso strategico: la violenza non paga, fa il gioco di chi la protesta la subisce. Perché un conto è bloccare due binari o esporre uno striscione sulla Torre del Mangia, un altro assaltare quello che si incontra per strada. Sono scene viste in decine di altre occasioni, a volte su scala più vasta, a volte ridotta: dispiegamento impressionante di mezzi, centinaia di agenti in borghese, bastoni, badili, sedie, tavolini, bombe carta, gente contusa, ossa rotte, cortei pacifici infiltrati da pugni di violenti che li tengono in scacco provocando scontri e membri delle forze dell’ordine che perdono la testa impugnando le pistole. E alla fine media e gente, per interesse o ignoranza, non distinguono più fra giusto e sbagliato appiccicando su ogni persona “contro” l’etichetta di teppista e sfumano le cause di una protesta che unisce movimenti fra i più disparati. Sui quotidiani online torna in auge il blocco nero e politici al governo ne approfittano per accusare l’opposizione di avere alimentato l’odio e per screditare chiunque si schieri contro le loro scelte o la loro condotta.
E tutto questo accade a un pugno di isolati dalle aule parlamentari dove si arriva alla rissa e si toccano i punti più bassi raggiunti dalla politica: la compravendita del voto.

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9 thoughts on “(S)fiducia

  1. livio ha detto:

    hai ragione… per certe idee vale la pena di “lanciare le pietre” anche se il gesto diventa poi strumentale al polemista detrattore. buon viso a cattivo gioco: basta dire “C’ero anche io e, come tanti, ho manifestato in pace”, oppure sottolineare i movimenti di mano di chi, atti violenti non dovrebbe commetterne, ma anzi garantirne l’assenza, ovvero le forze dell’ordine. Cane mangia cane… bisogna fare lo stesso gioco…

  2. Pingback: KontroPotere
  3. Livio, io sono convinto che non siamo nel luogo e nell’età giusta per una ribellione violenta. E sono anche convinto che strategicamente non solo non serva a nulla, ma che sia pure dannoso ai propri fini lanciare un sasso o spaccare una vetrina. L’opinione pubblica è più sensibile a un Defender incendiato che a una riforma universitaria disastrosa. Quindi bisogna agire senza turbarla per mostrare le proprie ragioni. Esattamente come i movimenti studenteschi hanno fatto in questi mesi e ieri a Roma. Purtroppo però a guastare il tutto sono arrivati questi scontri.
    Guarda come titola La Stampa di oggi:
    VINCE BERLUSCONI, GUERRIGLIA A ROMA
    …esplode la violenza dei black bloc…
    Non si mette in risalto quello che conta, cioè la contestazione pacifica, i motivi del dissenso. Traspare solo la violenza. Strategicamente è un errore. Disprezzo quei pochi che la applicano non tanto per averla applicata in sé, quanto per aver adombrato un messaggio chiaro e forte.

