James Hansen. Clima: ultima chiamata

Livio Oboti

La sala del Circolo dei Lettori era colma di persone venute ad ascoltare James Hansen, il climatologo americano di fama internazionale che, venerdì 3 dicembre 2010, ha discusso di cambiamenti climatici dialogando con esperti scientifici piemontesi, tra cui Luca Mercalli. La posizione di Hansen è molto netta: o interveniamo subito per stabilizzare il clima oppure «arriveremo a un punto di rottura superato il quale non si potrà più tornare indietro».
Professore di Scienze della Terra e dell’ambiente presso la Columbia University di New York e direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA è stato più volte deluso dalla scarsa volontà della politica americana di portare avanti un’efficace sistema di riduzione della CO2. Racconta lui stesso che «se non fosse stato per la nascita dei miei nipoti e per la mia consapevolezza di cosa potrebbero trovarsi ad affrontare, avrei continuato a concentrarmi sulla scienza pura e non avrei persistito nel sottolineare la sua rilevanza per le decisioni politiche». Proprio per questo suo pensiero rivolto ai nipoti, Hansen è stato soprannominato il “nonno del riscaldamento globale” e questo lo ha spinto a uscire dal laboratorio e scrivere il suo primo libro: Tempeste. La conferenza è stata organizzata dall’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro onlus e da Edizioni Ambiente, in collaborazione con IED (istituto Europeo di Design) e Minteos. Sono intervenuti: Luca Mercalli (Società Italiana Meteorologia), Mario Salomone (presidente dell’Istituto dall’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro), Giovanni Paesano (Arpa Piemonte), Antonello Provenzale (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima – CNR) e Erik Balzaretti (Professional Master in Comunicazione per la Sostenibilità – IED).
L’appello di Hansen risuona echeggiando nel vuoto creato dalla confusione globale accresciutasi attorno al problema ambientale. Vuoti restano anche gli intenti che si è cercato di definire durante le scorse conferenze mondiali sull’argomento. Con l’inconcludente summit svoltosi a Copenhagen nel 2009 – che vide il vuoto confrontarsi dei leader dei due paesi principali produttori di emissioni clima-alteranti, USA e Cina (Barack Obama e Wen Jiabao), che sono anche i paesi meno disponibili a interventi concordati e vincolanti di riduzione delle emissioni – si stabilirono ambiziosi obiettivi di regolamento degli standard termici globali senza tuttavia definire i mezzi coi quali conseguirli. Intanto, a Cancun (Messico) si è aperta la Cop16 il primo dicembre 2010, in assenza dei principali leader mondiali. Ha partecipato solo la rappresentanza ONU al tentativo di raggiungere un’intesa tra i 194 paesi cooperanti per cambiare il modello di sviluppo economico mondiale. Le emissioni di gas serra accelerano lo scioglimento dei ghiacci polari e inaspriscono i rischi di conseguenze irrimediabilmente disastrose per l’equilibrio ecosistemico. Non si tratta di catastrofismo atto a vendere notizie pseudo-scientifiche, si tratta di obbiettive osservazioni e previsioni condotte da scienziati di tutto il mondo (vedi IPCC website). Come recitava un famoso spot della linea di prodotti per igiene orale AZ: prevenire è meglio che curare. E per prevenire è necessario anche preoccuparsi. Vediamo di preoccuparci un po’ di più: si pensi per esempio al fatto che il principale motore termico e la più grande batteria di stoccaggio di CO2 è rappresentata dalle acque oceaniche. I dati riportati dall’ IPCC (International Panel on Climate Change) in questi anni sono ancora più pessimistici se si pensa all’inerzia termica di tale sistema biologico: si presagisce addirittura che il risultato dell’intervento antropico attuale possa farsi sentire solo fra una cinquantina d’anni o forse più. Al momento staremmo dunque vivendo i prodromi (ma forse neanche) di quelle che sono le conseguenze dell’antropizzazione selvaggia prodottasi ai tempi dell’ultima

rivoluzione industriale. Cosa fanno dunque oggi i “grandi” di fronte a tali nuove consapevolezze? Nulla. Il vuoto. Gli USA, dopo la sconfitta dei democratici non solo non aderiranno mai al protocollo di Kyoto, ma hanno ormai messo in soffitta la loro bozza di legge sul clima (fonte: la Stampa, mercoledì 1 dicembre 2010 – Roberto Giovannini). In generale i paesi ricchi non vogliono che quelli in via di sviluppo si avvantaggino con i mezzi che loro stessi hanno avuto a disposizione in passato: Cina, India e Brasile crescono velocemente, e così anche il volume di CO2 scaricato nell’atmosfera. La Cina oggi ha già superato gli USA. I paesi poveri contano poco: chiedono aiuto ma nessuno li ascolta. Le piccole isole-nazione del Pacifico rischiano, fra pochi anni, di andare sott’acqua ma vengono considerate meno di niente. Cina e USA si lanciano reciproche accuse, Arabia Saudita e Giappone minacciano di affossare il rinnovo del protocollo di Kyoto se non verrà stilato un documento d’accordo tra Cina, India e Stati Uniti, Sri Lanka invece non firmerà se non verrà riconosciuta la responsabilità storica dei paesi industrializzati. Un caos totale. Ci vorrebbe un compromesso. Ci vorrebbe del panico, ci vorrebbe più obbiettività, più chiarezza, meno monopoli. Ci vorrebbero tante cose. Forse Homo sapiens non sarà la più saggia delle bestie che popolano questo pianeta, ma di sicuro non è la meno provvista di fantasia. Probabilmente in un modo o nell’altro la soluzione al problema si troverà, come già è successo nel corso della storia. Una cosa è certa: molti pagheranno e il conto sarà salato quanto l’acqua marina.

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