Le pergamene – parte quinta

Amadio Totis

N.d.R: seguite i link per leggere la prima, la seconda, la terza e la quarta parte di Le Pergamene.

Erano già trascorsi oltre due mesi da quel pomeriggio. Elsa non aveva più avuto un attimo di tregua, Aldo si era aggravato, quel brutto male si era rifatto vivo e, stavolta, diceva il dott. Pacifico, medico di famiglia, mi sa cara Elsa che al tuo caro fratellino non rimane più molto tempo da vivere. C’era da aspettarselo dopo l’operazione di quattro anni prima, la chemio, con tutta quella sofferenza e lo sconquasso che aveva procurato. Ci si illudeva, rifletteva la donna, ci eravamo illusi che tutto fosse finito! Ma si sa, purtroppo, questi mali non perdonano. Le giornate si erano riempite di incombenze: andare dal medico, correre in farmacia, riempire scartoffie per l’assistenza negli uffici e poi nel pomeriggio, ogni giorno, pronta per dare il cambio a Luisella, poveretta, con quella facciona da madonna addolorata! Per trascorrere qualche ora accanto al fratello.
Lui all’inizio cercava di non darsi per vinto, parlava, parlava, ma si capiva che faceva sempre più fatica. Appena guarisco voglio allestire una mostra con il meglio dei miei quadri. Sai, non per vantarmi, ma oramai posso dire di possedere una vera pinacoteca. Una bella collezione, eeh! Quasi 500 opere. Che ne dici Elsa? Ti ricordi all’inizio, quando facevamo i quadretti a olio. Dì, quella volta che siamo stati in giro per il Piemonte quasi due settimane, quanti ne abbiamo venduti, ti ricordi! Ad Alagna, in Valsesia, piacevano. Eravamo bravi, bravi e poveri in canna. Ma pieni di iniziativa ed entusiasti. Ma tu, i tuoi oli, le tue case, li hai ancora, da qualche parte?
Per giorni e giorni seduta accanto al letto a ricordare, ricordare e raccontare.
Capì che Aldo provava giovamento a ripercorrere un po’ tutta la sua vita, un po’ come quando si parte per star lontani a lungo e si fa l’inventario di tutta la casa, per sincerarsi di aver lasciato in ordine, che nulla rimanga dimenticato, in giro.
Mettere tutto a posto prima di andarsene, trovare un nesso a quella vita laboriosa, creativa, ma affettivamente timida, sottotono. Per l’intera esistenza aveva avuto la sorella come faro, per ogni cosa si rivolgeva a lei. Con soli due anni di differenza sembravano madre e figlio. La Luisella, povera madonnona, gli moriva dietro da almeno vent’anni, sposa promessa a vita, come si usava una volta nei paesi. Fin da subito, nella sua semplicità, aveva capito che non vi era storia fra la sorella e lei e si era rassegnata a stare nel suo cono d’ombra.
Così anche quella sera Elsa esausta, appena toccato il materasso era piombata in un sonno profondo, immediatamente. Una notte d’inferno, un sonno inquieto, pieno di allucinazioni: Villa Meina lei era lì da dodici ore chiusa in una celletta di due per due, gelida, con uno spiffero feroce che fischiava dall’inferriata della bocca di lupo. Uno scantinato umido e buio, con un tanfo di fogna e di morte; sudava e gelava, sudava e si tappava le orecchie, straziate da gemiti, pianti, grida, preghiere angosciate di tutta quell’umanità sofferente lì rinchiusa: mamma, mamma, gridava una voce dal tono quasi infantile, mamma aiuto. Poi la porta si spalancava, una porta enorme minacciosa, con un cigolio assordante, un molosso spaventoso, una bestia mastodontica le si avventava contro, ringhiando. Elsa si svegliò di soprassalto, madida di sudore, con tutte le coperte sbattute per terra, rabbrividendo e con un singulto d’ansia che la spinse di scatto seduta sul letto.
