Riflessioni su Dio come poeta

Alessandro Barella

"Ancient of Days", acquerello di William Blake, 1757-1827. British Museum, immagine di dominio pubblico.

Nessuna tonalità emotiva rimane uguale a se stessa nel tempo. Può vibrare ad altezze diverse, da sola o insieme ad altre tonalità per produrre una melodia del tutto particolare e unica. C’è un momento, però, in cui alcune di esse perdono le loro differenze e diventano assolutamente simili: quando raggiungono la loro frequenza più profonda, entrando in risonanza con l’essenza stessa dell’uomo. Per chi vi è completamente immerso, le cose attorno non hanno più alcun senso, quasi come se non esistessero affatto. A tutti gli effetti, se il mondo cessasse di esistere all’improvviso ed egli restasse da solo, non ci sarebbe alcuna differenza nella sua situazione. Nell’angoscia, nella noia, nel dolore originari, “le cose non ci parlano più”, per usare la terminologia del grande filosofo Martin Heidegger, che nella prima parte del ventesimo secolo ha dedicato molte riflessioni a questo tema.
È soltanto quando si raggiunge questo stato-limite, dice Heidegger, che si può porre la domanda di Leibniz: “perché, in generale, c’è qualcosa e non piuttosto il nulla?” Questa domanda è la più radicale di tutte. Quando si cerca il perché di qualcosa, si parte già dalla constatazione che essa esiste e fa parte di una rete di relazioni con altre cose. Ma quando questa relazione è spezzata e l’uomo è solo e spaesato, l’esistenza smette di poter essere data per scontata. L’uomo è a tutti gli effetti immerso nel nulla. Ma questa è una situazione che non riesce a sopportare, essendo quella del senso una necessità vitale, una vera e propria assuefazione. Togliete senso a tutto ciò che lo circonda e lo vedrete immediatamente dedicarsi, in un modo o nell’altro, a colmare questo vuoto. Oppure soccombere a esso. È la stessa paura del vuoto, horror vacui, che alcuni pensatori antichi attribuirono alla natura stessa.
Chissà se Dio, di cui gli uomini sono fatti a immagine e somiglianza, ha provato lo stesso tipo di paura all’inizio dei tempi? Il vuoto in cui Egli era immerso era infinitamente più radicale di quello che può provare un essere umano qualsiasi. Prima della creazione era al centro di un nulla senza dimensioni né confini, «l’essere solitario per eccellenza», come è stato giustamente definito da Baudelaire. Il vuoto in cui era immerso era talmente radicale che la stessa domanda fondamentale sul senso non poteva essere posta, perché non c’era nulla riguardo a cui porsela. “Perché c’è qualcosa e non piuttosto il nulla?” è del tutto assurda in uno scenario del genere. L’unico qualcosa dotato di un’esistenza era Dio stesso. Non c’era alcunché con cui potesse entrare in una relazione qualsiasi.
Persino la domanda sul suo stesso senso doveva essergli negata. Se Dio è eterno e non ha avuto un inizio, non c’è alcun “perché” riguardo la sua origine. Forse avrebbe potuto porsi la domanda riguardo al proprio scopo, ma un fine è sempre diretto verso, o ispirato da, qualcosa di esterno, oppure utilizza qualcosa di esterno come mezzo. È ovvio, nessuna di queste condizioni può essere realizzata nel vuoto più assoluto. Non si cada nell’errore di pensare che avrebbe potuto porsi la domanda riguardo al nulla. Significherebbe pensare che anche il nulla è un qualcosa, il che, oltre a essere contraddittorio, sminuirebbe la potenza dimostrata nell’atto della creazione.
Se ha veramente creato gli uomini a sua immagine e somiglianza, Dio non poteva non creare il mondo: aveva bisogno del “qualcosa”. Certo, un Dio pensato in questa maniera non è un Dio filosofo, che va in cerca di risposte alle proprie domande sul senso. È un Dio artista, un Dio che produce. Ma non c’è alcuna differenza tra la condizione iniziale del vero filosofo e quella del vero poeta. Entrambi sono persi nel vuoto, viandanti smarriti tra la nebbia di una terra straniera; ed entrambi sono consapevoli che se vorranno uscire da quella situazione dovranno impegnare tutte le proprie forze nella ricerca di una nuova strada. La differenza sta nel modo specifico in cui si sentono portati a reagire alla situazione. Il poeta si dedica alla sua ricerca mediante la forza creatrice della parola che, con la sua forma, con il suo suono, con la sua posizione in una struttura apre mondi nuovi e genera interi universi di senso. Il filosofo, invece, cerca con l’analisi dei concetti un nuovo senso per il mondo che si vede attorno e un nuovo modo di stare in esso.
Ma al di fuori di Dio c’era solamente il nulla, non aveva alcun mondo attorno a cui rivolgersi e, d’altra parte, il vangelo di Giovanni dice che «in principio era il Verbo» e, secondo Origene, a Dio basta pronunciare il vero nome di una cosa per crearla. Il mondo, insomma, è la poesia di Dio.
Un Dio artista di tale genere, però, non può essere al tempo stesso un Dio onnisciente. La conoscenza totale spinge all’immobilità, non all’azione e alla produzione. Se si possiedono già tutte le risposte, non rimane alcun traguardo ulteriore da raggiungere, nessuna terra inesplorata da scoprire, nessun desiderio di andare oltre ciò che è o appare per portare a esistenza il nuovo. L’onniscienza non può concepire che esista qualcosa come “il nuovo”. Per l’onnisciente tutto è già vecchio e compiuto. L’onnisciente è immobile, e l’immobilità è la negazione della vita. Ma non si può concepire un Dio del genere. Per creare tutto ciò, non poteva che essere estremamente vitale. Per quale motivo, altrimenti, avrebbe dovuto creare il mondo? Per quale motivo avrebbe dovuto scacciare il nulla e produrre il qualcosa? Non può essere semplicemente per amore: anche l’amore ha bisogno di qualcosa di esterno a cui rivolgersi. Ha creato il mondo perché, essendo puro amore, sentiva il bisogno di avere qualcosa per poterla amare? Ma amare non è che una delle risposte più potenti alla domanda sul senso di un’esistenza. Per colui che ama e non viene respinto, tutto ciò che è essenziale risponde apertamente alle domande sul proprio perché. Ma così si ritorna a un Dio cercatore di senso, che forse è un Dio più umano di quanto molti non sarebbero pronti ad ammettere.

Questo articolo fa parte di un ciclo. Ecco gli altri finora pubblicati:

1 L’uomo e il dolore: la via dell’oblio.
2 L’uomo e il dolore: la via della tenacia.

 

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