Immigrant Song

Riccardo Magagna

Joan Baez e Bob Dylan durante la marcia per i diritti civili a Washington, 28 agosto 1963. Immagine di dominio pubblico.

Fin dall’inizio ho sentito mia madre usare le parole wop e dago in tono che denota un profondo disgusto. È come se le sputasse fuori. Come se le si slanciassero dalle labbra. Per lei, contengono l’essenza stessa della povertà, dello squallore, della sporcizia. Se non mi lavo i denti, se non mi scappello quando è il caso, mia madre dice: “Non fare così. Non fare il wop”. Così, mano mano che i suoi valori diventano i miei, wop e dago sono sempre più sinonimi del male.
Mio padre no. Come gli gira, così la pensa. Capisco che per lui wop e dago non hanno un significato preciso; tuttavia, se è un non italiano a sbatterglieli in faccia, le cose cambiano: è un insulto grave. Cristoforo Colombo, dice mio padre, è il più grande wop che ci sia mai stato. E così Caruso.

Mi pare un poco strano narrare qui la mia autobiografia. Spero soltanto che i miei ricordi vi aiutino a percepire qualcosa della vita del Greenwich Village in quei grandi giorni. Ma iniziamo dal principio. Mi chiamo Mike Porco. Arrivai in America nel 1933 – sapete, uno dei tanti in mezzo alle masse confuse che anelavano respirare in libertà. Avevo diciotto anni e m’ero lasciato alle spalle la nativa Calabria e il mio lavoro, una piccola bottega di falegname. Mio padre era emigrato negli Stati Uniti per primo e noi avremmo dovuto seguirlo, uno alla volta, man mano che lui avesse avuto la possibilità di portarci fin là. Ma mio padre morì poco prima che io arrivassi e ad accogliermi trovai mio zio, che mi prese nella sua casa come un figlio. Non parlavo la lingua di qui e si era allora all’apice della depressione. Insomma, era pressoché impossibile trovare un’occupazione: proprio non c’era lavoro. Mi trovai infine qualcosa, lavorando con mio zio nel suo ristorante: 90 ore la settimana per 11 dollari. Mi davano i pasti gratis ma niente vacanze, e rimasi lì cinque anni!

Mi rendo conto che gli italiani usano le parole wop e dago assai più spesso degli americani. Mia nonna, il cui vocabolario inglese è ristretto ai sostantivi più comuni, le adopera sempre quando si trova a discutere di italiani contemporanei. Quelle parole non vengono mai fuori serenamente, discretamente. Piuttosto irrompono.

Nel 1952 i miei cugini comprarono un ristorante nel Greenwich Village, un vecchio locale chiamato Gerde’s – dal nome del vecchio proprietario, un amabile gentiluomo. Io mi occupai del rinnovo e passai in quel locale come direttore, mantenendone il nome perché faceva fare buoni affari. Si trovava al numero 11 della West 4th Street e gran parte della clientela era composta di gente che lavorava nel campo della vendita dei cappelli, a Broadway. Le cose funzionavano bene durante la giornata ma dopo le cinque di sera, più o meno era un mortorio. Mi serviva più denaro per pagare i conti. Così ne discussi con amici e decisi di provare con la musica – sapete, avevamo un pianista, un trio di jazz per ballare, perfino musica bongo! Un giorno, verso la fine del 1959, entrarono due tipi – Izzy Young e Tony Prendergast. Mi dissero d’essere amanti del folk. Io dissi: “Cos’è la musica folk?”. Izzy dirigeva il Folklore Center e i due cercarono di spiegarmi la popolarità di personaggi come Peter Seeger, Joan Baez e Odetta.

Sono nervoso quando porto a casa qualche amico: quel posto ha un’aria troppo italiana. Qua c’è appeso un ritratto di Vittorio Emanuele II, e più sopra c’è una foto del Duomo di Milano, e vicino ce n’è una di San Pietro, poi sulla credenza c’è una caraffa di foggia medioevale, piena sempre fino all’orlo di un vino rosso rubino. Tutte queste cose sono cimeli di famiglia di mio padre e, chiunque venga a casa nostra, a lui piace piazzarsi là sotto e vantarsi.

