Incontri. Tra gli Zulu del Sudafrica

Letizia Leardini

Tratto da: Letizia Leardini, Intercultura missionaria. Interviste a quattro Missionari della Consolata, Università degli Studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Comunicazione interculturale, Relatore: Prof. Francesco Remotti (anno accademico 2005/2006)

La provincia KwaZulu-Natal, Sudafrica. Mappa di Jcw69, licenza CC 3.0

La nostra missione si trova al confine tra la riserva e la zona dove possono abitare i bianchi, in un corridoio di terra della larghezza di 10 km, che ci è stata donata – è stato un piano della Provvidenza, come diremmo noi – da un contadino anziano cattolico, anche se ufficialmente passava per compravendita, quindi noi, ufficialmente, oltre ad essere missionari cattolici, eravamo contadini, il nostro territorio passava per tenuta di campagna.
Arrivo in Sudafrica, comincio con le lingue a Città del Capo e nel Zulu Natal. Non sapevo nulla di queste lingue né del Sudafrica. Può sembrare un atto violento questo, soffri molto, puoi comunicare solo con i tuoi confratelli, ma stando con gli altri diventi tutto orecchie, ascolti, osservi, cerchi di capire, vieni portato a nascere in una nuova cultura e ti spiegano poco per volta perché nel salutare salutano così, perché nel parlare assumono quell’atteggiamento, quando arrivi in una capanna perché devi comportarti in un certo modo. Gradatamente impari la lingua e intanto impari a conoscere la cultura, la gente, nasci di nuovo. Io ho vissuto una seconda nascita là dentro. Se tu vai a casa di qualcuno, prima di avvicinarti alla casa c’è un modo particolare per renderti presente e finché non c’è una risposta tu non ti avvicini. È una specie di bussare con la voce “!Klo – !Klo”. Se non ti rispondono non ti avvicini perché o non c’è nessuno o non vogliono riceverti. Se no escono e ti portano in casa, ma quando entri non saluti, ma vai sulla destra della casa e ti siedi e stai zitto: aspetti che siano loro a parlare, ti chiedono come stai ecc…, fino a che ti chiederanno il motivo della visita. Poi dai la mano, ma non con una stretta di mano e via, ah no! La mano si dà con grande rispetto, per cui la tua mano sinistra terrà sempre la tua mano destra, sono molto precisi in questo: poi si fa la doppia stretta di mano, per questa comunicazione che ci deve essere tra due persone, la mano ben precisa perché deve comparire che tu sei di fronte a lui con tutte due le mani e non hai niente da nascondere, questa è una cosa molto comune in Africa, molto importante. Poi se stai parlando con uno per strada non devi stupirti se un altro vi passa in mezzo: non è segno di maleducazione, ma di lealtà, perché se ti passasse dietro, alle spalle, potrebbe approfittarne e farti del male, colpirti. Queste cose le ho imparate gradualmente, ci sono stati spesso degli equivoci. Il bello è che tu diventi bambino. Ti accorgi che parlano e ridono di te, ma non capisci, a un certo punto ridi anche tu, ma da sciocco inebetito. Allora chiedi all’altro padre e lui ti dà la spiegazione. Poi entri in una capanna e vedi che c’è attaccato qualche cosa in alto e chiedi “ma cos’è quel pezzo di canna attaccato lì? E cos’è quell’altra cosa?”. Specialmente se sei nuovo, i particolari li vedi tutti. Possono essere utensili, ad esempio il bastone per girare la polenta, le stuoie per dormire, ma in genere sono segni, molto più che segni, sono paragonabili alle nostre medaglie o reliquie, segni dei sacrifici offerti, che sono importanti perché assicurano la protezione degli antenati. E perché quella pelle? Perché quella vescica? E perché l’entrata è così bassa, un metro, un metro e venti?”. Per la protezione! È chiarissimo! Non c’è nessun’altra apertura né finestra, per proteggersi da persone estranee e animali.
Non c’è nulla in particolare degli Zulu che io abbia fatto fatica a capire o accettare, proprio per questa introduzione graduale che ho avuto. Parti di qua con la disponibilità ad ampio raggio, per cui non capisci e chiedi, a volte riescono a darti una risposta, a volte no e l’accetti. Non mi sembra di aver avuto particolare resistenza in nulla.
