Tu non sei italiana

Laura Frassetto

Immagine di Sinistra Ecologia Libertà, licenza CC 2.0, Flickr.

Gli dei torneranno. Stanno già ritornando. (…) sarebbero ritornati dappertutto, nelle valli, nei boschi, alcuni dei quali erano stati devastati dagli incendi, e ai quali spuntoni di piante carbonizzate e nere davano l’aspetto di cimiteri. Sarebbero tornati negli stagni, nei laghi, nelle rocce, nei prati. Sarebbero tornate le ninfe, i fauni, gli spiriti che popolavano le acque e le sorgenti. Erano già ritornati. (Carlo Sgorlon, Gli dei torneranno).

Credo di sapere dove si sono rintanati i miei personalissimi dei; in questo momento della mia vita però non sono in grado di seguirli, non sono all’altezza delle frasi che mi sussurrano all’orecchio. Non è tempo di illusioni, non per me né per gran parte della mia generazione. Mi sarebbe piaciuto essere giovane negli anni settanta, con tutto quello sperimentalismo e quegli ottimismi travolgenti; invece sono stata giovane nell’infinito quindicennio berlusconiano, in grado di spazzare via anche degli entusiasmi ben più saldi dei miei.
Ho cercato di lasciare questo paese, però sono tornata (in compagnia di uno straniero: mio marito) – per una frittata di ragioni pratiche, nostalgiche, patriottiche, pigre. Fondamentalmente mi scoccia lasciare a quattro esaltati di estrema destra l’esclusiva dell’amore per la mia terra.
Non sono sicura di conoscere le ragioni che mi fanno sentire cittadina di questo paese: la storia dell’arte mi annoia, snobbo la letteratura italiana (poi mi capitano tra le mani i testi di Sgorlon, e mi rendo conto di quanto sia sciocco questo pregiudizio – d’altronde mi sono accorta della sua esistenza solo grazie a qualche stanco coccodrillo che accennava a “un realismo magico de noantri”), la cucina italiana, i paesaggi italiani (se minimamente accettabili sono presi d’assalto da legioni di automobili in coda e da ristoratori strozzini), i miti italiani (“perché lui ha il coraggio di fare quello che l’italiano medio si limita a sognare”).
Sono tornata forse per la grazia di alcuni borghi popolati da indigeni ostili e diffidenti e per il desiderio di scrivere nella mia lingua; forse per il richiamo pomeridiano di qualche fauno. Sono tornata in Italia per guardare passare qualche sporadica manifestazione sotto la mia finestra senza riuscire a crederci quel poco che basterebbe per partecipare. Inutile dire che gli dei non li ho mai trovati e la mia voglia di raccontare, di fare, di creare è rimasta intrappolata dall’atmosfera opprimente di un paese invecchiato sotto il peso degli stereotipi, delle proprie paure e delle vacanze trascorse fotografando gli yacht in Costa Smeralda.
Sono tornata per sentirmi dire “tu non sei italiana” da un ragazzo che distribuiva volantini, perché ho risposto alle sue domande con un sorriso e ho dichiarato di sapere dove si trovasse la Costa d’Avorio. Poi è scesa la signora del quinto piano e si è messa a sbraitare che “qui non vogliamo pubblicitààà”.
Mi ha detto “tu non sei italiana” un amico brasiliano di mio marito, un ricercatore del Politecnico benestante e dalla pelle bianchissima. Il suo tutor all’università gli ha detto che “voi brasiliani venite qui solo per trascorrere una bella vacanza, non avete voglia di fare nulla”; ciò che più lo rattrista però è il fatto che al mattino tra compagni di lavoro nessuno si saluta. E pensare che aveva scelto l’Italia piuttosto che qualche prestigioso centro di ricerca statunitense perché pensava che qui ci fosse della gente simpatica. Non so se altri ci abbiano fatto caso né quando esattamente sia successo, ma l’italianità è diventata sinonimo di orizzonti ristretti e mancanza di sorrisi.
Spesso resto chiusa in casa a pensare agli dei che mi hanno tradita, con il loro canto di sirena. Mi hanno attirata con il profumo della pizza e inizio a trovare migliore quella di Pizza Hut. Ho scelto di vivere in un paese stantio e oppresso, al quale non appartengo e al quale non è rimasto un briciolo di incanto; pensavo che gli dei sarebbero tornati presto, che fossero già in cammino per riempire i boschi, gli stagni e poi le piazze, le trattorie, i giardini, i portici e i palazzi, e il massimo che ho ottenuto è stato questo sconsolato complimento, tu non sei italiana.
Invece sì, sono italiana, e certe mattine di sole e di regime penso che valga la pena di impegnarsi a stanare tutti gli dei disponibili ad aiutare coloro che credono nelle battaglie.

