Gram, safe at home

Riccardo Magagna

Joshua Tree, California. Il memoriale di Gram Parsons. Fotografia di Staxnet, CC 2.0

“Una cosa è certa, amico, non voglio finire seppellito in una maledetta buca. Promettimi una cosa Phil, se muoio, giura che porti il mio corpo al Joshua Tree e gli dai fuoco”.
“Che cazzo stai dicendo Gram, sei completamente andato”.
“No, Phil, dico sul serio. Promettimi che se muoio, porti il mio corpo in mezzo al deserto, brindi e lo bruci. Non voglio finire in un fottuto cimitero con i fiori in testa, preferisco sapere le mie ceneri confuse con il luogo che ho amato di più nella mia vita”.
È il 19 luglio del 1973, Palmdale, California, è il funerale di Clarence White dei Byrds; mentre la bara viene calata nella fossa, Gram Parsons guarda fisso negli occhi il suo amico Phil Kaufman e gli strappa una promessa: scomparire nel deserto, il suo deserto, il luogo mistico dove va a cercare gli UFO con Keith Richards o a fumare marijuana con Chris Hillman. L’unico posto al mondo dove riesce a sentirsi in pace con se stesso. Kaufman lo guarda, annuisce.
Si augura che il dialogo si perda tra le pieghe della vita.

Il parco nazionale del Joshua Tree si trova a duecento e rotti chilometri a est del centro di L.A., trecentoventunomila ettari a cavallo tra il deserto del Mojave e quello del Colorado. Prende nome dai cactus ramificati che dominano il paesaggio. È uno dei posti più belli della terra.
Non che fosse un tipo da aria aperta Gram, no. Nelle grandi città si trovava fin troppo a suo agio. Quand’era bambino, in Florida, andava a caccia e pesca col padre. Ma non appena aveva scoperto la chitarra tutto era passato in secondo piano. Però conosceva quel deserto fin troppo bene da sapere che la vita brulicava, e che, nel fresco della notte, le creature uscivano dai loro nascondigli. Aveva passato cento notti disteso sul fianco di un sacco a pelo, appoggiato su un gomito, a osservare eserciti di lillipuziani, nugoli di centinaia di tarantole avanzare senza alcun rumore in inquietanti processioni. C’erano scorpioni che andavano a caccia della luce della smisurata luna desertica, guizzando qua e là, nel disperato tentativo di trovare cibo prima che il Mojave spietato li spingesse di nuovo in rifugi senza luce, sotto una pietra o fra le radici di un cespuglio.
I viaggi al Joshua erano diventati il suo unico momento di tregua dalla routine del tossico; solo che le visite erano sempre più disperate e solitarie. Dopo un po’ non era più neppure stato in grado di guidare una moto, tanto meno accamparsi da qualche parte, e così aveva preso a vagare senza meta in auto per il parco e nei dintorni. A volte gli finiva la coca, e allora rientrava a L.A. per fare acquisti. Una volta comprato ciò che gli serviva, faceva marcia indietro e tornava dritto nel deserto, talvolta passando a meno di un chilometro da casa sua.
Qualcuno stava cercando di dirgli qualcosa ma Gram non prestava ascolto. Ormai sentiva solo il frastuono del suo spirito che stava morendo lentamente e con dolore. E come al solito, andava a cercare risposte nel deserto. Aveva la sensazione che laggiù ci fosse qualcosa che potesse ripulirlo dai demoni accumulati nell’arco di una vita, lasciandoli nudi e impotenti a contorcersi sulla sabbia. Esposte al sole spietato dell’altopiano desertico e a chilometri di distanza da qualsiasi ospite umano adeguato, quelle orride bestie sarebbero evaporate una volta per tutte. E poi, Gram sapeva che esistevano destini peggiori. Contrariamente a quanto sostenuto dal dogma della fede sapeva che lo spirito non sempre sopravvive alla carne. Li vedeva tutti i giorni, i corpi guasti con il petto scavato che trascinavano le loro ossa per le strade come scheletri animati. Con loro si trovava a dover fronteggiare le sue peggiori paure, sotto forma di vaghi riflessi in occhi senza vita. Alla fine aveva anche smesso di andare nel deserto, così come in qualsiasi altro posto. Aveva smesso di fingere di prendersi cura di se stesso, passava giorni interi senza farsi una doccia e si nutriva esclusivamente di gelato e Dr. Pepper. Usciva di casa solo per comprarsi la roba, dopodiché tornava a casa e si sedeva per ore nel minuscolo bagno dell’ingresso con la sua pipa. Non rispondeva al telefono e dopo un po’ la gente aveva smesso di chiamarlo.

Il 19 settembre 1973, un mercoledì, la morte passa a prendersi Gram Parsons in mezzo al deserto. Causa ufficiale: un miscuglio di droga e alcool. La salma viene portata a Los Angeles, in attesa di volare verso la Lousiana, dove un parente di Gram, Bob, la vuole seppellire.
Phil Kaufman, intanto, apprende la notizia, diluisce vodka e dolore, piange e capisce che l’ultimo modo per onorare la memoria dell’amico è tener fede al patto. Prende la cornetta e chiama Michael Martin, l’unico a conoscenza della storia: “Hey, Mike, porta qui il vecchio carro funebre, quello che tu e Dale usavate come camper la scorsa estate e riempilo di Jack Daniels e birra: andiamo a prendere Gram”.
Nonostante i vetri rotti e l’assoluta mancanza di documenti del mezzo, Kaufman e Martin si presentano così il pomeriggio stesso all’aeroporto di Los Angeles comunicando agli addetti che la famiglia Parsons predilige far volare la salma con una linea privata. Siglata la dichiarazione con un nome falso, i due, completamente sbronzi, fuggono da Los Angeles con la bara incastrata tra casse di birra, bottiglie di whisky e una tanica di benzina. Al Joshua Tree ci arrivano quando la notte è già calata.
Una volta raggiunto il Monument, appoggiano la bara contro un’enorme roccia, la cospargono di benzina e poi brindano mentre il fuoco dell’amico illumina la notte silenziosa. Il giorno dopo Kaufman e Martin sono nella lista dei ricercati dalla polizia. Decidono di consegnarsi alle autorità il 5 novembre successivo, il giorno del ventisettesimo compleanno del loro amico.
I resti di Gram sono a New Orleans, al Garden Of Memories. Ma se andate al parco nazionale del Joshua Tree, ai piedi di una roccia, nei pressi di Cap North, troverete ancora una scritta: Gram, safe at home. Gram, al sicuro, a casa.


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