Incontri. Tra i Pigmei della Repubblica Democratica del Congo

Letizia Leardini

Tratto da: Letizia Leardini, Intercultura missionaria. Interviste a quattro Missionari della Consolata, Università degli Studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Comunicazione interculturale, Relatore: Prof. Francesco Remotti (anno accademico 2005/2006).

Un esploratore britannico insieme ad alcuni pigmei. Immagine di dominio pubblico.

A parte i primi mesi che sono stato in una missioncina per imparare lo Swahili, sono sempre rimasto a Wamba che era sede centrale. I primi quattro anni ero responsabile di una quarantina di villaggi della foresta che facevano parte della nostra parrocchia per cui davo loro l’assistenza spirituale, giravo per i villaggi, insomma curavo un po’ la pastorale. Gli ultimi sei anni mi hanno nominato direttore del centro catechistico di Wamba, una struttura molto interessante perché luogo di formazione dei catechisti, che sono i leader dei villaggi.
Non ho proprio vissuto con i Pigmei, anche se ero nella loro zona, cioè il loro territorio era compreso nei confini della nostra parrocchia per cui ho avuto a che fare con loro, partecipavano alle nostre attività, li ho visti, ho parlato loro, sono stato con loro; non era proprio specifica la nostra presenza in mezzo ai Pigmei, avevamo solo dei contatti, anche perché sono molto liberi e non si inseriscono in strutture già determinate. Stavamo molto poco con i Pigmei: una settimana, un mese, dipende. Anche perché è difficile localizzarli. A volte magari ritornavano, ad esempio la mamma malata ti portava il bambino per le medicine, oppure li ritrovavi dopo due o tre mesi. Hanno una mobilità continua.
I Pigmei sono tra i popoli più studiati della terra, perché hanno sempre affascinato, perché sono sfuggenti, sono anche molto furbi, quindi non si rivelano sempre, ti dicono quello che vogliono, sfuggono da certe categorie, se non ci vivi insieme cogli solo qualche frammento della loro vita. Sarei un bugiardo se ti descrivessi la loro spiritualità. Mi limitavo a chiedere qualcosa a volte e ho assistito per esempio a qualche funerale.
So che hanno molto il senso della presenza di Dio, ma più che di un dio, di tante realtà buone o cattive, che esistono nella foresta, che si manifestano ad esempio negli eventi naturali, a cui loro si rivolgono, che sentono molto presente.
Fanno le preghiere all’inizio della caccia, quando succede qualcosa, quando c’è un temporale è una spiritualità primitiva, naturale, di contatto con la natura, che per loro è tutto. Un dio in senso filosofico, teologico non c’è. Dio è il dio comunitario. Poi non so se abbiano un codice di comportamento, un codice di vita, certo è tutto ridotto all’essenziale, non hanno culti, riti o credenze particolari; hanno i loro racconti, le loro “liturgie”, fatte di preghiere e di gesti spontanei. Hanno una vita associativa, fanno le loro danze, suonano i loro strumenti.
Mi piaceva giocare con i loro bambini, ma, quando magari li prendevo in braccio e cercavo di dar loro un bacio, scappavano, avevano paura perché non sanno cosa sia il bacio, pensavano che volessi morderli, mangiarli. I loro genitori poi mi rimproveravano, dicevano che non bisogna dare troppe attenzioni ai bambini, giocare con loro, perché poi diventano “superbi”. A volte facevamo vedere dei film nostri, italiani o americani, in cui c’erano delle scene d’amore, in cui gli attori si baciavano, cosa per loro sconosciuta. Una volta ho sentito un uomo raccontare a un altro: “Sai, ieri notte con mia moglie ho provato a fare quella cosa che fanno i bianchi e lei si è arrabbiata, mi ha detto: “No! Queste sono cose che fanno solo i bianchi!”
I Pigmei cristiani sono pochissimi. Io in dieci anni ho sposato due o tre coppie e battezzato una decina di persone. Anche perché vivono una vita talmente diversa dalla nostra, che è impossibile inquadrarli in un minimo di struttura. Non eravamo noi a fare le catechesi, ma i catechisti dei villaggi vicini ai loro accampamenti.
L’idea di peccato, di legge, di trasgressione è tutta diversa. Non so fino a che punto abbiano il senso della legge, dei comandamenti, del codice morale; ce l’hanno senz’altro, ma è diverso dal nostro. Per esempio, per loro rubare non è un problema, anche per un motivo storico: sono i primi abitanti del nord del Congo, sono arrivati prima dei Bantu, per cui dicono: “Questa è la nostra terra, i nostri campi e se voi ce li coltivate, meglio per noi che ne approfittiamo.” Loro non coltivano, quando non hanno abbastanza da mangiare non si fanno tanti scrupoli, quindi nascono anche dei conflitti tra la gente attorno e loro.