  4. Mi sembra giunto il momento, data la contingenza politica e la situazione sociale, di affrontare due questioni che riaffiorano a distanza di molti anni e che si ripresentano cocciutamente per una ragione molto semplice: con buona pace dei “teorici” dell’eliminazione del conflitto che pullulano, con accenti diversi ma con stupidità comune, a destra ed a sinistra, il conflitto sociale esiste e si propaga, come sempre, come diceva il vecchio e bistrattato (salvo essere insegnato con estremo puntiglio ed approfondimento nelle Schools of Economics di tutto l’Impero) Carlo Marx, e si trasforma in rottura sociale quando le condizioni di “vendita della forza-lavoro” diventano così terribili da mettere in discussione qualunque possibilità di contrattarle.
    Siccome siamo arrivati a questo punto – lo vediamo, lo viviamo sulla nostra pelle qualunque mestiere facciamo o tentiamo di fare – non credo che sia necessario essere “profeti” od “illuminati” per prevedere che tale conflitto si allargherà a macchia d’olio e diventerà sempre più complicato, duro, ineliminabile.
    Siccome non voglio scrivere un saggio (non ne sarei nemmeno capace), mi limito ad alcuni riferimenti che cercano di centrare le due questioni a cui mi riferivo.
    Antonio Gramsci (Quaderni dal carcere o Scritti dal carcere), che era stato una delle più importanti figure di riferimento del “biennio rosso”, sulla base di quella esperienza, poneva, come centrale, nella sua elaborazione, il problema dell’egemonia intesa non certo come “dittatura” di una classe sulle altre (elaborazione tipica della terza internazionale degenerata poi negli orrori dello stalinismo, assolutamente estranea al pensiero di Marx) ma come capacità delle classi subalterne di esprimere valori universali di democrazia, uguaglianza, giustizia sociale che sarebbero stati i caratteri fondanti di una Stato autenticamente laico, democratico, socialista. Il grande pensatore sardo vedeva come centrale, in questo processo, la figura dell’intellettuale che poneva, al servizio di questo processo, le sue conoscenze, capacità, idee, non certo per costruire un’oligarchia di “saggi” che avrebbe costituito la nuova classe dirigente, ma, al contrario, per fornire strumenti di interpretazione della realtà e di crescita, in termini di conoscenza e di capacità critica, delle classi subalterne.
    Come vedete, Gramsci si riferiva ad un processo collettivo, di crescita della coscienza che coinvolgeva larghe masse, che individuava un meccanismo di selezione dei “gruppi dirigenti” attraverso un validazione popolare che, oggi, non possiamo nemmeno immaginare.
    Perchè questo riferimento?
    La ragione è molto semplice: oggi ci troviamo in una situazione in cui i movimenti sociali (dagli operai agli studenti, ricercatori, precari della scuola, all’amplissimo mondo del precariato, del lavoro nero e sommerso, del lavoro stagionale esercitato da schiere di “nuovi schiavi” che arrivano dal Sud del mondo, agli stessi lavoratori per ora stabilizzati) non hanno alcuna rappresentanza politica e persino le organizzazioni sindacali che provano a difenderli, come la FIOM e parte della CGIL, sono additate al pubblico ludibrio da tutto l’estabishment politico, imprenditoriale, dell’informazione, come retaggi di un passato pericoloso ed ancorate a vecchi ciarpami ideologici che ostacolano il radioso futuro progressivo delle nostre moderne società. Mi duole dirlo, ma non posso non sottolineare le responsabilità e vere e proprie complicità della cosiddetta sinistra.
    Questi brevi accenni ci conducono dritti al primo problema: oggi assistiamo allo sviluppo di grandi movimenti di massa che non sono in grado di esprimere, e non certo per colpa loro, una direzione politica. Non c’è ancora, come direbbe un moderno studioso di organizzazione aziendale, sufficiente “vision”, manca un elemento politico unificante in grado di intercettare altri settori della società non direttamente coinvolti dalla protesta.
    Il rischio più immediato che mi pare di scorgere è quello che, negli anni ’70, con una semplificazione arbitraria ma in qualche modo efficace, chiamavamo la “società dei due terzi”, cioè una situazione in cui la parte maggioritaria della società (ovviamente con livelli di disparità impressionanti) era coinvolta dai meccanismi redistributivi ed una parte minoritaria ma consistente ne era esclusa.
    Allora l’idea di egemonia che circolava in tutta la “sinistra rivoluzionaria” ed in parte del sindacato (non solo CGIL) era quella secondo cui gli operai di fabbrica avrebbero potuto essere il “collante” che metteva insieme gli strati più svantaggiati degli inclusi (per semplificare il cosiddetto “ceto medio” in via di proletarizzazione) e la gran massa degli esclusi.
    Era una semplificazione, per questi aspetti, del pensiero di Raniero Panzieri ed il “fondamento teorico” della nascita di un operaismo strabico che non aveva alcuna capacità di farsi carico dell’aspetto che stava diventando centrale nei rapporti sociali e cioè la sovrastruttura.
