La parola-machete

Andrea Cangeri

Moneta Haitiana con l'immagine di François Mackandal, leader di rivolte antischiaviste morto nel 1758. Immagine di dominio pubblico.

«Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l’esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare». (Roberto Saviano, Gomorra).

Una bussola. La migliore definizione di Roberto Saviano che ho sentito finora, pubblicata da WikiLeaks, è di J. Patrick Truhn, console degli U.S.A. a Napoli.
Una bussola che indica il nord del necessario. Una parola, questa, che abbiamo trasformato in una mostruosità aberrante, una metastasi che cresce senza sosta, gonfiandosi di ogni cosa e svuotandosi di senso, fino a inghiottire il proprio contrario come un serpente che si mangia la coda: «Non c’è nulla di più necessario di ciò che è superfluo», diceva Oscar Wilde. Un buon alibi per gli inutili.
No, il necessario ha un volto molto chiaro quando la rabbia si mette tra te e il sapore del cibo, la bocca di una donna, le corde di una chitarra. Quando vedi la tua terra trasformarsi in un immondezzaio abusivo di rifiuti tossici di tutta Italia e avvelenarsi per decenni a venire, e i contadini svendere la loro terra ormai inutilizzabile a coloro che gliela hanno devastata. Quando la miseria significa disoccupazione al 60-80% e l’unica opzione è lavorare per la camorra, maneggiando rifiuti tossici senza alcuna precauzione, o spacciando coca, o ammazzando, o se sei fortunato facendo carriera nell’edilizia, vincendo tutti gli appalti stracciando i prezzi e annichilando la concorrenza, per poi compensare con il narcotraffico. Be’, ti resta ancora un’opzione: lavorare come operaio in qualche cantiere e morire precipitando da un’impalcatura, o schiacciato da una macchina, e poi ficcato in un’auto e buttato in un burrone, simulando un incidente per evitare che l’impresa incorra in problemi legali.
Ho la nausea.
Il necessario è recuperare la forza della parola.
La parola detta, o scritta, piantata come un chiodo nelle carni della realtà, per farne fuoriuscire il sangue infetto, o usata per fendere il vetro dell’omertà. Come i fori delle pallottole di kalashnikov nelle vetrine del casertano.
La parola come machete, per penetrare la giungla, e comprenderla, e raccontarla.
E tornare al mondo come uomini degni di respirare.

«Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la penna, quello con la pistola è un uomo morto» (Roberto Benigni).

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