Agenti provocatori

Davide Picatto

Francesco Cossiga. Foto: Presidenza della Repubblica.

Il 23 ottobre 2008 Andrea Cangini curò un’intervista per il Quotidiano Nazionale a Francesco Cossiga, ex ministro dell’Interno, ex presidente del Consiglio, ex presidente del Senato ed ex presidente della Repubblica. Il senatore a vita, interpellato a proposito della minaccia di Berlusconi di usare la forza contro le proteste studentesche e preoccupato dal secondo lui probabile ritorno del terrorismo, lasciò una serie di consigli a Maroni.

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno».
Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

Insomma, una normale ricetta da strategia della tensione condita dall’uso di agenti provocatori infiltrati. I consigli di Cossiga farebbero pensare che in quel momento riteneva il governo alieno da tali mezzi, ma le sue stesse parole, la storia d’Italia e la storia in generale suggeriscono che essi siano stati usati a più riprese, e non solo negli anni di piombo.
Negli Stati Uniti tale strategia fu il fiore all’occhiello del COINTELPRO (Counter Intelligence Program), il programma di infiltrazione e controspionaggio attuato dall’FBI di J. Edgar Hoover tra il 1956 e il 1971 studiato per colpire i movimenti radicali di sinistra e soprattutto il Black Panther Party (BPP), un’organizzazione rivoluzionaria afroamericana di stampo marxista-leninista. Agenti federali agivano sotto copertura come membri del gruppo per fomentare azioni violente, produrre false prove e provocare scontri che avrebbero gettato il discredito sul partito. I documenti desecretati dell’FBI mostrano come Hoover volesse a tutti i costi dimostrare che lo scopo del BPP fosse rovesciare il governo con l’uso della forza e, nonostante alcuni rapporti contrastanti stesi dagli investigatori stessi (l’agente di San Francisco scrisse a Hoover che in quella città il compito principale del partito era fornire pasti gratuiti ai bambini), l’agenzia governativa attuò il piano provocando una escalation della violenza: scontri con la criminalità organizzata, militanti di destra e polizia decimarono le pantere e fecero loro perdere il consenso popolare.
Dalle nostre parti, in tempi più vicini, molte furono le accuse fatte al governo durante e dopo il G8 di Genova del 2001, soprattutto a proposito dell’infiltrazione dei gruppi che manifestavano usando la tattica del Black Bloc. Testimonianze, fotografie e riprese video hanno mostrato come “uomini in nero” comunicassero con le forze dell’ordine e, in alcuni casi, usassero addirittura i loro mezzi. Il fatto che sia stato lasciato loro libero sfogo e che abbiano agito in quartieri della città distanti dalla zona rossa sarebbe un indizio del loro impiego o del loro sfruttamento per screditare il movimento no global, perlopiù pacifico.
In un’altra manifestazione di piazza più recente, quella del 14 dicembre a Roma, diversi studenti, politici all’opposizione e quotidiani hanno ritenuto che mischiati alla folla non ci fossero solo gli infiltrati con il compito di controllare il corteo e di arrestare i violenti, ma anche agenti con una missione leggermente provocatoria. In particolare alcune fotografie mostrano un uomo in azione durante gli scontri, talvolta armato di pala, talvolta con manganello e manette. Con il suo arresto è arrivata la smentita: si trattava di un ragazzo di sedici anni impossessatosi delle armi del “nemico”.
Che il consiglio di Cossiga sia stato preso alla lettera da Maroni è difficile dirlo: sicuramente però non ha inventato l’acqua calda, e una presa di posizione simile da parte di un uomo di Stato della sua caratura è quanto meno preoccupante.

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