    Oggi assistiamo ad un fenomeno ad un tempo simile e, per alcuni versi, rovesciato.
    Le piazze sono riempite dai figli di quel vecchio “ceto medio”, dagli espulsi dal processo produttivo, dai “dannati della terra” nuovi schiavi della nostra modernità, dagli operai FIAT privi di qualunque certezza per il futuro, dai dipendenti dei “call center” che chiudono in tutta Italia e così via.
    Oggi si è bloccato, verso il basso, il processo di redistribuzione del reddito, che non è, come si può capire, un puro processo legato al salario, ma coinvolge direttamente le opportunità di impiego, la possibilità di immaginare un futuro, la speranza di diffusione del sapere, della conoscenza, della capacità critica.
    Queste brevi riflessioni ci portano a considerare, schematicamente e grossolanamente, cosa sia il capitalismo oggi, come operi, quali siano le sue prospettive.
    Finiti, da tempo immemorabile, i tempi delle “borghesie nazionali”, finiti anche quelli delle multinazionali (non nel senso che non ci sono più, al contrario, ma nel senso che i centri di potere non risiedono più li), finita la prima fase della “globalizzazione” legata direttamente alla produzione ed esportazione delle merci (materiali ed immateriali), siamo entrati in una fase direttamente controllata e dominata dai grandi centri di potere economico e finanziario. Oggi una riunione di due banche cinesi, della Lehmann, della Deutsch, di qualche altra banca, società di affari e finanziaria, può cambiare in modo devastante gli scenari macroeconomici nei quali si muovono tutti i paesi “sviluppati”. Non parlo del “terzo mondo”, che viene considerato un puro serbatoio di manodopera a basso costo ed un mercato per piazzare tutte le immondizie che non si sa dove mettere (sia dal punto di vista letterale che da quello dei prodotti di infima qualità). Anche gli investimenti per lo “sviluppo” in queste aree, corrispondono a logiche “moderne” di puro potere imperiale (non più gli stati coloniali ma i grandi centri di potere economico e finanziario).
    Oggi la politica o è direttamente al servizio di questi “nuovi padroni” o si dibatte inanemente nel tentativo di imporre un sistema di “regole”che non scalfiscono minimamente il sistema ma cercano di mitigarne gli effetti sul piano della ricaduta sociale.
    L’unico tentativo serio degli ultimi tempi l’ha fatto il povero Obama, che oggi, dopo essere stato accusato di “filocomunismo”, è bellamente sbeffeggiato da Lhemann e compagnia che continuano, più di prima, a spostare, in ogni parte del mondo, titoli spazzatura, futures, capitali di provenienza inconfessabile ed ad agire, senza alcun ostacolo, sui meccanismi che dovrebbero regolare la stabilità monetaria.
    Un elemento relativamente “nuovo” nello scenario attuale è costituito dalla comparsa, sullo scenario internazionale non tanto di una sempre più consistente massa di capitali provenienti da attività illegali (prevalentemente delle mafie), fenomeno già conosciuto ed indagato da almeno un trentennio, ma dalla nascita e dal consolidamento di una vera e propria “rete”, sempre più vasta, di “stati mafiosi” che sono veri e propri santuari per le manovre finanziarie ed economiche più inconfessabili, per la modificazione degli equilibri tra gli stati e le aree geopolitiche mondiali, per la conquista “manu militari” di qualunque mercato appetibile.
    In confronto, i vecchi “paradisi fiscali” sembrano conventi delle Orsoline.
    L’Italia, sotto questo aspetto, comparata agli equilibri mondiali in gioco, è come il classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. La sua credibilità internazionale è pari a zero, la sua economia sta declinando irrimediabilmente e non è nemmeno troppo interessante come mercato di conquista. I riferimenti per i grandi centri di potere sono indubbiamente Germania e Francia (non cito l’Inghilterra essendo, da questo punto di vista, un territorio d’oltremare degli USA) ed Euro ed Unione Europea rischiano di avere i giorni contati, almeno nell’attuale forma.
    Non è un problema di stabilità politica ma, più semplicemente, di interessi dei centri di potere internazionali: quando lo decidessero, dopo la Grecia e l’Irlanda, Portogallo, Spagna ed Italia si dissolverebbero come neve al sole.
    A peggiorare le cose, per il nostro paese, dobbiamo aggiungere il livello devastante di degrado politico ed istituzionale, che non aveva raggiunto livelli così indicibili nemmeno negli anni dell’avvento del fascismo.
    E qui ritorno repentinamente alle cose che dicevo nella prima parte: oggi non esistono “ricette” interne al sistema perverso che descrivevo per “portare a casa la pelle”. Purtroppo, dopo gli accenni di analisi molto grossolana che ho fatto, non ho grandi intuizioni o soluzioni.