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8 thoughts on “Tu non sei italiana

  1. Laura ha detto:

    una maniera di sperare va pur trovata, no ;) ? dai, che il caimano ha i giorni contati – poi dovremo sconfiggere il caimenesimo, ma siamo qui per quello!

  2. dario tozzoli ha detto:

    Purtroppo i “quattro isolati di estrema destra” cavalcano l’onda gelatinosa di una massa inconsapevole di poveracci storditi dagli strombazzamenti di un sistema che esalta il conformismo e la pecoraggine, e questa informe massa gelatinosa offre il consenso a una non-politica scellerata che, nel suo arraffa e corromi – corrompi e arraffa, per certi aspetti è persin peggio dell’estrema destra. Non c’è limite al peggio: di questo dobbiamo essere consapevoli se vogliamo, in qualche modo, frenare questa deriva nell’incosapevolezza che appare disperata.
    Per quanto riguarda gli dei, essi ci sono sempre stati e sempre continueranno ad esserci. E’ il nostro sguardo che è cambiato: esso non è più abbastanza limpido e puro da saperli VEDERE. Per ricominciare a vedere gli dei occorre rimuovere lo strato di OVVIETA’ con il quale abbiamo ricoperto le cose nel corso dei secoli, e ritrovare il sacro stupore e la MERAVIGLIA di essere semplicemente nel mondo, di essere corpo, di vivere tra le cose come in una rete di significati con i quali siamo in costante comunicazione. Intendo significati radicati nel senso della VITA, non i morti ritagli logici dell’intelletto secondo i quali, ad esempio, sono state costruite le enormi, orrende e innaturali scatole di cemento in cui sopravvivono milioni di esseri umani sempre più sospinti verso la disumanità. I significati ai quali mi riferisco sono quelli del LINGUAGGIO entro cui viviamo: entità radicate nelle profondità dell’anima, negli elementi primordiali della nostra memoria sensoriale, negli archetipi inconsci che danno forme fantastiche a emozioni e sensazioni giostrando tra le polarità dell’attrazione/repulsione.
    Nella comunicazione siamo in grado di evocare queste entità che riposano alla radice dell’umanità presente in ognuno di noi. Riposano in quell’humus che ci dichiara FIGLI DELLA TERRA. Se esiste una “etica umana” essa non può che fondarsi sul pieno riconoscimento che noi siamo figli della Madre-Terra.
    La Terra è un essere vivente a pieno titolo, come l’intero universo ( i grandi filosofi del Rinascimento lo avevano già visto, ripercorrendo le visioni dei grandi filosofi antichi). La vita biologica è solo una forma di vita, non la VITA.
    Per gli antichi greci gli astri erano esseri viventi meravigliosi: erano dei.
    Oggi l’esigenza umana di trascendere il proprio limite si aggrappa a dei di cartapesta, creati – così come abbattuti – dalla pubblicità. Ma tutte queste false divinità tradiscono la loro sottomissione al conformismo. La macchina pubblicitaria le ha infatti depurate di tutto ciò che non è conforme a un modello economicamente sfruttabile. Per alcuni tutto ciò appare ovvio; per altri potrebbe trattarsi di emerite stronzate. Ai secondi mi limiterei di augurar loro sogni d’oro. Ai primi direi che tutto ciò non è affatto ovvio. L’OVVIO infatti non-E’. Ovvio è sempre ciò che APPARE.
    C’è invece da chiedersi come mai ad alcuni appaiano ovvie certe cose e, ad altri, appaiano ovvie altre cose, spesso contrarie. L’OVVIETA’ ha a che fare con l’ABITUDINE. E’ l’abitudine che, alla fine, ci impedisce di vivere e vedere autenticamente. Sembra che ormai, specie qui in Italia, la gente si abitui a tutto: il che equivale a chiudere gli occhi su tutto.
    Ma consideriamo questo: siamo abituati al fatto che, si veda o non si veda, tutte le mattine il sole sorge sul mondo che abitiamo. Ci verrebbe da dire che è ovvio che il sole sorga ogni mattina. Ma proprio questa ovvietà finisce con il ricoprire questo evento originario e col distoglierci da cercare, tutti i giorni in cui è metereologicamente consentito, di vedere lo spettacolo meraviglioso del sole che sorge. Ogni giorno, pensate, potremmo assistere alla nascita di un dio. Ma quando ce lo ricordiamo.

    P.S. Ringrazio Laura per aver acceso lo stimolo a queste riflessioni che mi va di condividere con gli amici di Linea.
    Un saluto a tutti.

    Dario

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