Il tuo capriccio

Paolo Scafetti

Lorenzo pensò: “Il marciapiede è sempre uguale”.
E così la gente che ci camminava. Sempre la stessa. Tutta uguale. Ciò che più gli faceva venire l’ansia era che anche lui ne faceva parte, di quella gente. E ciò che più gli faceva venire l’angoscia era pensare che ci fosse qualcun altro che la pensasse come lui. Lorenzo era a un pelo dalla paranoia.
Non è che avesse qualcosa in più rispetto agli altri, semmai aveva qualcosa in meno. Era disoccupato, un’altra volta. Non faceva parte nemmeno del club dei precari.
Ormai sentiva di essere entrato in una sorta di circolo vizioso. Ma la cosa che più gli pesava era la delusione che gli sembrava di leggere sul volto di Rita. Sì, Lorenzo era proprio a un pelo dalla paranoia, si diceva…
Se non l’avesse amata così tanto, l’avrebbe lasciata di sicuro, per il suo bene. Ma forse se l’avesse amata veramente avrebbe dovuto lasciarla, per il suo bene. Al diavolo! In fondo che ne poteva sapere lui, veramente, di cosa sarebbe stato bene per lei?
Quando giunse davanti al negozio restò per un momento a fissarne l’insegna al neon. Il tuo capriccio – Abbigliamento intimo.
Fortunatamente non c’erano clienti. Rita era di spalle, che sistemava alcune scatole. Rimase affascinato come ogni volta che la vedeva. L’abitudine a volte trova degli ossi duri.
Eccola lì, che si solleva appena sulle punte, che i polpacci si slanciano… i muscoli delle cosce, le scarpe coi tacchi, il collant, la gonna. Era la donna più bella con cui fosse mai stato. Fuori e dentro. Stette a fissarne ancora l’armonia dei movimenti mentre si alzava nuovamente sulle punte per posare un pacco su una mensola… provò la prima sensazione piacevole da quando si era svegliato, poi sorrise ed entrò.
– Buongiorno, bella signora.
Rita si voltò, gli regalò un sorriso e gli andò incontro.
Un bacio fugace, nervoso e veloce.
Quando Rita fece per staccarsi lui la tirò nuovamente a sé, con forza, e la baciò ancora, in modo più deciso.
– Per favore…- mormorò lei in un sorrisetto, – sto lavorando…
– Ah, già. Tu lavori.- disse Lorenzo mollandola di colpo. Prese una sigaretta dal pacchetto che aveva in tasca e l’accese; allora si poteva, poi la democrazia ha avuto la meglio.
In quel momento Rita si rese conto di aver detto l’unica frase che non avrebbe dovuto dire. Si maledì. Abbassò lo sguardo, chiuse gli occhi e si morse il labbro inferiore. Tornò a fissare Lorenzo. Era di spalle, fermo, guardava fuori.
C’era poco da dire… e lei lo sapeva. Sarebbero risultati inutili e superflui “topos letterari” del tipo: la prossima volta sarà quella buona; sei una persona speciale; lo sai quanto sei importante per me… eccetera eccetera… pensò a quella volta che gli aveva suggerito di riprendere gli studi. Si era sentita rispondere: «E a che serve una laurea in filosofia? La società vuole replicanti indottrinati, avvocati, mercanti, venditori di fumo… non pensatori. Il sistema deve continuare a basarsi sul consumismo. Sennò come fa chi non ha anima ma soldi a sentirsi meglio degli altri? Devono farti credere che anche tu hai bisogno di quello di cui hanno bisogno loro… Meno pensatori ci sono meglio è, per loro. Capisci?». Loro, loro… questi loro sembrano sempre in agguato, per certi tipi.
L’ingresso di una cliente spezzò il disagio. Era intorno ai sessant’anni, curata a tal punto da risultare ridicola agli occhi di Lorenzo. Lei gli sorrise, lui no.
Rita cercò di ritrovare un minimo di professionalità. La signora era alla ricerca di «qualcosa di speciale per stupire il suo uomo».Lorenzo si trattenne dal dire: “ha provato con un naso da pagliaccio, signora?”. Uscì e finì di fumare all’esterno. Fuori c’era il solito viavai di persone. Chi andava da una parte, chi andava da quella opposta. Sembrava che nessuno si trovasse nel posto giusto.
Si voltò verso la vetrina. Rita sorrideva. La signora ridicola sorrideva. La gente sorrideva, il mondo sorrideva. In Australia i canguri saltavano, in Sud America un alligatore aspettava la preda giusta, in qualche campagna un contadino si stava riposando all’ombra di un albero, i pipistrelli dormivano e Lorenzo era senza lavoro. Fece un cenno di saluto a sua moglie e s’incamminò.