    La storia mi insegna che, in situazioni analoghe, l’unica “variabile indipendente” è costituita dalla “discesa in campo” (ovviamente non in senso berlusconiano) di grandi movimenti di massa che durino nel tempo ed abbiano la capacità di unificare larghi strati di popolazione intorno a loro. Un pò, mutatis mutandis, ciò che è successo in Argentina a cavallo tra i due secoli. A proposito dell’Argentina, anche lì c’era un problema di “direzione politica” che non è stato risolto, ma la protesta popolare ha comunque portato ad un cambio di scenario di dimensioni epocali.
    Certo, il problema dell’occidente è che tale crescita dei movimenti travalichi i confini nazionali ed investa l’insieme dei paesi europei: io vedo qualche timido segnale, dai movimenti francesi alla protesta studentesca in Inghilterra ai movimenti ecologisti in Germania. Certo, è assolutamente tutto da costuire, ma qualche segnale c’è, anche, ad es., in relazione alla protesta del mondo della scuola e dell’Università in Italia che ha ampia eco in molti paesi europei.
    Infine, il problema della violenza.
    Ancora una volta, in un paese ipocrita, parruccone, clericale, cerchiobottista, clientelare e farisaico come l’Italia, ai primi scontri di piazza si urla al “complotto terrorista”, all'”estremismo ideologico”, al “fanatismo iconoclasta di gruppi di infiltrati” ed alla “strumentalizzazione politica” da parte di questo o di quello.
    Mi è toccato di sentire una idiota, eletta deputata nelle file del PD, sostenere che il “comportamento delle forze dell’ordine è sato ineccepibile”: lei l’ha detto, i suoi colleghi lo pensano e cercano di capire come si può disinnescare qualunque espressione di conflitto sociale che non controllano direttamente.
    Che ci sia qualche ragazzotto di belle speranze e di incerto futuro che si cimenta nello scontro di piazza come se fosse un gioco di ruolo non lo nega nessuno, ma sostenere che questo è il problema vuol dire avere, anche su questo terreno, una concezione della democrazia e del conflitto davvero pittoreschi, diciamo così.
    Non sono un tifoso del “confronto muscolare” e sono tendenzialmente pacifico, ma queste enunciazioni di principio non hanno davero nulla a che vedere con lo sviluppo del conflitto sociale.
    Ricordo sommessamente, come ogni componente della nostra classe politica dovrebbe sapere, anche perchè a Montecitorio ogni tre per due volano botte da orbi tra flaccidi onorevoli sudaticci che mettono a dura prova le capacità fisiche dei commessi, che nelle democrazie evolute, almeno dal punto di vista storico e temporale, come Francia, Germania, Spagna (che pure ha un problema di “terrorismo autoctono” ed è una democrazia recente) e, udite udite, la stessa Inghilterra, non suscita scalpore ed indignazione pelosa di una classe politica indegna il fatto che il conflitto sociale preveda anche, al di là della nostra sensibilità individuale, momenti di confronto e di scontro molto ma molto duri, dai picchetti operai in Francia, ai sequestri di dirigenti nelle fabbriche, alle manifestazioni studentesche, agli scontri di piazza ogniqualvolta gli ecologisti tedeschi, come è successo di recente, sviluppano iniziative come, ad es., contro il trasporto di scorie nucleari sul loro territorio e così via: potrei, davvero, fare mille esempi.
    Ricordo anche, sommessamente, che la riforma della scuola superiore in Francia è stata ritirata dopo mesi di manifestazioni e scontri di piazza.
    Qualcuno per caso ricorda l’assedio durissimo di centinania di migliaia di manifestanti alla sede del Governo Spagnolo dopo gli attentati alle stazioni quando Aznar voleva, con un colpo di mano golpista, rinviare le elezioni perchè sapeva di perderle? O la recentissima protesta studentesca a Londra con l’assedio alla macchina di Carlo e Camilla?
    Eppure, in questi paesi, nessuno si è sognato di aprire la “caccia al terrorista”, di tentare di mettere fuori legge la protesta sociale o cose del genere: anche la condanna della violenza (su questo bisognerebbe aprire un lungo discorso ma qui non c’è lo spazio per farlo: forse bisognerebbe, in primis, chiedersi violenza di chi contro chi) è incanalata in un quadro di riconoscimento del conflitto sociale da cui, talvolta, può originarsi.
    Così è, se vi pare, direbbe Pirandello, ed io aggiungo, anche se non vi pare.
    Ricordo, infine, che l’allargamento degli spazi di democrazia, che oggi vanno inesorabilmente sparendo, è avvenuto grazie a decenni di lotte che tutto avevano tranne che la sottomissione servile agli apparati repressivi. Vi svelo un segreto: le forze dell’ordine usate per l’ordine pubblico sono addestrate all’uopo, scientificamente indottrinate e spesso “dopate”; scordatevi il bonario poliziotto che vi ferma per farvi una multa, è altra roba.
    Mi ricordo il Luglio ’60 (MSI, Tambroni) e P.za Statuto a Torino (contratto separato): e pensare che, oggi, due uova contro una sede CISL fanno gridare tutti al “vergognoso scandalo di matrice terroristica”.
    Boh………..
    Mi rendo conto che non ho parlato della s/fiducia…lo farò la prossima volta