Di nuovo!, pensò mentre cercava di tirarsi addosso le coperte. Di nuovo il sogno terribile della prigionia a Villa Meina. Ci provò a riaddormentarsi, in fondo non erano che le due. Dopo un po’ che si rigirava fra le lenzuola, provò a catturare il sonno leggendo. Senza accorgersene scivolò nuovamente nell’incoscienza, di nuovo in preda agli incubi: corri, corri, sparavano, gridavano; lei affiorava da un cunicolo profondo, ma era cieca, sentiva che erano lì per salvarla, lì c’erano tutti i compagni della Brigata, ma lei era bloccata, non sapeva che fare, paralizzata, in preda al panico; ma ecco una donna, gli occhi le si spalancavano, la donna le stendeva la mano.
Elsa, Elsa, Elsa rispondi, apri Elsa, svegliati!, riemerse dal fondo dell’incoscienza, qualcuno gridava, percuotendo lo stipite della porta.
Oddio, oddio, sobbalzò, cadendo dal letto, di lato. Che succede? Aldo sta morendo?
Con il cuore in gola si precipitò alla porta rimanendo di stucco, ad attenderla non c’era la notizia che si aspettava! Franco, Franco l’hanno portato all’ospedale, un’ora fa, sta male, pare sia grave! Un incidente, in casa, sembra, con la testa fracassata. Luisella, con lo sguardo assente, ripeteva quella litania ossessiva: sta male, sta male.
Anche lei, povera donna, assonnata, tirata giù dal letto da quella notizia tremenda.
Elsa, ha chiesto di te. Sì, pare abbia detto che ti vuole vedere! Sì, in un momento di lucidità, aggiungeva Maria, la badante che di notte vegliava il fratello, sporgendosi dalla camera del malato.
Frastornata, Elsa si accasciò su una sedia in corridoio. Esausta, vuota! Riandò con il pensiero ad Anna, a quella sua apparizione in sogno. Era lei, cara donna, che l’aveva salvata dalla fucilazione. Era di quelle parti, forse addirittura una lontana parente.
Il marito, un sottufficiale dei marò, non era il peggiore là dentro. Quando lei era comparsa quella mattina per l’interrogatorio, Anna la vide, la ragazza le sembrava sprovveduta, tanto giovane, non poteva essere una temibile terrorista, come quegli altri. Perché non aiutarla? Trascorse alcuni giorni in casa sua, con lei era gentile, certo guardata a vista. Lei le dava una mano ad apparecchiare, facevano insieme le faccende di casa. Elsa pensava, parlava poco, non voleva rilassarsi troppo, tranquilla ma all’erta, per non tradirsi.
Bisogna che vada, vado in ospedale, articolò queste poche parole, mentre scacciava i ricordi, sistemandosi alla meglio per uscire.
Vengo anch’io, lascia che ti accompagni, non ce la faccio a ritornare a letto, con tutta questa agitazione! Ad Aldo ci pensa Maria, almeno lui non si è accorto di nulla, pare.
Sta dormendo, sembra sereno! Facciamo in fretta. Dai, vengo anch’io con te. Luisella con impeto scavalcò Elsa precedendola oltre l’uscio di casa. Si sentiva in balia di una agitazione che la rendeva inconsapevolmente temeraria, lei sempre cheta, sottomessa, rinunciataria. Non stava più nella pelle, smaniava, preda delle vampate in tutto il corpo. Doveva parlarne con Elsa, a tutti i costi. Anche se la cosa la spaventava a morte.
Ti devo parlare, scusa Elsa. La cognata rimase interdetta da tanta, inaspettata veemenza. Maaa, ora, adesso? Elsa avvertì una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco, qualcosa di strano era nell’aria. Tuttavia non riuscì a trattenersi, riprendendo stizzita: proprio adesso, ma ti sembra il caso?
Il campanile mandò cinque rintocchi, un’acqua rugginosa spruzzata da folate di vento gelido a ondate investiva le due donne.
