L’espropriazione del pensiero

Giovanni Guizzardi

Dante e Virgilio dinanzi alle fiammelle dei consiglieri fraudolenti. Incisione di Gustave Doré, immagine di dominio pubblico.

Nel XXVI canto dell’Inferno, Dante incontra le anime dei consiglieri fraudolenti, che espiano le loro colpe bruciando dentro fiamme cornute che le tengono prigioniere e le consumano in eterno. Si manifesta così ancora una volta la legge del contrappasso, per cui coloro che per dare cattivi consigli usarono la lingua, proprio da una lingua di fuoco vengono puniti. Fra essi, Dante individua Ulisse e Diomede e vorrebbe parlare con loro, ma Virgilio gli dà un consiglio:

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’è fuor greci, forse del tuo detto.

Virgilio dunque gli suggerisce di tacere e di lasciar parlare lui, perché Ulisse e Diomede sono greci e non apprezzerebbero quella lingua con cui Dante si potrebbe rivolgere a loro. Nulla di strano, i greci chiamavano barbaròi, cioè persone che anziché parlare emettono suoni gutturali, tutti coloro che non si esprimevano correttamente nella loro lingua. E non è che questo disprezzo linguistico fosse una prerogativa dei soli greci. In ogni tempo e in ogni luogo la proprietà di linguaggio ha veicolato significati non verbali a cui si possono collegare giudizi di merito. Per questo il concetto di nazione è intimamente legato alla lingua comune non meno che alle comuni usanze e religioni. Lo straniero è prima di tutto colui che non capisce e che non si fa capire, e proprio questo genera la xenofobia. Il linguaggio ha quindi una funzione inclusiva, nel senso che accomuna chi lo padroneggia. Anche i gerghi, anzi ancor di più, nascono espressamente per un principio inclusivo, e quindi, specularmente, anch’essi escludono chi non ne condivide il codice. E ogni codice linguistico ha le proprie particolarità, che derivano dai bisogni comunicativi e interpretativi che lo hanno generato. Qualcuno una volta mi ha detto che nella lingua inuit esistono una dozzina di parole per indicare la neve. Non so se sia vero, ma è perlomeno verosimile, visto l’ambiente in cui vivono gli esquimesi. Mi meraviglia invece un po’ di più la ricchezza semantica di certe parole napoletane. La nonna di mia figlia è originaria di Pomigliano d’Arco e ogni volta che le sbuccio una pera o un cachi esclama: “Ammunnat’ ebbuona!” e sfido chiunque sia nato a nord di Roma a capire esattamente cosa ella intenda dire. E un altro termine partenopeo che trovo semplicemente sublime è ‘a cazzimm. Entrambe le espressioni infatti rimandano a esperienze condivisibili senza alcuna barriera geografica: la frutta viene pulita e tagliata ovunque, gli stronzi che si fanno i cazzi loro a danno altrui con spietata indifferenza esistono ovunque. Eppure, solo a Napoli è stata coniata una parola o un’ espressione che ne sintetizza mirabilmente la pregnanza semantica. Il risultato comunque è lo stesso: se provi a esprimere lo stesso concetto in un’altra lingua non ci riesci e ti inchiodi, a meno di non ricorrere a giri di parole banalmente approssimativi.
Il fatto è che il linguaggio ha due finalità, ben distinte fra loro: da una parte serve a comunicare agli altri i propri pensieri, ma dall’altra serve a crearli e a metterli in relazione fra loro, cioè serve a pensare. Diffido della lucidità di pensiero di chi mi dice: “Non so come dire, non trovo le parole”. Chi non trova le parole non ha le idee chiare e scambia delle emozioni, delle intuizioni o delle impressioni per dei ragionamenti. Che una sensazione sia inesprimibile a parole è tutt’altro che raro, ma non esiste un ragionamento razionale che non sia formulabile con linguaggio verbale. Anche perché, come diceva Wittgenstein, quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.
Ho un alunno ucraino che l’altro giorno, leggendo il XXVI canto dell’Inferno, ha fatto una constatazione interessante: “Io non ho più una mia lingua”, mi ha detto, “perché il russo me lo sto dimenticando e l’italiano non lo conosco bene. Per parlare non c’è problema, ma faccio fatica a pensare, non ci riesco più come prima.” Come ha ragione, e che tragica lucidità ha ispirato questa sua riflessione.
C’è un nesso strettissimo tra la capacità di elaborare il pensiero astratto e la ricchezza lessicale e sintattica che si è in grado di mettere in gioco a tal fine. Le mille sfumature di significato del linguaggio non sono, come credono i più, abbellimenti ed eleganze stilistiche, ma espressione di un pensiero articolato.
Credo sia questo il motivo per cui ho sempre provato ostilità per tutte le lingue straniere e non ho mai smaniato per apprenderle. È che in una lingua io desidero pensare, di comunicare con gli altri mi interessa il giusto, soprattutto perché quelli con cui vorrei comunicare mi richiederebbero una ricchezza lessicale e linguistica che non posso avere a meno che non viva per quarant’anni nel loro paese. A tutt’oggi conosco sì e no un centinaio di parole inglesi e a malapena riesco a leggere un articolo in francese. Il resto è silenzio, un silenzio che entra nella mia mente quando abbandono il mio linguaggio, l’italiano.
Essere espropriati della propria lingua è una forma più sottile e più dolorosa di esilio. Capisco il dramma di tutti quei poveracci che salirono dal Sud al Nord in cerca di un lavoro negli anni ’60: non solo dovettero vivere in un mondo che non gli assomigliava e accontentarsi di un ruolo sociale marginale e subalterno, ma subirono anche l’umiliazione e lo sconcerto di dover parlare una lingua che non conoscevano e di sentirsi incompresi e quindi respinti se parlavano la loro. Ma quel che è peggio, furono espropriati del loro pensiero, che solo nel loro dialetto sapevano articolare. Nacque così il luogo comune che i terroni erano non solo cafoni, ignoranti e disonesti, ma anche tonti. Ma se io vado a vivere a Londra, sono io che passo per tonto. E tale divento, se non penso in italiano.
Inglesi e americani hanno vinto tre guerre mondiali nel giro di settant’anni, e hanno così conquistato il mondo. Ovvio che la loro lingua sia diventata la koinè del pianeta Terra. Ma chi oggi la impara lo fa solo per usi comunicativi, mentre il mondo in cui questa lingua si afferma giorno dopo giorno assomiglia sempre di più al paese che l’ha esportata, cioè agli Stati Uniti. Miliardi di persone sono e saranno sempre più nei prossimi anni espropriate del loro pensiero, fino a che il basic english non sarà diventato l’unica lingua del nostro pianeta.
Allora, solo allora, a sentirsi in esilio saranno gli inglesi e gli americani.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...