Libia o Italia? Paura?

Marco Gobetti

Gheddafi al 12° summit dell'Unione Africana, febbraio 2009. Immagine di dominio pubblico.

Gheddafi sta facendo ammazzare la gente che manifesta. Sa che solo con un buona dose di paura indotta può tentare di salvarsi. Gheddafi ama farsi circondare da amazzoni che dovrebbero proteggerlo: per ora il nostro Presidente del Consiglio fa travestire le donne solo in occasioni particolari, senza mostrarle in pubblico (o almeno non avrebbe voluto).
Ma Berlusconi e Gheddafi sono amici. Notoriamente gli amici si scambiano usi e costumi. Speriamo che Berlusconi e Gheddafi si limitino ai costumi, letteralmente parlando.
Anche il nostro Presidente del Consiglio non ama chi manifesta in piazza, ma ancora non ha deciso o scoperto con quale mezzo far loro paura: in realtà era già andato oltre alla paura, ci aveva anestetizzati da ogni timore. Ci rassicurava in continuazione: qualunque cosa fosse accaduta, ci avrebbe salvati lui, coadiuvato da capaci collaboratori. Non pensava che un giorno avrebbe dovuto ipotizzare di comportarsi come ogni dittatore dichiarato, lui che non lo è alla luce del sole, lui che ama i travestimenti innanzitutto per se stesso. Non pensava di dovere un giorno rassicurare se stesso facendo paura ai suoi protetti, impazziti al punto da scendere in piazza in quantità non travisabili. Rischia però così un surreale cortocircuito dell’architettura mediatica su cui basa la sua democrazia virtuale, la sua dittatura criptata. Ma non ha scelta. Presto tenterà dunque di fare paura a chi alza la voce, a chi si permette di sfuggire al suo tranello, di non giocare – o farsi giocare – secondo le poche semplici regole suggeritegli da anni.

Gheddafi e Berlusconi.

Non si comincerà sparando sulla folla qui in Italia. Non decine di morti, ma un morto per caso qua e là: un incidente deplorevole durante una manifestazione, una volta ogni tanto. È già successo in passato.
Dobbiamo riscoprire la paura prima che qualcuno muoia di nuovo per caso in piazza. Scopriamoci non solo scandalizzati ma guardinghi. Pronti ad agire. Vivi, ma sempre. Riscopriamo la paura. Per fortuna esistono filmati delle conferenze stampa del Presidente del Consiglio: la paura di alcuni giornalisti nel porgli le domande è per i cittadini altamente educativa.
Scriveva Vittorio Alfieri nel 1796:

Veggono costoro il popolo delle città, l’una metà mendico, ricchissimo l’altra, e tutto egualmente scostumato; veggono inoltre, la giustizia venduta, la virtù dispregiata, i delatori onorati, la povertà ascritta a delitto, le cariche e gli onori rapiti dal vizio sfacciato, la verità severamente proscritta, gli averi la vita l’onore di tutti nella mano di un solo; e veggono essere incapacissimo di tutto quel solo, e lasciare egli poi il diritto di arbitrariamente disporne ad altri pochi, non meno incapaci, e più tristi: tutto ciò veggono palpabilmente ogni giorno quei pochi enti pensanti, che la tirannide non ha potuti impedire; e in ciò vedere, sommessamente sospirando, si tacciono. Ma, perché si tacciono? per sola paura. Nella tirannide, è delitto il dire, non meno che il fare. Da questa feroce massima dovrebbe almeno risultarne, che in vece di parlare, si operasse; ma (pur troppo!) né l’uno né l’altro si ardisce.