Luisella per l’ansia quasi sveniva, l’affanno le serrava la gola impedendole di respirare. Aspetta Elsa, non andartene, ho da dirti una cosa, è urgente! Beh? Allora? Proferì quest’ultima spazientita, ma già sulle spine.
Elsa, Elsa, bisogna andare subito a casa di Franco, bisogna, subito. Tremando in preda a brividi nervosi partì senza indugiare, in direzione della casa dove abitava l’amico.
Fermati, che fai, dimmi, fermati un attimo, spiegati, le urlò quell’altra contraddetta e furiosa. Umide e infreddolite le due donne trovarono rifugio nell’androne di un palazzo proprio sulla piazza del municipio.
Ascoltami Elsa, riprese sfinita e ansante, non me ne volere, ma Aldo mi ha fatto giurare di non fartene parola! Tre settimane fa, in quei giorni che tu eri via, sono venuti a trovarlo proprio Franco insieme a Strobel, per due giorni consecutivi sono venuti a casa, tutti e due. Poi, questo succedeva di lunedì e il martedì pomeriggio. Poi, giovedì, di mattina presto, è passato Franco, era solo. E’ salito in camera da Aldo, che lo stava aspettando e dopo pochi minuti è ridisceso con una borsa, con dentro il cofanetto, ho saputo poi. Elsa sconvolta, travolta da una sirena d’allarme che, improvvisamente, le urlava dentro, sobbalzò in tutto il corpo. Il cofanetto? Quel cofanetto? Mi vuoi dire che Aldo ha dato via le nostre pergamene? Non ci credo. Furiosa Elsa travolse la donna, scema!, le gridò sconvolta. Correva verso casa dell’amico, gridando e imprecando: che idiota, che idiota, non ci posso credere.
Luisella dietro, arrancava, Elsa, ascolta, a me l’ha detto solo qualche giorno fa. Si vede, sente che sta per andarsene! È per questo che me l’ha detto! Elsa era allo stremo, era troppo, troppe cose tutte insieme stavano accadevano in quei giorni.
Le due donne percorrevano la strada in salita affiancate e senza proferire parola e presto si trovarono davanti all’uscio della casa.
Nella semioscurità delle scale che davano ai piani alti riconobbero Anita: bene. Meno male che siete qui voi due. Io non ci capisco niente, non conosco questa casa. Sono venuta a prendere un po’ di biancheria per quel pover’uomo.
È lì in pronto soccorso nudo e crudo come ce l’hanno portato, la camicia soltanto e un paio di slip addosso! Scusate ma tra poco don Giulio comincia la messa. Devo andare. Grazie, conto su di voi.
Anita con un respiro di sollievo passò l’incombenza alle nuove arrivate. Era in ritardo. Quella mattina quando alle cinque, come al solito, si era presentata in sacrestia per preparare la chiesa per la funzione, il curato, di ritorno dall’ospedale, l’aveva pregata di prestarsi per quell’opera pia, subito! Era in ritardo, erano quasi le sei e doveva ancora andare a preparare i paramenti e forse avrebbe anche dovuto servire la messa “prima” del mattino, appunto.
Ma Anita, aspetta, dì? Ma cosa è successo a Franco, un incidente? Ma come?, le urlò dietro Elsa concitata. So solo che l’hanno trovato svenuto qui, davanti alla porta, che perdeva sangue dalla testa. Non so altro. Scusate, ma proprio bisogna che vada, rispose mentre inforcava la discesa, con passo spedito, spero che non gli abbia fatto del male qualcuno, aggiunse voltando la testa verso le donne, chi poteva volerne a uno così?
Elsa controllò il mucchio di biancheria che Anita andandosene aveva appoggiato sulla mensola sistemata nell’androne, poi porgendolo a Luisella: occupatene tu, fa un salto in ospedale e chiedi anche come sta. Fatti dare un po’ di notizie! Ci vediamo a casa più tardi, perentoria si liberò della presenza di quell’altra, che indugiando si incamminò incerta, contraddetta, ma rassegnata.

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