Dopo un paio di minuti giunse a un piccolo bar. All’interno c’era un avventore piuttosto anziano, seduto al bancone, che si stava lavorando in tutta calma un bicchiere di vino bianco. La radio stava passando un pezzo di un giovane cantante italiano. Lorenzo si mise seduto a uno sgabello di distanza dal vecchietto e ordinò una birra in bottiglia. Cercò di non badare alla canzone, non gli rimase difficile. Non era roba che ti salta alla gola e ti cattura. Era una litania. Il vecchio non se l’era filato e a Lorenzo piaceva la gente che non lo squadrava. Per la seconda volta, in quella giornata, avvertì una momentanea sensazione di benessere, momentanea ma di vitale importanza per il suo sistema nervoso. Gli venne da pensare che a volte basta veramente poco per provare quella sensazione; purtroppo la maggior parte delle persone sembrava mettercela tutta per non concedere nemmeno quel poco. L’arrivo della birra lo salvò da ulteriori paranoie. Il barista gli porse un bicchiere.
– Bevo dalla bottiglia, grazie.
L’altro ritirò il bicchiere, poi andò a sedersi nei pressi della cassa e si mise a leggere il quotidiano. Quel barista non aveva volto, la sua faccia sembrava disegnata da uno che non sa disegnare. Ricordava vagamente un geroglifico, o una statua etrusca. Lorenzo smise di guardare quel non-volto e si dedicò alla birra, terza sensazione piacevole della giornata.
– Ehi, giovane!- era il vecchio.
Lorenzo lo guardò: – Dici a me?
– No… dico ad Anna Magnani. Offri un giro?
– Ma non ce l’hai una pensione, tu?
– Poca roba. Già… Ti ungono il buco del culo per una vita e poi te lo schiaffano dentro con delicatezza! Ah! Eh eh… alcuni nemmanco se n’accorgono, del servizietto, tanto ti si lavorano bene…
– Sei in gamba, vecchio.
– Tu hai una faccia simpatica, giovanotto. Un po’ sconvolta, mi pare, ma simpatica.
– Grazie. Anche la tua non è male.
Lorenzo richiamò l’attenzione dell’omino disegnato male, che dopo aver riempito il bicchiere tornò a dedicarsi alla sua noiosa lettura.
– Che fai nella vita, giovanotto?
– Niente. E mi chiamo Lorenzo, non giovanotto. Hai capito, vecchio?
– E io mi chiamo Antonio, non vecchio. Chiaro, giovanotto?
– Piacere.
– Piacere mio.
Continuarono a bere. L’uomo senza volto posò il quotidiano sul bancone e si accese una sigaretta con svogliatezza. Buttò fuori una nuvoletta di fumo piena di amarezza; fu come se insieme al fumo fosse uscita anche un pezzo della sua anima, stanca di trovarsi dentro quel corpo. E un volto, per un attimo, fece la sua comparsa su quella faccia.
– Periodo nero, eh?- disse Antonio.
– Diciamo non proprio roseo, via.
– Disoccupato?
– Ancora una volta.
– C’è sempre chi sta peggio… Non si dice così?
Lorenzo non rispose, si scolò la birra.
Antonio continuò a parlare: – Sai una cosa? Quando me la passavo male… veramente male… lo dicevano a me, che non dovevo lamentarmi perché dovevo rendermi conto che c’è sempre qualcuno che sta peggio. Io gli dicevo, a ‘sti stronzi, che la cosa non mi consola per niente; un po’ mi consola invece il fatto che c’è sicuramente qualcuno che sta meglio.
Lorenzo sorrise, si accese una sigaretta e disse:
– Te l’ho detto, Antonio. Sei un tipo in gamba.
Il vecchio scolò il suo bicchiere e lo mise sul bancone, quindi scese dallo sgabello.
– Io me ne vado a fare un giretto. Così mi tengo in forma, eh. Grazie del bicchiere, giovane Lorenzo. A buon rendere.
Fece un cenno di saluto con la mano al barista, tirò fuori dalla tasca un mezzo toscano, l’accese e s’incamminò lentamente per la sua strada. Lorenzo lo guardò allontanarsi, poi schiacciò la sigaretta nel posacenere e si diresse alla cassa; raccolse il giornale dal bancone. Gli annunci di lavoro non offrivano niente di abbordabile o di comprensibile. La prima pagina lo informava che la sonda Spirit era finalmente arrivata su Marte.
Mollò il giornale e la grana, poi s’incamminò anche lui per la sua strada. O per una strada qualsiasi.

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