Appunti dal cantiere dell’Anti-Teatro – parte seconda

Domenico Castaldo (Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore)

Qual è lo spazio di uno spettatore in questo processo?
Questa domanda è oziosa, nasce dal bisogno di rassicurazioni, dalla paura di sentirsi ignoranti. Ci si informa: “Riceverò il solito oppure no?” Ma un no che male comporterebbe? Lo stupore di una novità rende stupidi come bambini. Da parte nostra dovremmo comunicargli “Stai tranquillo, capirai! Nessuno ti farà sentire stupido o ignorante”. Ma così non si stimola lo spettatore alla curiosità, allo sconosciuto, alla capacità di comprendere più che di capire. Di leggere segni diversi dai comuni.
Cosa dà uno spettacolo di cabaret o di teatro tradizionale allo spettatore, il cinema di cassetta o la televisione? A me spettatore questi esempi tanto diffusi lasciano solo vuoto e angoscia, ansia e voglia di fuggire. Ma per dove? La cultura imperante mi provoca questa reazione. Così come osservare le edicole e vedere tonnellate di carta stampata sul nulla, miliardi di parole che, se anche forniscono qualche nozione, non accrescono in nulla la persona. Occupano, invano, spazio, tempo e pensieri: occupano le teste, che dunque non sono più libere. Ma nessuno si chiede cosa dà allo spettatore quella spazzatura?
“Katharsis” va a bilanciare quel vuoto. È una via di fuga restando reperibili. La via è il messaggio. Il modo e la qualità sono preda per l’attenzione dello spettatore; ma un’attenzione non solo cerebrale, del cuore, di affinità. Una preda, non una scatoletta di tonno. Lo spettatore in qualche modo deve essere attivo per seguire le anse della vita che scorre. Riceverà in funzione della disponibilità, della sua propensione ad aprirsi a quella via. È libero di scegliere.
Il nostro mestiere ci impone di seguire regole teatrali (una forma performativa che si segua, che non annoi, ricca di spunti e riferimenti, che può far ridere e piangere, per essere proprio chiari), ma negli strumenti delle persone in azione si può cogliere una tensione diversa da quella del Teatro.

