L’uomo e il dolore: la via della tenacia

Alessandro Barella

La Roccia, Le Pale di San Martino, Dolomiti, 5 agosto 2009. Fotografia di Alessandro Pinna, licenza CC 2.0

Quando ci si trova di fronte a un dolore molto forte, tentare di sfuggirgli obliandolo è la reazione più immediata e istintiva che possa presentarsi alla mente umana. Tuttavia, è ovvio che una strada del genere non può funzionare sempre. Inoltre, nel caso in cui si riesca a erigere una barriera tra il problema e la coscienza, in modo che questa non riesca a vedere quello, in realtà non si è ancora fatto nulla. Il problema continua a sussistere identico a prima, e i suoi effetti sono liberi di estendersi a turbare ogni tranquillità.
Ma l’uomo non è solamente istinto. Nel momento stesso in cui nasce, si trova immerso in un contesto culturale molto articolato, da cui subisce una continua influenza in ogni fase del suo sviluppo. Dire che questo contesto sia fatto unicamente di istinti che hanno assunto una forma più o meno consapevole sarebbe azzardato tanto quanto assurdo. Da quando è diventato un animale dotato di linguaggio, l’uomo è sempre stato un animale simbolico, pronto ad assimilare e astrarre concetti a partire da oggetti ed eventi del mondo circostante o della sua stessa mente. Una delle metafore fondamentali più importanti e che hanno informato di sé l’intera cultura occidentale è quella della pietra.
Non è difficile vedere perché sia così. Mentre l’uomo va incontro al declino della sua vita, le catene montuose sono ancora lì, salde e identiche a come erano nella sua gioventù, e tali sono rimaste per generazioni intere. Le dimore più solide e in grado di offrire una migliore protezione dagli elementi furono per lungo tempo quelle di pietra, non quelle di legno o argilla. Il fuoco si consuma, l’aria è evanescente, l’acqua si disperde facilmente, soltanto la roccia resta, salda e individuale, che non smette mai di essere se stessa né si fonde con i suoi simili. La sua resistenza è tale che veramente non si potrebbe trovare un modo più semplice per descrivere l’eternità e l’imperturbabilità. Nulla turba la quiete di una roccia, se non una forza incredibilmente potente, una forza divina.
La roccia è il modello a cui moltissimi tentano, consapevolmente o meno, di identificarsi. Contrariamente a quanto accade, ad esempio, nel taoismo cinese, dove si ritiene che il massimo della forza sia il rigagnolo d’acqua che riesce ad adattarsi a tutte le asperità del terreno, superandole, in occidente ha un grande peso l’idea che la cosa migliore da fare sia quella di raggiungere una posizione solida e non scollarsi da essa, tenere duro e resistere a ogni avversità.
Questo modo di comportarsi può essere definito, prendendo in prestito un’espressione usata dal geniale Charles Sanders Peirce, come metodo della tenacia (anche se, nell’accezione in cui viene usato in questo articolo, presenta elementi che Peirce ascrive piuttosto al metodo dell’autorità). Esso consiste nel trovare un nuovo modo di interpretare il mondo, in cui il dolore a cui ci si trova di fronte venga ricollocato in modo da minimizzarne, se non annullarne del tutto, gli effetti. Ma ciò non basta ancora: bisogna credere fermamente in questa nuova visione del mondo, ripetersela continuamente, essere certi al di là di ogni dubbio reale che sia quella la Verità. I dolori più forti trovano una consolazione e quelli più deboli vengono annullati, ridotti a falsità, errori.
La Tenacia sembra senza dubbio una strada migliore rispetto all’Oblio. Essa non finge che il problema non esista, ma gli oppone qualcosa d’altro che ne attutisca la forza. È l’armatura che il cavaliere indossa per proteggersi dai fendenti dei nemici. I difetti che presenta, tuttavia, non sono meno gravi.
Non è detto, per esempio, che la nuova immagine del mondo nasca nel cuore di chi si trova di fronte al dolore. Non è difficile, per qualcuno esperto, sfruttare la fragilità emotiva di una persona in una situazione del genere e imporle una visione del mondo preconfezionata per il proprio uso e consumo. E, facendosi guidare in tutto e per tutto da un’altra persona, non soltanto si rischia di restare esposti alle più svariate truffe, ma anche di sviluppare una sorta di dipendenza, necessità di una guida esterna continua, il che non è che una forma di Oblio.
Quella appena descritta è una situazione estrema? Certo, ma non è tutto. La struttura stessa di questa strada, essendo rigida, è anche molto fragile.
A meno di non farsi eremita, chi segue la via della Tenacia continua pur sempre a vivere all’interno di una società composta, tra gli altri, da persone che non abbracciano la sua stessa rete di valori. Per un certo periodo potrebbe forse riuscire a rimanere saldo, a credere che chiunque non la pensi come lui deve necessariamente essere in errore e avere una vita infelice. Ma potrà tenere quella posizione in eterno? In linea di principio, in qualsiasi gruppo sociale in cui esista la possibilità di dialogare, e quindi scambiare idee, a lungo andare gli individui finiranno per influenzare l’un l’altro le proprie credenze producendone di nuove. Anche nel caso in cui si cercasse di restare arroccati su quella che si considera l’unica verità, la continua constatazione che chi crede in cose diverse non è per forza una persona disperata o incapace di andare avanti, qualche crepa nell’armatura potrebbe aprirla.
Infine, se c’è una certezza che si può avere, è che l’esperienza non esaurirà mai il suo bagaglio di sorprese. Le possibilità del mondo sono virtualmente illimitate, come si può sperare di riuscire a dominarle tutte con un pensiero singolo e statico? Di fatto, chi si affida alla via della tenacia non fa che spostare il problema al prossimo colpo che riuscirà a farsi strada attraverso le sue difese.
Se l’Oblio è il fondotinta che nasconde le macchie del morbillo, la Tenacia è l’anestetico che calma i dolori della malattia ma non fa niente per curarla.

 

Questo articolo fa parte di un ciclo. Ecco gli altri finora pubblicati:

1 L’uomo e il dolore: la via dell’oblio.
3 Riflessioni su dio come poeta.

 

One thought on “L’uomo e il dolore: la via della tenacia

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