Il cristiano va a messa la domenica, ma se uno non ha neanche l’idea della settimana, di un giorno che sia diverso dagli altri capisci che diventa complicato. È difficile farli entrare nella nostra struttura non solo di dottrina ma anche di vita. Il loro è un cristianesimo adattato che si basa su alcuni atteggiamenti di fondo. Con i Pigmei devi fare un discorso a parte, adattandoti alla loro mentalità, al loro modo immaginifico di vedere la natura, gli spiriti.
Io mi chiedo come facciano i Pigmei a diventare cristiani, sono pochissimi ma ce ne sono. Quando facevamo le celebrazioni nei villaggi loro li vedevi tutti attorno alla cappellina: erano attirati da noi perché vedevano questa assemblea con gente che danzava e magari ne venivano anche colpiti. Sono tutti accovacciati che guardano, ridono, sentono, ascoltano e poi scappano via. Poi magari qualcuno timidamente si avvicina e dice di voler diventare cristiano e lo diventano, con tutti i problemi annessi.
È difficile da capire, non riescono a spiegarlo. Io chiedevo spesso perché volessero convertirsi. C’è la risposta di una vecchietta che cito sempre, anche nelle prediche: le ho chiesto “Mama, ma perché tu che sei già vecchia vuoi diventare cristiana, per di più cattolica?” “Perché volete bene ai poveri e non fate distinzioni”. Questo mi ha colpito, perché effettivamente il non fare distinzioni va contro la mentalità del tribalismo, del clan, che sono ancora barriere forti.
La colonizzazione ha portato due tendenze opposte: il consumismo e il cristianesimo.
Le società si evolvono incontrandosi tra loro; con l’occidentalizzazione, una civiltà primitiva è chiaro che si evolva, ad esempio nel modo di sposarsi (con il passaggio dalla poligamia alla monogamia), certe tradizioni sono sparite con il contatto con la città, la radio, il giornale, la scuola. I cambiamenti sono a volte positivi, a volte negativi. Con l’occidentalizzazione dell’Africa si è diffusa ad esempio la prostituzione, che è una cosa tipicamente urbana, adesso le ragazze dai villaggi vanno in città a prostituirsi per avere i soldi. In questo caso c’è un cambiamento ma in peggio, a causa del consumismo, di una civiltà che irrompe.
Per quanto riguarda la cristianizzazione, qui c’è un discorso storico doloroso, perché il cristianesimo non sempre ha portato il Vangelo, ma addirittura la mentalità dei missionari si è adattata a quella dei colonizzatori. Ad esempio durante la colonizzazione spagnola del Sud America i cristiani si adeguano e ammazzano la gente in nome anche del cristianesimo, quindi la mentalità di conquista entra in coloro che si alleano col potere, seguono le direttive politiche e non il Vangelo; i missionari spesso si sono adeguati per avere dei vantaggi, per avere l’appoggio del governo, diventano quasi agenti statali; così è successo anche nella colonizzazione belga. La madrepatria sa che tu rendi francofona la colonia allora mandi i tuoi impiegati, il tuo esercito, le tue autorità e i missionari, che trasmettono una cultura che è quella della madrepatria e il rispetto per essa. Ma il missionario deve essere l’opposto, non deve adeguarsi, non è un agente della politica o dell’economia. Purtroppo il cristianesimo – e questa è la grande accusa che ci fanno in America Latina – ha seguito le caravelle, gli eserciti, ne ha approfittato per insediarsi. Il missionario da solo ci avrebbe messo di più, invece seguendo l’esercito è stato facilitato.

Le altre interviste di Incontri
1. Tra gli Zulu del Sudafrica
3. Tra i Nasa della Colombia andina
4. Tra gli Yanomani di Roraima, Brasile

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4 thoughts on “Incontri. Tra i Pigmei della Repubblica Democratica del Congo

  1. livio oboti ha detto:

    “La colonizzazione ha portato due tendenze opposte: il consumismo e il cristianesimo.” Non credo, come tu stesso del resto fai notare dopo, che le due cose viaggino separatamente. Salvo le buone intenzioni di alcuni singoli, le missioni cristiane sono sovente pedine di un gioco che va al di là della filantropia e del concetto di “missione”. Sarebbe bello poter sperare che il loro “dio” resti tale: “loro”, senza contaminazioni del “nostro”. Con questo non voglio offendere chi in Africa ci vive e ci ha vissuto con il solo scopo di “aiutare” la povera gente. Credo solo che questo non sia certo il modo ed il mezzo migliore (la missione “religiosa”) per portare indipendenza a chi ne ha assoluto bisogno…anzi, forse è proprio un mezzo subdolo per portare il contrario. Mi scuso per l’eventuale faciloneria della risposta…

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