Facciamo delle ipotesi, per riuscire a difenderci.
Come ginnastica per la mente, azzardo una cronaca del futuro, pescando da un soggetto che scrissi mesi fa.
Anno 2050, in Italia. Stato di Monarchia Imprenditoriale: ogni capodanno si conferma o si elegge il Re in base al maggior reddito dichiarato in televisione la sera di fine anno, nel talk-show dell’unica rete televisiva rimasta; pure i ministri sono dettati dalla classifica così ottenuta. Non sono previste verifiche sul reddito dichiarato, se non in caso di smentita, che può avvenire solo dopo i tre giorni immediatamente successivi. Nel caso di smentite posteriori ai tre giorni (dunque regolari), sono i diretti interessati a compiere le verifiche su se stessi.
Il mercato del lavoro prevede l’acquisto dei lavoratori, previe valutazioni che riguardano le qualità fisiche e intellettuali dei soggetti.
La povertà dilaga, l’età media delle persone che vivono in strada si è vertiginosamente abbassata: moltissimi i giovani che chiedono l’elemosina ammassati sui marciapiedi delle città.
I cinema, i teatri, le biblioteche e le scuole sono diventati supermercati e ristoranti o sono abbandonati: tutta l’attività culturale (compresa la formazione) avviene sul web; esiste un unico giornale, di proprietà del Re, che pubblica oroscopi; tutti i libri sono stati distrutti e le nuove pubblicazioni contengono solo immagini. La musica si può ascoltare solo in determinati ambienti e per farlo bisogna dimostrare di avere un reddito altissimo.
Nestore (35 anni), Irene (25 anni) e Ketty (30 anni) vivono per le vie di Roma: hanno trovato un modo geniale per impietosire i ricchi e ottenere elemosine sostanziose: si travestono da bambini, si comprimono le membra, alterano le proprie voci… Arriva l’inverno: cercano rifugio in un teatro abbandonato, nel centro della città. Qui trovano giornali, libri e dischi dell’epoca andata e leggendoli ricordano, ma soprattutto capiscono quale fu la chiave della svolta, perché nacque lo Stato di Monarchia Imprenditoriale: gli uomini non riconobbero più la paura, ne furono talmente invasi, che non si accorsero neanche più di averla. Vedendo che di giorno in giorno in quel teatro, altre persone stanno trovando rifugio, decidono di evocare la paura, usando i mezzi che hanno: i giornali, i libri e i dischi trovati, insieme ai propri corpi e alla propria voce. La notizia circola e un numero sempre maggiore di persone si rifugia in quel teatro.
Dall’anno di ambientazione della vicenda (2050) e dall’età dei protagonisti, si deduce che queste tre persone non sono ancora nate: spero che non occorra la loro nascita.
Tolti loro, scompare la storia.
O è un’illusione anche questa?
O bisogna togliere altro?

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Un pensiero su “Libia o Italia? Paura?

  1. dario tozzoli ha detto:

    Caro Marco, il tuo scritto stimola riflessioni che mi va di condividere.
    Il potere delle civiltà, delle classi, delle religioni, degli eserciti, dei gruppi, delle tribù, delle bande, delle famiglie, dei comparaggi e degli individui dominanti sul pianeta si fonda sulla pulsione egoica perennemente preoccupata, soltanto, di mantenersi e accrescersi, ed è paragonabile a una vorace entità proteiforme che, per l’ingordigia sfrenata, cerca addirittura di divorare se stessa.
    L’essenza di questa entità divorante e autofaga è preliminarmente alienata nel possesso e nella rappresentazione di sé che l’avere (divorato) “giustifica”: ciò che il potere possiede (cioè essenzialmente il suo dominio) e ciò che il potere rappresenta (in grazia di quel dominio). Il potere cerca di ridurre tutto alla propria misura, soprattutto cerca di ridurre la coscienza, la possibilità non solo di pensare criticamente ma anche anestetizza le emozioni.
    Stando così le cose, il mondo è costruito dal potere dominante e la storia si riduce al risultato del dominio.
    Ma non si tratta di un autentico potere dell’essere bensì di un inautentico (e non per questo meno forte) potere dell’apparire. E come potere dell’apparire, attraverso l’avere, è un potere della deiezione. Detto in termini meno fini: un potere di merda.
    La corruzione appartiene all’essenza del potere dominante in quanto esso si fonda sulla rinuncia all’essere autentico di sé per la rappresentazione egoica e inautentica di sé.
    Il potere dominante piega (e spiega) tutta la storia sulla base di questa menzogna preliminare. Questo è il motivo per cui la storia è fondamentalmente traumatica e traumatogena per gli individui che non la fanno ma la subiscono.
    La Moltitudine deve trovare in sé la forza biofila che consenta agli individui di assumersi il rischio della libertà abbandonando la ricerca di false sicurezze.
    Tale forza vitale e sana serve a contrastare la forza necrofila che vuole ridurre gli individui a succubi, servi, dominati e sfruttati.
    Un abbraccio. Dario

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