Etude pour la Sainteté: il purgatorio e il femminile di Erika Di Crescenzo

Salvatore Smedile

Danse, illustrazione di Alberto Valente, 2010, CC 2.5.

Nonostante i pesanti tagli alla cultura gli organizzatori di “Insoliti”, festival internazionale di danza d’innovazione presso la Cavallerizza di Torino (2-8 dicembre 2010) sono riusciti a mantenere e portare a termine i loro impegni, frutto di sinergie con importanti partner europei. La città, generosa, ha risposto con passione. Pubblico di ogni età, curioso e sereno, fiducioso su quello che andrà a vedere. Soprattutto, sguardi consapevoli che la danza ha bisogno di noi e noi abbiamo bisogno della danza.
Tocca a Etude pour la Sainteté di Erika Di Crescenzo inaugurare la rassegna. Il titolo è tutt’uno con quello che rappresenta. Oltre tutti i messaggi che giungono dall’apparato comunicativo il cui obbligo è di esplicitare quello che si vedrà in scena.
L’arte di Erika ruota intorno all’ossessione del corpo e alle sue fantasmagorie ma questa volta ha osato un di più. La cornice dell’azione sembra tagliata col rasoio. Assoluta essenzialità: il suono di un sax baritono alle spalle del pubblico, magnificamente interpretato da John Menoud; luci di Gianni Melis al servizio dell’ombra, quasi che il loro scopo sia quello di non svelare troppo. Un monologo corporale e verbale costantemente aperto all’inventiva. Tutto scorre appoggiato sui cardini del momento. Non c’è fretta. La godibilità è fruibile, palpabile nello spazio collettivo dove si dona l’inconfessato.
Il contemporaneo ha fatto il giro su se stesso e torna a rivolgersi all’antico: il piacere di andare a teatro, di ascoltare un corpo fisico e immateriale che offre tutto quello che ha dentro, che non si risparmia, che non rinuncia. Quel corpo in azione si muove su un palco che non è soltanto suo. Chi lo comanda, chi lo aziona sta esercitando il diritto e il dovere di cercarsi. Non è la mente della danzatrice ma una sostanza pensante più generale e consistente sospesa tra il cielo e la terra a ordinare i gesti che noi vediamo. Giravolte e armonie sul filo del baratro, slanci improvvisi di un corpo che ha sentito il vuoto, chiusure di un infinito dirompente che bussa alla porta dell’anima e vuole essere riconosciuto, cadute libere che cercano la morte per sopravvivere, discese negli inferi del femminile, nello spasimo del piacere e del dolore.
Il tutto condito dall’unione degli opposti perché, per afferrare la danza di Erika Di Crescenzo, bisogna utilizzare categorie spurie, doppie, apparentemente antitetiche: sacro-profano, liturgico- blasfemo, santità-oscenità. Chi pensa che l’esistenza umana abbia un’unica faccia non tollera una verità altra e più profonda. È intrigante per me sentirmi parte del discorso che si dipana sulla scena. Quella lotta senza soluzione tra il soggetto dormiente nella brace dell’identità transitoria e la vetta a cui aspira ardentemente, è anche la mia lotta. Quella battaglia è anche mia, quel desiderio di spuntarla è dentro me. Io spettatore faccio parte di un’intimità più generale che si corporalizza nello spazio pubblico del palco. Noi siamo quel corpo; quel corpo è noi.
La rappresentazione esiste solo se la scena è condivisa e compartecipata. Nel gesto di Erika il passaggio di una verità da soggettiva a oggettiva è spontanea, zampilla come sangue da un cuore ferito. La femminilità, quel luogo storicamente e culturalmente dominato dagli imperativi del maschile, è in opposizione con se stessa e con la sua altra metà che la brama e l’aspetta al varco. Con il suo Dio che la contempla solo se sottomessa.
E che dire dell’espressione dell’eros nella sue valenze eretiche? Sulle locandine di Etude compare il nome di George Bataille. Considero questo pescare nelle citazioni qualcosa di molto vicino alla timidezza. È più facile guardare fuori che dentro di noi. Utilizzare discorsi altrui spesso tradisce il naturale timore di rivolgersi al proprio oracolo interiore, di osare. Erika cerca di farlo anche per tutte le donne che hanno combattuto quello che non volevano essere. Il femminile, nel suo mostrarsi nitido e mai osceno seppur svelato, si dichiara in perenne conflitto tra istanze personali, sociali e religiose. Mi sembra superato anche un certo femminismo. Le verità che qui si vanno cercando non sono di genere. Sono le verità di noi tutti, uomini e donne.
Due cose non tornano: la voce tradisce quello che il corpo della danzatrice nasconde. Nelle corde della vocalità c’è ancora della strada da compiere ma lei è determinata e l’attende una lotta sovrumana che sembra non spaventarla.
Infine una domanda a cui solo Erika può rispondere: perché nel suo teatro-danza non si lascia cogliere e guidare da un altro sguardo? Perché persiste questa sfiducia verso una regia esterna che potrebbe condurla per geografie inimmaginabili?
Ciò, tuttavia, nulla toglie alla ricerca in cui si dà tutta, anima e corpo, animale pensante proteso verso il purgatorio, tra l’inferno e il paradiso che costituiscono i due poli della contesa. Comunque sia, vederla in azione è un’esperienza unica, quasi mistica. Ci si pone delle domande. Il suo corpo martoriato vuole indicarci una via di conoscenza non cerebrale ma intuitiva ed emotiva, che parte dal sentire. Mai, proprio mai, la sua danza è muscolare come tanta se ne vede in giro. È un viaggio nel femminile che attraversa la nostra storia senza indugi.

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One thought on “Etude pour la Sainteté: il purgatorio e il femminile di Erika Di Crescenzo

  1. Anonimo ha detto:

    L’ Arte è il raggiungimento con l’ UNITA’ UNIVERSALE…altrimenti è soltanto atigianato: quando lo spettatore raggiunge l’emozione egli è compenetrato nell’azione dello spettacolo, cioé, avviene l’unione tra gli elementi presenti…

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