Ma, se usa le tecniche del Teatro, cosa c’è di diverso da uno spettacolo teatrale? Dov’è la ricerca?
Lo spettacolo a cui si assiste è il frutto di una lunga ricerca. Ma questo frutto non ha l’obbiettivo di stupire lo spettatore. Accompagna lo spettatore negli spazi creati e conquistati dagli uomini in azione, come nel migliore dei teatri, e magari oltre, come ci hanno indicato i grandi maestri. Ripeto: è un principio che si cerca, non una fine.
Io vorrei che lo spettatore si intrufolasse su questo cammino di libertà e possibilità. Che in qualche modo lo praticasse. Questo genere di domande rivelano lo stato di diffidenza del pensiero dominante nei confronti di una via teatrale e culturale che si spinge all’origine del fare arte.
Il nostro occhio deve saper andare oltre il significato detto e spiegato. Deve saper leggere oltre il segno sia nell’arte che nell’informazione, anche questa un artificio costruito per l’attenzione di molti spettatori.
Il detto è una verità estremamente relativa. Qualcuno è di fronte a me, mi comunica qualcosa, io sono in ascolto: questa è la verità! Come ci si esprime è il veicolo dei contenuti, come è la voce che parla alla nostra pancia. Nella tecnica, nella composizione delle informazioni (siano esse visive o uditive, artistiche o d’informazione) c’è l’intenzione che passa dall’attore allo spettatore.
Ci possono affascinare con dei nudi di belle donne o begli uomini, saturare le orecchie di strilla e suoni assordanti, toglierci spazi vitali, reprimerci e dire che c’è una crisi o una guerra. Possono farci tutto questo e noi restare senza risposte. Perché noi ascoltiamo solo le parole dell’informazione ed escludiamo la fonte, escludiamo il segno scelto per comunicare con noi e non ci chiediamo ad esempio “Chi ha scelto la persona che ora mi parla? Come mai sta usando queste parole? Di che qualità sono? In che modo analizza, elabora, i fatti accaduti per farli diventare uno spettacolo o un evento di cronaca? Cosa sta cercando di ottenere?”
Evitare queste domande è evitare il contatto con l’artista o con l’informatore, con colui che modella i nostri pensieri quotidiani. Diventiamo dei solitari contenitori di micro verità, incapaci di costruire da noi stessi strumenti di verifica e di intervento. Il contatto e lo scambio nascono dal dubbio, dalla domanda “Come mai mi dici questo, qual è il tuo intento nel parlarmi, nel pretendere la mia attenzione?”
Quando non ci è possibile avere delle risposte o quando l’intenzione non è esplicita, la si deduce dai segni, un po’ come nell’archeologia, attraverso la lettura dei “come”. Dalle scelte che l’artista o l’informatore hanno scelto per comunicare con noi: i segni non mentono e si rivelano molto più chiari delle parole, veicolo di verità contraddittorie, alle quali ci aggrappiamo senza mai trovare una definitiva soddisfazione.
Se non si entra nel cuore, nell’intento di chi ci parla, se non si aprono varchi di comprensione, si rischia di soffocare con le nostre domande, con le perplessità e le frustrazioni, si resta soli. Se non si forzano i confini delle nostre abitudini, del nostro usuale sentire, non si potrà entrare in contatto profondo con chi sta davanti a noi, con chi si prende la responsabilità di comunicarci qualcosa. Abbiamo orecchie che non odono, occhi che non vedono, corpi e cuori che non sentono. Si sta perdendo l’uso della sensibilità: si è vivi in quanto si sente e si reagisce alle sensazioni che gli altri o l’ambiente provocano in noi. Questo sapere e questa pratica giungono a una verità di livello più amplio, che contiene le ragioni di chi parla e le mie. Se si diventa capaci di ascoltare si può finalmente scegliere cosa coltivare nella nostra vita, chi sono i nostri alleati, qual è il nostro punto di vista, quale messaggio noi stessi possiamo essere per gli altri, quale segno intendiamo lasciare in questo mondo.
In principio era il Verbo. Quanto siamo lontani da quel principio. Ora, come frecce scoccate, siamo nel presente e anche nel futuro. Siamo, come frecce scoccate, già il nostro destino. Il futuro è scritto dal virtuale, da quello che non c’è. E noi in nome di quello che non c’è ci immoliamo.
L’attore, in quanto uomo di azione, si immola all’immaterialità. Ma questa è opera d’immaginazione. Quanto egli immagina esiste, e il suo strenuo lavoro serve a renderlo evidente. Ma chi gli crede più? Chi crede a questa immateriale evidenza? Chi crede all’immaginario del passante tra i due mondi? Pochi, solo quelli che hanno deciso di mantenere viva in loro questa possibilità.
Come nel Medioevo stiamo diventando reietti. Animali in via d’estinzione, resti di antico materiale organico che ancora attraversa la terra. Questo incedere nutre il cuore, nutre l’anima, nutre lo spirito, nutre l’invisibile, nutre i morti e si nutre dei morti, è spirare e rinascere, è essere e non essere. Risale al principio.
Ma come si può spiegare questa necessità a un funzionario ministeriale, per esempio, i cui criteri sono quelli del rendimento dei numeri, a danno di qualsiasi qualità? È difficile, forse impossibile. Eppure anche il funzionario, che pure ne decreta l’incompatibilità con i programmi culturali dell’istituzione, comprende in fondo. Sa che questo percorso nutre il cuore e non si può arrestare. È la vita stessa che continua a muoversi; è al di là di lui stesso, delle sue scelte, forse persino delle nostre. Rinasce e si reincarna anche nell’essere escluso. Teme l’abnegazione totale dei regimi che impongono la cecità, la sordità, l’insensibilità. Ma non si arresta neppure in quel caso. È come una scintilla impossibile da spegnere, talvolta divampa come grande fuoco, altre volte è una fiammella lontana. È energia creativa che scorre tra gli individui più sensibili, è bene-essere, è felicità.
A noi non resta che trovare questo fiume per bagnarci dentro, questa scintilla per far luce nel buio che sta calando su di noi, buio dell’ignoranza sulle cose dello spirito e dell’anima.

P.S.: Questo testo è stato un’occasione intensa di lavoro sulle ragioni profonde dell’autore a proseguire il cammino descritto e a raccontarne a Voi mantenendo saldo il proprio punto di vista. Mi auguro che questo travaglio risuoni nel lettore.

Tratto da Testimonianze, Ricerca, Azioni di Clemente Tafuri e David Beronio (ed. Akropolis, Genova, 2010).

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