Le pergamene – parte quarta

Amadio Totis

N.d.R: seguite i link per leggere la prima, la seconda e la terza parte di Le Pergamene.

Franco

Franco, Franchino, certo, anche te tante ne hai viste e quante ne hai combinate! Poi, le sai anche raccontare, come questa storia dell’Egitto. Ma come hai fatto a crescere ad Alessandria d’Egitto? Mi sembrano storie di centinaia e centinaia di anni, secoli fa: Alì Babà e i Quaranta Ladroni, le Mille e Una Notte. Sai, con tutto quel sapore di esotico.
Quando parli della tua infanzia, mi si spalanca il libro dei ricordi e ritorno anch’io un infante. Certo cose così non ne ho fatte. Io sono vissuta quasi sempre da queste parti. L’Egitto, l’Africa, gli arabi e quegli altri, di cui mi parli ogni tanto, i cristiani copti, li conosco solo dai libri e, da un po’ di tempo, dai tuoi racconti.
La donna non smetteva di guardare rapita il bell’uomo, con quel suo fare elegante, maestoso. Chissà quanti cuori hai trafitto, pensava.
Piaceva Franco alle donne, ma pure gli uomini non rimanevano indifferenti in sua presenza. Si era fermato qualche anno prima in quel paese di fondovalle. Sono in pensione, mi piace l’aria buona e qui ce n’è quanta ne voglio, sogghignava sornione, sfoderando un sorriso ammaliante che non concedeva repliche e nessuno più osava indagare oltre, le ragioni della sua permanenza in quelle valli.
Elsa l’aveva incontrato la prima volta ospite a una cena a casa del fratello e ne era rimasta rapita, subito, ma, anche dopo anni che credeva di conoscerlo, in realtà non sapeva molto di lui, se non da quelle storie lontane nei luoghi e nel tempo che lui amava raccontare ogni qual volta qualcuno curioso e pressante gli si rivolgeva: dai Franco, adesso raccontaci qualcosa di te.
L’Egitto, la fabbrica di gomma del padre, che già agli inizi del novecento, pensate, già allora dava lavoro a più di 100 operai. La più grande del continente africano! Orgoglioso, con quel fare signorile, sorrideva seducente distribuendo sugli astanti benessere e malia con lo sguardo.
Da piccolo, nostro padre era sempre in viaggio e a volte, per settimane, pensate, rimaneva lontano da casa e noi, mia sorella Alessandra e io, facevamo la collezione delle cartoline che ci spediva “saluti da Windhoek”, “un ricordo dal lago Tanganika”.
Mi sono rimaste impresse nella memoria certe cartoline in bianco e nero un po’ ambrate, più piccole di quelle che sono entrate in uso più avanti. Ne conservo ancora quattro o cinque, credo, con i francobolli e tutto. Ve le mostro una volta o l’altra, appena le ritrovo.
Dai Franco racconta, racconta, lo incalzava la donna impaziente. Dì, com’era la storia, quella della torre e dei colombi, no, che stupida, i piccioni viaggiatori, ecco, sì, quella, quella è la mia preferita, è bella, bella e riesce a far sognare anche una vecchia pellaccia come me!
Elsina, ti racconto quella di Sandik, Sandicchio, ti piace? Dai Franco, ti conosco, con questa storia del Sandik, lì come lo chiami, mi prendi in giro tutte le volte. Lo so, vuoi tirarla per le lunghe. Lo so ti annoio, del resto, non ti do torto, è meglio stare a raccontare storie a madamigella Isotta, che bel nome eh? Molto moderno e poi quanto è giovane e ben messa la figlia del tuo amico Carletto. Pensare, chi l’avrebbe detto mai da un essere insulso e inutile come il padre. Ma tu ogni volta lo difendi. No, no ho ragione, ammetti: è un opportunista. Basti pensare che dopo l’8 settembre con tutto il casino che è successo, lui prontamente è andato a imboscarsi nella Forestale. Che vita, eeh! Tranquillo, 35 anni con lo stipendio e poi la pensione assicurati, la sua brava mogliettina, insulsa e opaca quanto lui, ma come fai tu ad avere per amico uno così? Va beh, ti scuso per via della figlia, posso comprendere. Però, ma di cosa parlate voi due? E poi, non vi somigliate per nulla!
La storia del Venezuela, la conosci, te l’ho mai raccontata?, riprese l’uomo al tempo divertito e rassegnato, tanto non me la cavo così a buon prezzo, diceva fra sé e sé, con Elsa e la sua cocciutaggine, ma sì, in fondo è una persona d’oro.
Non la conosco, no che non la conosco. Di sicuro l’avrai già raccontata alla piccola Isotta, rise di gusto la donna, appoggiando in modo buffo un pugno minaccioso e ridicolo contro il braccio dell’amico, eccitata.
Sai dello zio Arnaldo? Comunque mio zio Arnaldo, sì, sì come il fratello del duce. Insomma, era nella Milizia, me lo ricordo da bambino, le volte che sono stato in Sicilia, perché da lì veniva la nostra famiglia, quante risate facevamo. Io non capivo, ma quelli più grandicelli, i miei cugini e i loro amici si sbellicavano dalle risa dandosi di gomito. Devi sapere che il grand’uomo fasciato nella sua bella divisa nera di orbace con il fez sulle ventitré, gli stivaloni marziali, il cinturone e il frustino d’ordinanza, quella volta, mentre tentava il salto nel cerchio di fuoco, ai Littoriali provinciali, ah, eravamo a Ragusa, perché la mia famiglia ha le sue radici lì in provincia, a Comiso.