Sono stato favorito, perché stavo con un altro. Quando sono arrivato c’era già un altro che aveva iniziato l’incontro con gli africani nelle riserve. A volte ci muovevamo in modo indipendente e ti accorgevi che non ti conoscevano affatto. “Quello è bianco. Ma cosa vuole questo bianco?” E là dentro non è che la gente sia stata trasportata tutta in una volta, no. Sono entrate 300.000 persone nel giro di una decina d’anni, ma poco per volta. Quando io sono arrivato nel ’77 ci saranno state 2000 – 3000 persone e una ventina di cattolici. Ma tu giri in tutte le capanne e vai magari da quello che è appena arrivato e ci può essere un rifiuto, perché hanno dentro un astio verso i bianchi che li hanno mandati lì e una volta arrivati se ne trovano tra i piedi un altro: “Ma chi è questo? Ma lasciaci in pace”. Ma capisci com’è la situazione, a volte ti dà fastidio, e quando sei un po’ stanco irrita anche, perché ti chiedi cos’hai fatto di male. Ma loro cosa ne sanno? In genere chi andava lì dentro era o la polizia o rappresentanti di qualche supermercato: magari qualcuno aveva comprato un tavolo che doveva pagare a rate e veniva qualcuno a riscuotere i soldi. Se non sanno chi sei, sei facilmente scambiato.
Nella religione zulu è chiarissima la presenza di un Dio che ha creato tutto, grande, potente, maestoso, ma staccato dagli uomini, come se li avesse dimenticati. Tra Dio e gli uomini ci sono gli antenati. La religione è basata sul rapporto con gli antenati. Solo attraverso di loro, in particolari casi si può accedere a Dio. La gestione della vita di un popolo, un gruppo, una famiglia è affidata agli antenati. Tutti i momenti della giornata, le azioni sono scandite da questo rapporto. Questa è una cosa interessantissima, per cui la religione è parte integrante della vita. I vari momenti della giornata sono accompagnati da riti e preghiere. Mettiamo che io sono un bambino, a casa faccio sempre riferimento ai miei genitori. Lo stesso atteggiamento hanno gli Zulu nel rapporto con gli antenati: li tengono in continuazione informati di cosa stanno facendo, anche verbalmente, per cui tu puoi vedere uno che parla, sembra che parli da solo, ma in realtà parla con gli antenati. Tu ti dici: “Ma guarda quello che canta e danza da solo!”: è tanto preso dalla sua comunicazione con loro, che tranquillamente si mette a ballare. Il rapporto con gli antenati, quindi, non è solo comunitario, ma anche individuale.
Inizialmente non potevo assistere ai riti sacrificali tradizionali: finché non sei diventato un po’ parte del gruppo, non puoi. Solo più tardi ti possono, poco per volta, ammettere ad assistere ai sacrifici. Perché il sacrificio richiede sempre un’intesa, un’unità ed è fatto all’interno di un determinato gruppo, per cui un altro, neanche se zulu, può partecipare al sacrificio che io faccio nella mia famiglia, questo è riservato a me. Questo è molto bello perché fa ripensare alla nostra Eucarestia. Spesso gli Zulu mi hanno chiesto: “Perché non dai la Comunione agli altri, ai non cristiani?” e io rispondevo: “E perché quando fai il sacrificio quel pezzo di carne non lo condividi?”. “Ah, no! Questo è per la nostra famiglia!, è segno della nostra unità”, diceva. La stessa cosa vale per l’Eucarestia. A un certo punto non creava problemi il fatto che fossi di un’altra religione. Ricordo che una volta mi hanno avvisato la sera per andare il mattino successivo a un sacrificio: “Noi tutti gli anni ricordiamo i nostri morti e invitiamo la gente, uccidiamo la mucca; padre, vieni a fare una preghiera per i nostri morti”. Quella fu la prima volta in cui mi resero partecipe di una porzione di mucca riservata agli uomini della famiglia. Prima di offrire agli antenati, ad esempio, una mucca, li informano di ogni passaggio: “Ora vado a scegliere una mucca per te e scelgo questa perché…, poi l’ammazzo e il sangue verrà versato per terra”. Il corpo degli antenati è nella terra e c’è un contatto diretto con loro attraverso il sangue e la carne bruciata è investita della presenza dell’antenato e nel momento in cui tutti ne mangiano diventano uno, l’unità viene rinsaldata nel sangue.

Prossime interviste di Incontri
2. Tra i Pigmei della Repubblica Democratica del Congo
3. Tra i Nasa della Colombia andina
4. Tra gli Yanomani di Roraima, Brasile

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