Cambiai di nuovo il nome, questa volta diventò Gerde’s Folk City ed entro la primavera del 1960 s’era sparsa per New York la voce che il Gerde’s era il locale dove andare ad ascoltare del folk. Bene, non è che gli affari andassero benissimo ma ci guadagnavo di che vivere. Avevo ottimi artisti – Tommy Makem, i Clancy’s, i Weavers, Cisco Houston, il Reverendo Gary Davis, Carolyn Hester, Judy Collins. Peter Paul and Mary – formarono il loro trio nel mio club, sapete? Quelli che non avevano ancora un gran nome seguirono, in molti casi per diventare grandi a loro volta. I lunedì sono sempre serate pigre sulle scene di New York tutti devono riprendersi dal week-end! Io volevo sfruttarle per farne una serata del dilettante, in modo da, speravo, attirare nuovi clienti. Ne parlai con Charlie Rotschild e Bob Shelton, che mi suggerirono di tentare un Hootenanny. Non avevo mai sentito questo nome prima ma Bob sosteneva che suonava bene, e me lo scrisse. Scopersi che suonava meglio di serata del dilettante: così nacquero gli hoot del Gerde’s.

Un gesuita corpulento si alza da una sedia dietro la scrivania e mi presenta.
“Nazionalità?” ruggisce.
“Americana”.
“Il nome di tuo padre?”.
Lo dico in un sussurro: “Guido”.
“Come? Fammi lo spelling. E parla più forte”.
Tossisco, mi tocco le labbra col dorso della mano e faccio lo spelling del nome.
“Ah!” grida. “Ne vengono ancora! Un altro wop! Bè, giovanotto, qui sarai come a casa! Sissignore! Ce n’è un sacco di wop, qui! Inoltre, il posto ha un bell’odore di bettola irlandese!”.
Dio! Quanto lo odio questo prete!
E quello continua: “Dove è nato tuo padre?”.
“A Reggio Calabria”.
“E tua madre?”.
“Idem!”.
Mi domanda: “Parli italiano?”.
“Macché”.
“Peccato” dice lui.
“Tu sei matto” penso.

Un giorno, entrò questo giovanotto e chiese di suonare. Disse di chiamarsi Bob Dylan. Tutti mi assicurarono che era notevole e che dovevo assolutamente sentirlo. Ma io gli chiesi prima di tutto di provarmi la sua età, perché non dimostrava più di sedici anni. Il ragazzo tornò la successiva serata di hoot, con il suo certificato di nascita o qualcosa del genere. Decisi di dargli un’opportunità vera e propria: due settimane come spalla di John Lee Hooker. Quando glielo dissi, Bobby era così eccitato che faceva i salti dalla gioia. John era amato da tutti e Bobby capiva che con lui avrebbe raggiunto un buon pubblico. Gli dissi che gli servivano una tessera del sindacato della Musicians Union e una tessera per cabaret, e lo portai dove poteva ottenerle. Fu allora che mi assunsi il ruolo di suo tutore, perché non aveva ancora 21 anni e sosteneva di non avere nessun parente ancora in vita. L’11 aprile 1961 Bobby Dylan iniziò la sua prima scrittura importante. Gli avevo fatto tagliare i capelli (anche se non sembrava proprio che lo avesse fatto!) e gli avevo prestato un paio di blue jeans puliti per l’occasione. Dio, era un ragazzo così conciato! Bobby continuò a girare attorno al Gerde’s anche dopo le sue prime due settimane di lavoro, suonando agli hoot e partecipando a jam sessions con altri musicisti. Si muoveva a un passo tremendamente sostenuto, lavorando su materiale nuovo e trovando il modo di conoscere tutte le persone giuste.

Nota:
Molti pregiudizi nei confronti dei nostri emigrati erano legati a qualcosa di tipicamente italiano, per esempio gli spaghetti o la mafia. Il fatto che accettassero qualsiasi lavoro per poter sopravvivere, anche i più umilianti, non aiutava a dare un buona impressione del loro carattere.
Gli emigrati italiani rimediavano insulti di vario genere, venivano persino trattati peggio dei neri. I nomignoli più diffusi erano dago e wop. Wop letteralmente vuol dire “senza documenti” e “senza passaporto”, non è particolarmente insultante perché veniva usato con tutti gli emigrati clandestini; mentre dago era il più diffuso e insultante nomignolo, usato soprattutto a New York, e si riferiva unicamente agli italiani. I significati più comuni di dago sono “lavoratore a giornata” oppure “popolo dello stiletto”, chiaro riferimento alla mafia oppure al fatto che molti italiani, piuttosto che rivolgersi alla polizia, preferivano risolvere le questioni da sé.

“Sui portoni c’è scritto NO DOGS NIGGERS ITALIANS NEED APPLY. Sulle vetrine dei caffè NO DOGS NIGGERS ITALIANS… Rimediano insulti. È wop e significa italiano. E italiano è un insulto. L’altro insulto possibile è dago, e anche dago significa italiano. Se dici dago a qualcuno, lo consideri peggio di un cavallo con la diarrea”.

da Vita di M. Mazzucco

 


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