Chi ha paura muore ogni giorno

Anna Maria Occasione

Chi ha paura muore ogni giorno, Giuseppe Ayala, copertina.

Poco meno di duecento pagine, in cui Giuseppe Ayala, pubblico ministero del maxi processo contro la mafia (Palermo, dicembre 1986 – febbraio 1987) mette a fuoco fatti, concetti e norme, intrecciando questioni di giustizia e colpe della politica, Cosa Nostra e metodiche di istruttoria, ricordi personali e amicizia.
Il libro, idealmente diviso in due parti (ante processo e processo vero e proprio), dedica alla morte di Falcone e Borsellino, tratteggiati poche parole, l’ultima delle pagine.
È la vita che Ayala vuole ricordare, il lavoro compiuto, le migliaia di verbali scritti, le indagini caparbie, i riscontri di ogni aspetto, le notti insonni, l’applicazione puntuale dell’art. 416 – bis codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa e i suoi capisaldi (patto d’onore e morte, territorio e gerarchia, intimidazione e profitto, omertà e affari pubblici, politica ed elezioni).
È un libro scritto a distanza di tempo, dove dal trascorrere degli anni si snocciolano fatti, eventi, vittorie, isolamento e morte. È un libro in cui il tempo è protagonista, perché tempo c’è voluto da metà degli anni Ottanta prima che il dott. Giuseppe Ayala riuscisse a scrivere la storia di carabinieri, scorte, dirigenti della questura, magistrati a servizio dello Stato, uno dopo l’altro uccisi, lasciando lutto, sofferenza, figli, mogli, difficoltà.
È un libro da leggere e da commentare, di cui parlare e discorrere anche per riempire taluni vuoti che Ayala lascia alla riflessione, forse incapace di dare risposta, forse lacerato dal dolore di constatare che non molto da allora è mutato.
Qui e là, sprazzi di calda umanità, di vita “nonostante tutto” e soprattutto passione per la giustizia, per la ricerca della verità, sino al costo supremo della propria vita.
Un libro per certi versi incompiuto, sospeso tra la soddisfazione per quello che è stato e la sconfitta per ciò che è ancora, a testimonianza di un fenomeno, quello della mafia, viscerale, pandemico, infestante a ogni livello sociale, anzi in palese estensione territoriale.
Un libro, dunque, da leggere senz’altro, chiedendosi, a distanza di un quarto di secolo, se e quanto sia cambiato da allora e se e cosa si possa fare.
Domande cui Ayala stesso non dà risposta.

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