Insomma, basso e pingue, gli avevano messo anche un predellino per aiutarlo, ma lui presa la rincorsa vi inciampò malamente e andò a sbattere planando con la pancia contro il tappeto di sabbia che avevano steso tutt’attorno, sobbalzando e arando il terreno con il naso carnoso. Un disastro, insomma, un vero disastro. Il glorioso centurione, si trascinò ai margini del campo vergognandosi come un ladro colto sul fatto e quando, infine, si decise a rialzarsi, pesto e stracciato, una maschera di sangue gli imbrattava tutta la faccia. Mio padre, suo cognato, dopo quell’episodio lo chiamava “l’acrobata” questo era il motivo di tante risate divertite e ammiccanti, io non capivo, ma ridevo lo stesso, per non essere da meno degli altri.
Insomma, zio Arnaldo che si è fatto tutta la carriera nella Milizia, quando arrivano gli americani per un po’ rimane nascosto. Ma appena le acque si calmano un attimo, eccolo che si rifà vivo! E si mette in politica. Non con i missini, figurati, no, no, ma neanche con “L’uomo qualunque” o con la lista indipendentista della mafia, te la ricordi: la Sicilia l’ultima stella della bandiera americana. No, con i socialcomunisti, giuro, lo giuro su mia madre. Un grande, ammetterai.
Nel ’48 era già in pista, con il megafono, sai quei tromboni enormi, più grande di lui.
Sul cassone di un camion preso agli americani, in giro per l’isola a fare i comizi per la Lista di Garibaldi. No, non nella sua città, era emigrato a Palermo e si faceva chiamare compagno Arnaldo. Beh, per farla breve l’hanno riconosciuto. Alcuni compaesani di passaggio in città hanno visto il suo nome sui manifesti e sono andati raccontare tutto in paese.
Una carriera politica interrotta anzi tempo e poi via, via, dovette fuggire più in fretta che poté. Quelli, i compagni, se l’erano presa a male e ne facevano una questione d’onore. Insomma il mariuolo dovette espatriare. Ed è lì, sì, proprio in Venezuela che me lo ritrovo a metà del ’50.
Io ci sono andato. I soldi allora erano veramente pochi e poi sai, Gabriella, già ci si frequentava allora, ma i suoi parenti micragnosi e diffidenti ci remavano contro. Non ricordo, ma forse zio Arnaldo mi mandò una lettera dove mi invitava a raggiungerlo, di lavoro lui ne aveva fin sopra i capelli laggiù, e costruire le strade nella foresta amazzonica rendeva bene.
Insomma si era rifatto una vita e neanche tanto male. Andò che io lì ci rimasi un annetto. Mi piazzai nel cantiere a sovrintendere ai lavori, non lontano da Maracaibo, ma più che altro passavo il mio tempo nei bordelli di lusso, quelli per noi stranieri.
Certe donne, mia cara, certe signorine, le dovevi vedere: scure, carnose, avide. Baldoria a non finire, ogni sera si beveva, si suonava e si ballava. Sì, il ballo, sai, è da sempre per me una vera passione, lo sai. La rumba, il cha cha, ma sempre e soprattutto il tango. Inspirò aprendo le braccia con magniloquenza e lo sguardo assassino.
Ma come andò Franco, come andò a finire, perché sei tornato? Una coltre scura per pochi istanti stese un velo cupo sul volto dell’amico. Elsa ne rimase turbata. Quell’uomo bonario, tanto amabile, per un attimo non fu più la stessa persona, incupito e nervoso, ma tosto trasalì e prontamente si riprese. Devo andare! È tardi. Perdonami. Dimenticavo: ho un appuntamento. Ma come, pietì la donna, mi lasci così a bocca aperta, nel bel mezzo della storia? Elsa, Elsa, di storie ne conosco tante, e posso andare avanti per anni a raccontartene! Che vuoi, c’è Strobel che mi aspetta e di sicuro è già lì al Caffè Centrale.
A presto mia cara, inforcò la porta indossando il paltò non senza averle servito a mezz’aria un bacio scanzonato sulla punta delle dita.
Strobel non piaceva a Elsa, ma lo confessava oramai solo a se stessa. Aldo, al contrario, ne era invaghito, innamorato: Strobel è un artista, Strobel è un poeta, Strobel qui, Strobel là, è un genio. Guarda questi acquarelli, ammira, accarezza queste incisioni. Non c’era storia con lui, il plauso nei confronti dell’uomo, anche fra gli amici comuni, del resto, era corale, all’unisono. A lei il piccolo tedesco con la calvizie incipiente, l’incedere nervoso e un po’ claudicante, non piaceva! Con quegli sguardi furtivi dal basso, di straforo. Una volta, rammentò, l’aveva sorpreso che spiava da dietro una tenda, fingendosi indaffarato a riordinare uno scaffale! Insomma quell’essere la metteva a disagio, la innervosiva, le faceva prudere le mani.
Proprio a Franco l’aveva dichiarato non più tardi di un mese prima. Franco rideva sornione, a lui, diceva, non importava di quell’ometto. Loro si evitavano. Era vero, non si parlavano mai, se non per un buongiorno, buonasera, come va? Bene grazie, ma tutto lì, finito! Non li aveva mai visti insieme in una discussione, neppure vicini fisicamente alle cene o al bar. Strano, aggiunse Elsa fra sé e sé, strano che proprio oggi quei due si incontrino, cosa avranno da dirsi? Del resto da Franco c’era da aspettarselo, lui era uno così: volubile, imprevedibile. Che mi importa, sono affari loro, concluse infine, scrollando nervosa le spalle.

Advertisements

2 thoughts on “Le pergamene – parte quarta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...