  5. Fulvio: il tuo è un commento fiume. In qualità di redattore di Linea ti chiederei, la prossima volta, di proporcelo via mail come articolo: valutiamo qualsiasi contributo, pubblichiamo quelli che riteniamo meritevoli. I commenti-fiume purtroppo spazientiscono il lettore, che tende a saltarli perdendosi nel filo della discussione.

    Detto questo, mi sento in dovere di intervenire su quanto dici alla fine (il grosso delle tue parole infatti riguarda poco quello che ho scritto nell’articolo).

    Forse c’è stato un fraintendimento, o forse non stai controbattendo a quello che ho scritto. Da nessuna parte io ho infatti parlato di poliziotti bonari, e nemmeno di condanna della violenza, non in senso assoluto almeno. Parlo chiaramente di motivazioni strategiche: un conto è fare la rivoluzione, un altro è spaccare due vetrine e incendiare un paio di mezzi al riparo di un corteo. Non so quanti lo abbiano fatto per gioco, per convinzione o per provocazione, o se certi scontri siano stati avvallati dalle forze dell’ordine, quello che so è che così non si fa altro che fare il gioco del potere, almeno qui da noi in questi anni.

    Genova è stato un insegnamento in questo senso: un grande movimento internazionale e pacifico (v. le tute bianche) di dissenso è stato sfasciato dalla strategia dello Stato in pochi giorni di violenza (cercata, provocata, perlopiù subita).

    A cosa è servito?

    A cosa è servito ieri a Roma? A questo: la violenza è stata usata come pretesto e strumento per screditare gli avversari e un movimento pacifico intenzionato a difendere i propri diritti con le regole condivise oggi dalla nostra società. Forse non buone, forse non giuste, ma di linguaggio comune si parla: quello degli scontri è un linguaggio urlato da pochi che copre totalmente quello usato dalla massa dei dimostranti.

    (sì, anche questo commento è troppo lungo).

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